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Cose che non dovrei dire

Per il suo compleanno, i miei hanno regalato a Giuliano un buono da 100 euro da spendere in un negozio di elettronica. Lui li ha dilapidati tutti in una nostra vecchia passione: I Cavalieri dello Zodiaco.
Da bambina li vidi a spizzichi e a mozzichi, tipicamente insieme a mio cugino, che era un grande appassionato. Da sola non riuscivo mai a beccare i canali su cui li davano (io ero una di quelle che non andava oltre Rai e Mediaset). Nonostante questo, li adoravo. Parlavano che sembravano usciti dai miei libri di epica, gli scontri in cui erano coinvolti non erano mai semplicemente botte da orbi, ma sempre un confronto tra personalità, e anche l’ultimo degli scarsini con cui si picchiavano aveva la sua storia drammatica alle spalle e le sue motivazioni.
Sono passati venti anni da allora, e I Cavalieri li ho rivisti tutti un paio di volte. E mi piacciono come allora.
Ok, l’edizione italiana ha dei buchi di trama che sono voragini (Pegasus che non sa delle dodici case, o del Grande Tempio?) ma tutto passa in secondo piano di fronte ai grandi temi attorno ai quali il cartone di svolge: il senso della vita e della lotta, l’amicizia, la guerra, la pace. È che ci sono dei gran personaggi, e dei gran scontri tra questi personaggi, e allora tutto il resto, persino le cose ridicole – che non mancano, intendiamoci – passano in secondo piano. È la vittoria dell’affabulazione sulla realtà, della capacità di narrare sulla mera costruzione della trama.
Ieri guardavo lo scontro con Eris, il primo dei cavalieri d’argento, e pensavo che non c’è veramente niente da fare, io vengo da lì. È quello il mondo cui appartengo. Certo, le tonnellate di libri che ho letto hanno fatto di me la scrittrice che sono, ma le mie storie vengono da lì. Da lì e dai miti che leggevo da piccola.
L’altro giorno parlavo con una libraia, e si è finito a parlare di libri (ovviamente). Io ho citato Buzzati, dicendo che tutto sommato è fantastico, anche se l’elemento di fantasia serve più che altro a mostrare l’ignoto che d’improvviso perturba la realtà. La tipa mi ha detto: “Ah, ma allora anche tu hai letto Freud, se parli di elemento perturbante”, e sembrava contenta, come a dire che tutto sommato anch’io avevo letto i mostri sacri. Ho dovuto spiegarle che no, Freud mi manca. E che se parliamo di ascendenti dei miei libri, di fonti di ispirazione, mi spiace, ma si finisce sempre a cartoni animati e fumetti. Che non sono neppure la parte preponderante di quel che fruisco in termini di intrattenimento – i libri, ovviamente, la fanno da padroni – ma hanno qualcosa, dannazione, che non riesco a togliermi di dosso.
È il feuilleton. I cartoni animati, i fumetti, sono il feuilleton moderno. Pieno di intrighi inverosimili, sentimenti soverchianti, morti, rinascite, vendette e chi più ne ha più ne metta. E appassionano per quello. Per il loro essere outré, perché sono evidentemente esagerati. In fin dei conti, è sempre catarsi. Solo che quando si parla di tragedia, citare Aristotele sembra pertinente, quando si passa alla cultura popolare si crollano le spalle, come a dire che si sta vedendo la cultura dove la cultura non c’è.
Io sono pop dentro. Quel mondo esagerato, colorato, in cui i grandi sentimenti, i temi eterni vengono sporcati con la realtà di tutti giorni, vengono portati ad un livello tale che tutti possano capirli, mi appartiene nel midollo. È questo quello che voglio fare, che cerco di fare da sempre, anche quando scrivevo stupidi racconti cerebrali e mi rifiutavo di leggere di genere perché io ero “colta”, e non mi sporcavo le mani con roba del genere. Avvincere con una maledetta storia in cui c’è tutto il campionario, sangue, amore, morte, in cui la potenza del racconto è il veicolo della sospensione di incredulità, dalla quale non riesci a staccarti, perché vuoi sapere come continua, e come va a finire. E una volta che l’hai letta tutta, e solo allora, ti fermerai a pensare, e ti renderai conto che ti ho detto delle cose, delle cose che potrai condividere o meno, che potrai magari trovare banali, ma te le ho dette. Ecco. Questo è quello che voglio fare. È uno sporco lavoro, ma lo faccio volentieri. Non ti regala decisamente gli allori, né la gloria dei libri di storia. Però è divertente, e quando, raramente, ti riesce, ti regala la gratitudine di chi si è divertito con le tue storie, e magari ci ha visto un riflesso della propria vita.
Purtroppo, se cercate alibi colti per leggere le mie storie, non ce ne sono. Ok, posso affermare in tutta sincerità che la mitologia classica e la tragedia fanno profondamente parte di me, e dunque di quel che scrivo. Ma basta così. Se mi volete leggere, dovete avere il coraggio di sentirvi di nuovo bambini, dovete avere il coraggio di sembrare ridicoli agli altri. I miei sono libri che non si credono meglio di quel che sono. Ma che cercano di fare al meglio il loro lavoro, ecco. Il mio meglio, che non è abbastanza, certo, ma è qualcosa. E io rivendico con un certo orgoglio questa loro natura, perché c’è bisogno anche di questo, o no? Di storie, come quelle che ci raccontavamo intorno al fuoco tanto tempo fa, quando tutto è cominciato. Quel gesto seminale col quale l’uomo si fa dio, quel gesto che ogni sera rinnovo, quando scrivo, e quando racconto la favola della buona notte a Irene.
Sono un menestrello, e spero di esserlo ancora a lungo.

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Opinioni e xenofobia

In genere la mattina, mentre vengo a lavoro, sento la radio. A seconda dell’orario si tratta de Il Ruggito del Coniglio o di Io, Chiara e l’Oscuro. Il più delle volte si tratta del secondo, perché è raro che mi riesca di uscire prima delle 10.00. Comunque. In genere ascolto con piacere, mi distraggo e mi rilasso mentre guido. I temi affrontati di volta in volta sono interessanti, la discussione pacata. Ogni tanto, l’argomento è più spinoso e il confronto si fa più duro, ma tutto sommato mi riesce sempre di ascoltare i vari punti di vista senza farmi il sangue troppo amaro. Tranne oggi.
Oggi si parlava di matrimonio per i gay: favorevoli o contrari? Ovvio che una cosa così stimola una discussione piuttosto accesa, anche tra gli ascoltatori di un programma come Io, Chiara e l’Oscuro, che immagino non proprio incolti. Ecco. Oggi ho spento la radio, ad un certo punto. No, perché sentire discorsi del tipo “noi normali, voi contro natura” senza poter sparare un sonoro vaffanculo a chi lo dice mi urta proprio i nervi. Perché qui non si tratta più di tolleranza, di cercare di capire il punto di vista altrui. L’omofobia non è un punto di vista: l’omofobia è xenofobia, è razzismo. Sono forme di ignoranza che semplicemente non si possono tollerare in una società aperta e democratica. Non è un punto di vista un’opinione che ha causato e purtroppo causa ancora la sofferenza, spesso la morte di migliaia di persone.
Quest’anno per la prima volta ho pensato di andare al Gay Pride. E non solo perché ci sarà Lady Gaga :P . È che non ci possiamo dire liberi quando una minoranza di noi semplicemente non lo è: perché è schiavitù non poter abbracciare, toccare, baciare la persona che si ama in pubblico, è schiavitù non potersi sposare o vedere riconosciuto in alcun modo il proprio legame con la persona che si è scelto di avere accanto per tutta la vita. Probabilmente non apprezzo tutto del Gay Pride, ma è anche vero che è la loro lotta, e che dunque sono tutto in diritto di scegliersi le armi. Ma se è vero questo, è anche vero che non li dobbiamo lasciare soli nelle loro rivendicazioni, se è vero che siamo una comunità, che qualcosa ci accomuna e si rende cittadini dello stesso stato. È come quando ho manifestato il 13 febbraio, ed ero contentissima che ci fossero degli uomini. Perché la lotta era sicuramente delle donne, ma questo non significa che non si debba dar loro l’appoggio, come si farebbe con qualsiasi nostro simile in un momento di difficoltà. Ecco, manifestare col popolo LGBT vuol dire “mi riguarda, la tua indignazione è la mia”, perché questo vuol dire far parte di un gruppo, decidere di vivere in società piuttosto che da soli. E poi, buttandola sul piano meramente utilitaristico, oggi sono i gay, domani potrebbe essere per noi. Come diceva quella poesia?

Prima di tutto vennero a prendere gli zingari e fui contento perchè rubacchiavano.
Poi vennero a prendere gli ebrei e stetti zitto perchè mi stavano antipatici.
Poi vennero a prendere gli omosessuali e fui sollevato perché mi erano fastidiosi.
Poi vennero a prendere i comunisti ed io non dissi niente perchè non ero comunista.
Un giorno vennero a prendere me e non c’era rimasto nessuno a protestare

L’11 invece non ci sarò. Ho un impegno, che per altro presto vedrete in bacheca. Ma spiritualmente ci sono. Voglio esserci. E magari, chissà, l’anno prossimo ci sarò davvero.

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De stupro

Confesso di non essermi interessata più di tanto alla storia di Strauss-Kahn. Non mi stupisce che un potente si senta in diritto di abusare di una donna; è nella natura stessa del potere prevaricare, stuprare, figurativamente, certo, ma spesso anche fisicamente, concretamente.
Poi però oggi ho letto due cose. Questa e questa. Sulla lunga scia dei commenti, ho visto anche questo.
Ora, io non sono a prescindere contro il garantismo, anzi. Quel che non capisco è perché il garantismo venga fuori solo quando si parla di potenti o peggio quando si parla di stupro. Voglio dire, i due rumeni accusati – si seppe poi ingiustamente – di aver aggredito una coppia di giovanissimi al Parco della Caffarella non vennero trattati da presunti innocenti. Le loro foto vennero sbattute in prima pagina, e nessuno stava lì a tessere trenodie sulle loro rughe, sull’impermeabile “borderline” – ma che cazzo significa “impermeabile borderline”, ma le parole hanno ancora un senso o le spariamo a casaccio? – o sulla “spietatezza dell’uguaglianza della legge”. Erano due rumeni, e questo li condannava da sé.
Ben diverso Strauss-Kahn, un uomo potente e rispettato. L’idea che possa effettivamente essere un porco, uno che ritenga di poter disporre della vita altrui come più gli aggrada, non ci sfiora. Ci identifichiamo in lui – o almeno lo fanno gli uomini, visto che i tre commenti che ho indicato sono di tre maschi – e allora via con la tristezza per le manette, via con i “ma magari e innocente”, per terminare con l’immancabile “e comunque lei se l’è cercata”. Già. Lei. Chi è lei? Una cameriera, come sembra compiacersi a dire Travaglio. E, anche qui, il nome con cui la si indica dice tutto. Una il cui lavoro è servire, e dunque la subordinazione, il piegarsi e tacere, fa parte della sua essenza. Per tutti è solo questo. La cameriera. Di colore, per giunta. Un essere agito. Un particolare sullo sfondo nel quadro che vede al centro il potente. Strauss-Kahn in manette, Strauss-Kahn che sorride alla famiglia. Lei è un accidente.
L’ho già detto altre volte, lo stupro mette sempre a nudo le viscere dell’opinione pubblica. Sebbene da qualche anno sia finalmente reato verso la persona, e non verso la morale, sembra che per molti sia rimasto un insulto alla pubblica decenza. Torniamo al caso della Caffarella, o a quello della signora Reggiani. Anche lì ebbi l’impressione che la gente non fosse indignata perché una persona era stata violata nella sua intimità, in quanto di più sacro ciascuno di noi abbia, e poi uccisa; mi sembrava che la gente si arrabbiasse perché qualcuno non appartenente alla nostra comunità – un rumeno, appunto, un altro – aveva osato mettere le mani su qualcosa che appartiene a noi. Vengono qui a violentare le nostre donne, e il pronome dice tutto. Così lo stupro non è più una violenza verso una persona: è un insulto a chi possiede una donna. Va quindi da sé che quando a stuprare è uno dei nostri, per di più potente, le cose cambiano. Lei se l’è cercata, le donne sono tutte puttane, lui ha fatto quel che ha fatto perché lei l’ha provato, perché ha perso la testa, perché è stato incastrato da un complotto.
Illuminante in questo senso è questo pezzo su uno stupro perpetrato da un ragazzo italiano ai danni di una ragazza italiana a capodanno del 2009, qui a Roma. Lui è un “bravo ragazzo”, la famiglia “per bene”, lui è dilaniato dal rimorso e ha fatto quel che ha fatto per un “mix di alcol e stupefacenti”. Lei? Chissenefrega di lei, vuoi mettere col dramma di lui.
Mi direte, ok, ma che c’entra Travaglio? C’entra. Prendere un fatto di cronaca doloroso, che è costato moltissimo ad una donna, per tesserci su un pindarico paragone con le vicende di Berlusconi – che con tutta il disprezzo per il personaggio e le innumerevoli colpe politiche che gli attribuisco, fino a prova contraria praticava sesso consenziente, e non ha mai stuprato nessuno – è pretestuoso e anche poco efficace. Far ridere la gente con le cameriere appoggiate ai piselli dei potenti mi dà fastidio, sì, tanto più se lo sberleffo scavalca a piè pari la carne della vittima, che viene ridotta alla figura comica della “cameriera”, appunto, come in un film scollacciato anni ’70. Anche perché poi il succo del discorso sembra essere “vedete, persino uno stupratore ha la nobiltà d’animo di farsi processare, invece il nostro presidente no”, e questo mi ricorda moltissimo il florilegio di articoli agiografici su san Totò Cuffaro che invece di fare il latitante va in galera.
Sembrano tutte questioni di lana caprina, ma non lo sono. Dicono tantissimo di quali sono i valori della nostra società, di qual è il posto che la donna vi occupa. A voi tirar le somme.

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Avatar

Era parecchio tempo che non entravo all’università dall’ingresso principale. È che vivo nel mio piccolo ufficio, che si trova attaccato ad uno degli innumerevoli accessi secondari. Quando ancora ero una studentessa di laurea, invece, lo facevo sempre.
Giuliano se lo ricorda bene, e spesso me lo racconta ridendo. Arrivavo quasi sempre curva sotto il peso della borsa, di corsa, tipicamente incazzata nera. Credo di aver iniziato ad essere ansiosa proprio all’università: ero certa di non essere all’altezza, di non farcela, ero terrorizzata dal risultato. E per questo forse ero sempre più o meno incazzata, la mattina.
Ricordo la mia immagine riflessa nel vetro della porta. Un’immagine che non mi corrispondeva. Nella mia testa ero minuta, più simile ad un ragazzino che a una ventenne alle prese con l’università. Nel vetro vedevo riflessa una ragazza tarchiata, col seno grosso, mascolina sì, ma con una fisicità che mi imponeva al mondo in un modo sfacciato che non ritenevo rappresentarmi.
Giovedì invece sono entrata di nuovo dall’ingresso principale. Il vetro mi ha rimandato la mia immagine, mentre mi avvicinavo ad ampie falcate, proprio come in quei giorni di dieci anni fa. E per un istante, uno appena, la mia immagine si è magicamente sovrapposta a quella che avevo in testa. Ero come mi immaginavo. Il mio avatar finalmente rispecchiava il modo in cui mi sentivo, forse appena più vecchio di quanto non mi piaccia credermi. E in quei pochi secondi che mi separavano dall’ingresso, ho capito che è per questo che cinque anni fa andai dalla dietologa, che è per questo che mi metto il cappello, mi vesto come vesto, e, quando me la sento, mi metto in tiro. Vesto la mia pelle perché somigli a quel che sono, perché il mio aspetto dica subito a chi mi guarda con chi ha a che fare. Cerco di far coincidere anima e corpo, perché non debba sentirmi un’estranea nei miei panni, e dunque un’estranea nel mondo.
Tanti anni, e sono ancora prigioniera del mio aspetto, della mia apparenza. Non riesco a farne a meno. Non so se sia una cosa positiva o una negativa. Lo amo, il mio corpo che ha dato la vita, che si muove preciso mentre sudo durante la lezione di total body, che offro a chi amo. Ma per tanto tempo me ne sono sentita prigioniera: mai abbastanza magro, mai abbastanza tonico.
Non voglio essere bella, non è questo. Non lo sono e non lo sarò mai. Voglio solo che questa carne mostri quel che sono davvero, il tramite che ho scelto di mostrare al mondo per dire: eccomi, sono io, e in qualche modo sono unica.
Sono stati pochi secondi, il tempo di consumare lo spazio tra il marciapiedi e il corridoio della Facoltà. Ma è durato un’eternità. E mi è piaciuto.

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Un nuovo modello

Sebbene porti i capelli rasati, e durante la settimana giri in sneakers e magliette oversize, resto vanitosa. In libera uscita, ormai metto sempre i tacchi, dai 7 cm in su, mi trucco e a volte mostro anche un po’ di stacco di coscia. E mi piace comprare vestiti, ovviamente. In genere economici: ne posso prendere di più e togliermi lo sfizio della maglietta strana, della gonna troppo corta, del jeans skinny. Per me l’abbigliamento resta un capriccio, e per questo, a parte rare occasioni, cerco di spenderci poco. Ma ci spendo.
Ieri le donne di casa – io, la mia mamma e Irene – sono uscite per gli acquisti primaverili: calzini, magliette, roba per tutti i giorni o per le occasioni. Ovviamente, siamo andate al centro commerciale sotto casa. È vicino, è pratico, e mi piace la roba che ha.
Girovagando, per tenere impegnata Irene, che al momento è del tutto indifferente ai problemi della scelta di una maglietta che coniughi bellezza, comodità, prezzo e non ti faccia sembrare una balena, ho preso il volantino con la collezione di una marca di vestiti. Gliel’ho dato in mano, e per un po’ me ne sono dimenticata. Lei l’ha pastrugliato, ci ha giocato, e dopo una mezz’oretta si è stufata e l’ha buttato per terra. È stato allora che l’ho raccolto e ci ho dato un’occhiata.
Sapete che da quando sono dimagrita sono un po’ ossessionata dal peso. Nulla di patologico, io viaggio sempre sul borderline, ma peso ancora la roba, compenso quando mangio troppo, mi sento in colpa se sgarro e mi peso tre volte a settimana – sarebbe meglio dire che mi costringo a pesarmi tre volte a settimana, perché fosse per me controllerei ogni giorno, ma vabbeh -. Mi sento quasi sempre grassa, ho il terrore di riprendere peso e tutto il campionario che purtroppo molte ragazze conoscono. E insomma, fare un giro per negozi non aiuta: le taglie sono tutte micro, i manichini anoressici. Alla fine ti riduci ad andare in quei negozi con le taglie europee, che sono due misure più piccole delle nostre, per cui una 42 diventa facilmente una 38.
Per questo, quando ho aperto il volantino sono rimasta stupita. Niente modelle al limite della denutrizione, niente ragazze ammiccanti in pose al limite del porno. Piuttosto fanciulle bellissime, certo, ma con la carne al posto giusto. Seni prosperosi, visi floridi, gambe e fianchi torniti. Corpi sani, insomma, modelli di una bellezza accessibile, in cui per essere considerate non si deve mortificare il proprio fisico, assottigliandolo fino a farlo diventare trasparente.
Ok, non dico che sia una rivoluzione. Ma è già qualcosa. E sfogliare quelle pagine mi ha piacevolmente stupita. Poi, certo, chissà, magari le taglie dei vestiti sono comunque striminzite, tipo quel marchio lì che ha per testimonial la giunonica Arcuri, e poi anche se sei peso forma di entra giusto la 46 e un po’ a fatica. Ma, ripeto, è un piccolo messaggio nel mare sconfinato di scheletri che camminano, di donne che devono rinunciare alla propria fisicità per essere apprezzate.
Proprio ieri mattina, pesandomi, il risultato non mi era piaciuto. E niente, quel volantino lì mi ha messo un po’ di buonumore. Ho pensato che forse dovrei dare più retta a quel che mi diceva la mia dietologa all’epoca: che è importante mangiar bene per essere sani, più che per essere fighi, e che alla fine, quando vado in palestra, sentire che il mio corpo risponde, che fa quel che voglio, è altrettanto soddisfacente che riuscire ad entrare in una minigonna.

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Auguri, italiani

Il blog è ancora incasinato, e i commenti, come vedete, ancora non sono possibili. Cercherò di provvedere al più presto. Intanto, questo post voglio pubblicarlo ugualmente.
Oggi l’Italia festeggia i suoi 150 anni come entità unita. Io non ho mai avuto un gran senso della patria, e spesso stento a riconoscermi nei miei concittadini. Ma ho sempre avuto il senso dello Stato, e c’è una cosa in cui mi riconosco pienamente, che è fondante della nostra identità di italiani, e di cui sono profondamente orgogliosa: la Costituzione.
La Costituzione ha 63 anni, meno della metà di questa Italia, ma credo che che quel siamo oggi nasca da lì. È la Costituzione che spiega cosa vuol dire essere italiani, che stabilisce perché siamo una nazione, e non un insieme di singole realtà locali slegate. Spiega come le nostre differenze siano una ricchezza, e che al di là di esse abbiamo una storia comune, che data molto più di 150 anni. Eravamo italiani prima ancora di essere uniti, e lo saremo sempre.
Per questo, io direi che oggi per festeggiare si può fare una bella cosa: leggere la Costituzione. E riflettere. Sulla sua intrinseca bellezza e profondità, su quanto ci abbia regalato, su quanto dica di noi come popolo. Ma anche su quanto sia stata disattesa, su quanto resta ancora da fare. Auguri, italiani.

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La mia Scienza

Avrete capito che questa storia di Fukushima mi ossessiona. Io sono fatta così: a volte ci sono fatti che accadono che mi colonizzano la mente per giorni. Ci penso, ci ripenso, non riesco a togliermeli dalla mente. Fukushima è questo. E se dovessi dirvi perché, non sarei in grado di spiegarlo compiutamente. Forse perché sono un fisico. Ma non solo.
In ogni caso, seguo la diretta su quel che sta accadendo, leggo in giro, mi informo. E, come sempre quando si parla di scienza, ne leggo di ogni.
In Italia – sul resto del mondo non mi pronuncio, non ne ho esperienza diretta – c’è sempre stata questa specie di di conflitto tra scienza e materie umanistiche, che nei tempi più recenti sembra aver assegnato la vittoria alle seconde. Una persona che non conosce Dante è un ignorante, mentre uno che non conosce le tre leggi della termodinamica è solo uno che non ne sa di fisica, e tutto sommato non è grave. Ecco, io non ho mai capito perché per vivere è necessario conoscere la letteratura, ma è ininfluente sapere grazie a quali leggi fisiche siamo vivi.
In questi giorni, la scienza è tornata alla ribalta. E, come sempre, tutti la tirano per la giacchetta. Che poi è sempre stato così. La esaltano, come la panacea di ogni male, quando si tratta di dar contro ai credenti o al papa, tirano fuori il solito stantio mito dell’uomo che vuole farsi Dio quando qualcosa va male, come oggi. La piegano affinché sia in grado di adattarsi alle loro opinioni, e, quando non lo fa, esprimono una specie di orgoglio dell’ignoranza, come mi è capitato di leggere in giro. Ma purtroppo non funziona così. La scienza è ben al di là e al di sopra delle opinioni, perché, a differenza di tante altre cose umane, si è data un criterio di verità ben preciso, e aderisce ai fatti. La scienza dà i dati. E i dati sono lì, incontrovertibili, e sono il punto di partenza di ogni discussione, devono esserlo.
Il dibattito sul nucleare scatena in genere reazioni viscerali: la gente si accapiglia, si arrabbia. Gli stessi che ieri dicevano che la scienza è l’unica cosa che ci abbia permesso di allungare le nostre vite, adesso parlano di ybris, di tracotanza degli uomini nei confronti degli dei, di scienziati pazzi e senza etica. Ma gli eroi – perché sono eroi – che stanno cercando di contenere Fukushima non hanno dottorati in filologia romanza: sono fisici, ingegneri, tecnici, insomma. E stanno rischiando la loro vita per salvarne milioni. La loro esistenza molto probabilmente non sarà mai più la stessa, per loro l’apocalisse è già iniziata. Eppure sono là. E nelle discussioni che sto leggendo in giro, tanto spesso vedo che ci si basa sulle ipotesi, sui sentito dire.
Ok, non ci vuole un dottorato in fisica per parlare di nucleare. Ma devi sapere cos’è, senza necessariamente saperne di meccanica quantistica, quark e forza forte, certo, ma devi sapere di cosa si sta parlando. Devi sapere quali sono le problematiche connesse. Poi, certo, i dati vanno interpretati. Ma devi partire per forza di cose da quel che vedi ed esperisci, e che in questo caso la scienza ti comunica. È per questo che ho scritto il post di lunedì, è per questo che in questi giorni ho imparato su centrali nucleari, scorie radioattive e altro più di quanto sapessi prima. Perché voglio capire. Capire è l’unica via in ogni conflitto: capire riduce la paura, capire evita la guerra, capire ci rende persone migliori.
La scienza in fin dei conti è un’eterna lotta contro la paura. Non era solo curiosità quella che ci spinse a capire cosa fosse un fulmine. Era paura. È la paura che ci spinge a vagliare l’ignoto, perché è negli angoli bui che alligna il terrore, è là che la paura coagula in panico. La paura della morte e della sofferenza ha dato stimolo alla medicina, la paura del fuoco ci ha insegnato a domarlo, la paura del cielo ci ha spinto a studiarlo.
Ecco. La scienza è questo, solo questo. La ragione contro l’oscurità, la risposta del bambino alla paura del buio. Per questo non potete tirarla per la giacchetta quando volete, esaltarla o rigettarla a piacimento, come non si trattasse sempre della stessa cosa, dello stesso tentativo di sconfiggere l’ignoto. La scienza risponde a tutto? Certo che no. Ma risponde a volte cose, e ci insegna sempre a porci le domande giuste. Sul nucleare, vivaddio, dà risposte. Non le dà tutte, sono d’accordo, ma ne dà molte. Occorre partire da quelle per sviluppare poi tutte le filosofie che si vuole, e applicare tutti i ragionamenti etici del mondo. Ma partendo da un sostrato di discussione comune.
Insomma, torniamo anche un po’ alla scienza. A me ha dato tanto, nella mia vita, e se ci pensate bene, anche alla vostra.

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Il mio Giappone

Il posto lontano da cui provengono le storie che mi hanno accompagnata durante tutta la mia infanzia, tra eroine dal tragico destino, robottoni giganteschi e guerriere vestite alla marinara.
Il luogo in cui sono nati quei fumetti che mi hanno insegnato cos’è il fantasy, e come si racconta una storia.
Quel paese in cui è nato il sushi che non riesco a mangiare meno di due volte al mese, da quando lo conobbi per la prima volta quattro anni fa, una settimana prima del mio matrimonio.
Un posto strano e affascinante, con la sua cultura così lontana dalla mia, che pure mi attrae nelle sue mille contraddizioni, nella sua mescolanza di antico e moderno.
Il paese natale del mio adorato Miyazaki, là dove sotto un albero di canfora puoi incontrare Totoro, o prendere un treno che va sull’acqua assieme ad un Senza Volto.
Il mondo bellissimo e incomprensibile di Lost in Traslation, uno dei film che più ho amato.
Il paese dei Kappa e delle volpi a nove code, dei jin, delle donne delle nevi, del limbo deserto in cui i bambini passano il tempo a costruire piccole montagne di sassi.
Il luogo favoleggiato della vacanza della nostra vita. “Un giorno ci andremo, quando Irene sarà grande, quando troverò il coraggio di volare per undici ore di fila, quando avremo soldi a sufficienza per farlo”.
Il posto cui devo molto di ciò che sono, e senza il quale forse non avrei mai incontrato Nihal.
Il mio Giappone.

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Non fiori, ma opere di bene

E arriva anche quest’anno il famigerato 8 marzo. Vi risparmio il consueto post polemico; ho già detto tutto quel che può essere detto sull’argomento gli anni passati. Mi limito a rimarcare che quest’anno la ricorrenza mi sembra ancora più significativa: perché c’è stato il 13 febbraio, perché mi sembra di veder nascere una nuova consapevolezza, un’ondata generale di riflessione sul femminile e il suo ruolo in Italia e nel mondo. Che questa giornata serva allora a fare il punto sulla situazione, dove siamo e dove stiamo andando. Ognuno faccia fiorire questa giornata come meglio crede: lavorando o manifestando, ritagliandosi un attimo per se stessa, facendo un post o continuando con la vita di sempre, perché è attraverso la lotta quotidiana che esprime se stessa, la propria femminilità e la propria irriducibile unicità di persona. Qui trovate un elenco di iniziative.
Auguri a tutte: che quest’anno ci porti più consapevolezza e più libertà. Sono molteplici le gabbie che ci stringono, molte subdole e invisibili, ma la possibilità di evadere e realizzarci esistono sempre.

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Don’ t call me scema

I miliardi di modi in cui la pubblicità è in grado di prendere concetti importanti e svilirli mi lascia sempre basita. E sì che dovrei esserci abituata. Vivo immersa nel mondo del consumismo da quando sono nata. Però, niente da fare, ogni volta mi ritrovo lì con la mascella a penzoloni davanti all’ennesima campagna che riesce a mercificare quel che non dovrebbe essere in vendita.
Stavolta si parla della Sisley. I pubblicitari di questa casa, da bravi trend-setter, devono aver percepito che le donne in questo periodo sono incazzate, che c’è una ridiscussione del femminismo, che molte di noi si battono contro l’immagine degradante che del femminile è dato dai media. E si devono essere detti: “Ci dev’essere un modo per far soldi da questa cosa”. Detto fatto.
Nasce la campagna Don’t Call me Doll. Che così viene spiegata da un sito che ha dato la notizia:

“Oggi mentre la tv, ma anche la politica mettono la plastica e l’apparenza in prima fila, Sisley decide di mobilizzarsi privilegiando le donne vere, dinamiche, autonome e indipendenti, donne che veste da sempre.”

Apperò. Interessante. Certo, che un marchio che si pubblicizza con foto del genere parli di donne vere, autonome e indipendenti…mah. Ma ci può sempre stare la conversione sulla via di Damasco.
Poi si scopre che la maglietta è questa qua, che uno dice, ma che c’azzecca San Valentino? Ma lo scopo definitivo della campagna appare evidente quando si va a indagare su cosa sia l’evento del 12 febbraio a Milano. Un flash mob in cui un centinaio di ragazzine, tutte vestite uguali, ossia con la suddetta maglietta, ballano ammiccando a Piazza San Babila sulle note di La Bambola di Patty Pravo. Non ci credete? C’è la testimonianza video.
Allora. La canzone con l’emancipazione femminile c’entra un piffero. È la storia di una che si lamenta di come è trattata dall’amante, che si intuisce più giovane e avventato di lei. Poi qualcuno mi spieghi come duecento persone, abbigliate allo stesso modo, che ripetono gli stessi passi, affermano l’unicità e l’indipendenza delle donne. Semmai esprimono chiaramente l’omologazione, e perpetuano il modello velina, che è quello che va per la maggiore in questo momento storico. Ed è esattamente a questo punto del discorso che mi incazzo. Perché fin qui poteva trattarsi solo di una stupida campagna pubblicitaria. Invece è qualcosa di più, e di molto più dannoso.
La Sisley prende le legittime rivendicazioni delle donne, e l’appeal che evidentemente hanno sulle giovani – o non saremmo state un milione in piazza, il 13 febbraio – e le svuotano di significato, le stravolgono per renderle innocue e prone allo scopo principale: inculcarci il desiderio di comprare magliette e omologarci ad un modello unico di bellezza. L’idea di fondo della campagna è: ti attira il femminismo? Beh, non c’è bisogno che tu ti informi e ti crei una consapevolezza critica sull’immagine della donna. Prenditi questa maglietta, balla con noi e sarà un po’ come andare a manifestare in piazza per la dignità delle donne. Di più: le vere donne emancipate non sono quelle sciattone in piazza, coi cappotti lisi, i pugni alzati e lo slogan urlato, ma quelle giovani, carine, con indosso la roba giusta, che usano il loro corpo perfetto per farsi strada. Se vuoi essere davvero emancipata e forte devi essere come loro, ballare uno stacchetto da cretine è l’unico modo in cui ti è permesso affermarti. Tutto il resto è superfluo, e soprattutto non cool.
A me questo fa arrabbiare. Che si cerchi di addomesticare la carica eversiva di un milione di donne in piazza riducendole al modello unico imperante. Che si lucri sulla nostra rabbia, che la si mercifichi, che la si riduca ad una maglietta fashion.
È questo che fa il consumismo, da sempre. Ci svuota. Prende qualcosa, ne toglie il senso, e lo riempie di cose. Ci costringe a incasellarci, anche quando siamo arrabbiati, anche quando cerchiamo di scrollarci di dosso le etichette.


And they make me
Make me dream your dreams
And they make me
Make me scream your screams


dice la canzone, e ha ragione, è così. Il consumismo ci dice cosa dobbiamo desiderare, e anche come ci dobbiamo arrabbiare. Ci toglie la libertà, ci trasforma in target, perché è più facile soddisfare i bisogni di un pubblico facilmente incasellato in una serie di tipologie tipiche: la ribelle, la casalinga, la “donna emancipata”.
E la cosa triste è che l’evento è piaciuto. Tanto è vero che lo rifanno. Significativa in questo senso è questa testimonianza.
Vi prego, non facciamoci fregare. Esistono tanti modi per ingabbiarci, per renderci schiavi, e questo è tra i più subdoli e più devastanti. Continuiamo a ragionare, a farci domande, a informarci. E non rinunciamo a tutta la straordinaria varietà e ricchezza della nostra unicità.

P.S.
Grazie a Fab per la segnalazione

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