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Un viaggio nel tempo di dieci anni: Muse@Rock in Rome

Il post sarà bipartito, e quindi, mi duole dirlo, un po’ lungo. La prima parte sarà dedicata al concerto in sé, la seconda all’organizzazione, che, in quanto a dis-orgnanizzazione, merita un capitolo a parte. Potete leggerne una sola o tutte e due, a seconda dei gusti. Preferirei francamente leggeste anche l’odissea cui Rock in Rome ci ha costretti finito l’evento.
Anyway, si comincia, e…enjoy!

Il concerto
Ero un po’ in dubbio se partecipare a questo concerto. La questione principale riguardava la location: io non amo la folla. Un paio di volte, ciaccata da tutti i lati in mezzo a una piazza, mi sono sentita male, e non mi andava di mettermi di nuovo in una situazione che mi facesse venire l’ansia. A Capannelle avevo già sentito Daniele Silvestri, Caparezza e Latte e i suoi Derivati, ma nessuno di loro immaginavo facesse i numeri dei Muse, e quindi temevo l’effetto calca. Era anche il quinto loro concerto che andavo a sentire, per cui per qualche ora sono stata indecisa. Alla fine, mi sono detta che non avevo voglia di darla vinta alla mia paura, così ho preso i biglietti e amen. Ecco, devo dire che ho fatto veramente, veramente bene a farlo.
Sono state dette svariate cose riguardo questo concerto: che non c’è stato spettacolo perché il palco era troppo semplice, che è durato troppo poco. Sulla seconda, questione di gusti, ma per me zompare e urlare per un’ora e mezza a più di trenta gradi è andata più che bene. Non sono una gran fan dei concerti infiniti, due ore per me sono il limite, e quindi non mi lamento. Per il palco, ricordo distintamente chi si lamentava che all’Olimpico, nel 2013, avevano perso l’anima, perché era tutto spettacolo e niente arrosto…beh, qua era solo musica, 90 minuti di musica praticamente senza interruzione, se non un paio di “ciao Roma” d’ordinanza. Poi dipende sempre dal perché vai a un concerto: io vado a ballare, cantare e godermi della buona musica. Se c’è dello spettacolo bene, ma va benissimo anche senza. E stavolta sono stata decisamente soddisfatta.
Seguo i Muse ormai da dodici anni. Li scoprii nel 2003, quando Giuliano era in Cile per la tesi, un momento decisamente particolare della mia vita. Mi hanno accompagnata in tanti momenti importanti, hanno contribuito a fare di me la persona che sono, hanno persino influenzato la mia scrittura. Per me questo concerto è stato così straordinario, più ancora di quelli precedenti, perché la scaletta era una roba fatta per noi: per noi che gli stiamo appresso da anni, che li abbiamo seguiti in tutte le loro evoluzioni, magari a volte col sopracciglio un po’ alzato, ma tutto sommato amandoli sempre. Tanti pezzi da Absolution, il loro lavoro che amo di più, tra cui un’Apocalypse Please che, in platea, avremo cantato in quattro, mentre gli altri avevano la faccia a punto interrogativo, e poi Origin of Simmetry, con una scontata Plug In Baby, ma anche una stupefacente Citizien Erased, con tanto di pianoforte a coda. E poi le canzoni nuove, che spaccano, poco da dire, con Reapers che è una roba difficile persino da descrivere, e sulla quale Matt ha fatto il coatto suonando l’assolo con la chitarra sulla schiena (e senza toppare una nota…), The Handler potente e meravigliosa, e Mercy che fa il suo sporco lavoro nonostante non sia proprio un pezzo memorabile. Matt ha piazzato degli urli qua e là che io non sentivo da anni, tutti e tre sono stati impeccabili. Breve, sì, ma intenso. E intanto, io mi sono fatta il mio trip mentale lungo dieci anni; Plug In Baby e i primi mesi, stupefatti, in cui li avevo appena scoperti; Hysteria e Times is Running Out e quell’estate strana e solitaria nella quale riempirono il vuoto di un’assenza; Starlight, che ascoltai a tutto volume mentre stavo sulla prua della nave del mio viaggio di nozze, e quel verso disperato “Our hopes and expectations, black holes and revelations” che descrive così bene i nostri vent’anni e quel che la mia generazione è ancora; e poi Knights od Cydonia, i cui versi sono finiti in bocca a Ido, durante la sua ultima battaglia. Mi sono ricordata perché li amo, perché sono dodici anni che mi sparo le loro canzoni, perché ogni volta che le note di Drones si spengono, io rimetto su tutto da capo da Dead Inside.
Mi rendo conto che tutto questo vale per me, che mi sono fatta la post adolescenza con loro, che sono una fan e lo sarò sempre. Per tutti gli altri, quelli col cellulare in mano per tre quarti di concerto, e che su Citizen Erased si guardavano perplessi, probabilmente no. Ma non ho mai detto che avrei fatto una recensione obiettiva: lo sanno tutti che ognuno dei tre libri de Le Guerre del Mondo Emerso comincia con una loro citazione, e allora che altro aspettarsi da me?
Due unici appunti: non capisco perché, se sul biglietto c’è scritto che si comincia alle 21.00, poi la prima nota parte alle 22.00. Faceva caldo, e star lì inchiodati nel silenzio per un’ora non è granché piacevole. Magari c’è una ragione per cui si fa così, ma io non riesco a immaginare quale.
La seconda è che, nonostante non sia un’amante dei volumi spaccatimpani, devo dire che il volume era davvero basso. Riuscivo a sentirmi cantare, e in cinque concerti loro che ho seguito non era mai successo. Considerando che uno era all’Arena di Verona, credo possiate immaginare quanto basso fosse il volume. Per altro, il gruppo spalla aveva suonato molto più alto. Nulla da dire sull’equalizzazione, il suono era di una nitidezza impressionante, si sentiva tutto alla grande, ma a me piace sentire la musica che batte sotto lo stomaco, i bassi che mi attraversano dai piedi alla testa, e non era così. Stavo piuttosto indietro, d’accordo, ma alla mia destra e alla mia sinistra c’erano due file di casse, spente, immagino. Vabbeh, mi rifarò quando partirà sul serio il tour di Drones.

L’organizzazione
So di arrivare con due anni di ritardo, perché la gente si lamenta del Rock in Rome almeno dal 2013, ma repetita iuvant, visto che in due anni nessuno è riuscito a risolvere i problemi strutturali di questa manifestazione.
Un paio di coordinate per chi non è di Roma: il Rock in Rome si tiene all’Ippodromo di Capannelle, che non è servito da metro, e che si trova lungo una delle consolari, le vie di origine romana che ancora oggi regolano il traffico della città, nello specifico l’Appia. Si trova un po’ fuori città, ma comunque entro l’anello del Raccordo Anulare. Di spazio, in teoria, ce n’è in abbondanza, sia per parcheggiare sia per gli eventi. Voglio dire, è un ippodromo…Quando andai a vedere Caparezza, nel 2012, se non erro, il problema era il posto in cui era stato posizionato il palco: praticamente in una strettoia, davanti alla zona dell’ippodromo con le gradinate. Sarà largo una trentina di metri a dir tanto, probabilmente anche meno. Eravamo 10000 persone e vabbeh, si resisteva. Stavolta ci hanno messi in uno spazio più largo, ma ugualmente non adatto a contenere 35000 persone. Intendiamoci, dove stavo io si stava piuttosto bene, ho saltato come una pazza senza uccidere nessuno, ma non mi sembrava l’arena giusta per un gruppo come i Muse, che all’Olimpico aveva fatto 60000 presenze.
Il palco distava in linea d’aria un 500 metri da dove avevamo parcheggiato. Si sono trasformati in un chilometro e mezzo di camminata a piedi lungo transenne farcite di cumuli di immondizia lasciata da chi aveva fatto la fila la mattina. Ora, lasciare pulito il posto in cui si tiene un concerto è responsabilità degli spettatori, ma se non mi metti neppure mezzo cestino da qualche parte io non posso certo ingoiare le bottigliette di plastica…Comunque, fin qui più o meno tutto bene, anche se sarebbe stato saggio prevedere più di un’entrata per gli spettatori. La tragedia è stata il deflusso, che pure certi giornali raccontano come sereno e allegro. Bisogna solo ringraziare la pazienza e l’educazione del pubblico se non è finita a mazzate.
Finito il concerto, ci hanno fatto rifare il chilometro e mezzo di camminata inutile, indirizzandoci di nuovo verso un’unica uscita, col risultato che s’è fatta la calca. Invece di star lì a spingerci con gli altri, io e i miei amici abbiamo preferito aspettare che la fila smaltisse un po’. Dopo 20 minuti in cui la situazione non era cambiata, ci siamo rassegnati al pigia pigia. Con ulteriore colpo di genio da parte degli organizzatori, il deflusso della gente aveva un passaggio obbligato per il villaggio del Rpck in Rome, ossia la zona in cui si mangia. A parte che mi hanno detto meraviglie anche di quel posto là (tre file da fare: una per farsi cambiare i soldi in token, l’unica moneta che circola là in mezzo, l’altra per ordinare, la terza per prendere da mangiare) c’era un casino assurdo tra chi voleva uscire, chi doveva prendere pulman e treni, e chi doveva mangiare.
Comunque, riusciamo ad avviarci verso il parcheggio. Che è immerso nell’oscurità più totale, e non ha indicazioni di nessun genere. Gli ausiliari del parcheggio che ci hanno aiutati a trovare posto all’arrivo si sono dileguati. C’è gente che credo abbia ritrovato al macchina domenica mattina, perché alle due ancora c’era gente che vagava senza avere la più pallida idea di dove si trovasse. Una volta saliti in macchina, impossibile identificare un percorso per l’uscita: zero indicazioni, zero persone cui chiedere, e soprattutto un’unica uscita. Sì, avete capito: un concerto con 35000 presenze, per cui direi almeno 5000 macchine, e un’uscita solo sull’Appia, in una zona per altro farcita di locali, in cui quindi c’è traffico già normalmente. Siamo entrati in macchina, davanti a noi una fila chilometrica diretta verso il nulla, e immobile. E la prima ora se n’è andata così, al buio, in macchina, senza avere idea di dove andare. Ho seriamente creduto che avrei dovuto dormire a Capannelle.
A un certo punto Giuliano e un mio amico sono andati a comprare dell’acqua; ci hanno messo sui venti minuti, e in quel tempo hanno visto uscire dal parcheggio solo un autobus. Sì, perché c’era il servizio navetta, che s’è incastrato ovviamente nell’ingorgo cosmico, governato da due ragazzi e due vigili che di fronte alle rimostranze, pure troppo pacate, della gente hanno parlato di “normale deflusso”. A Roma è normale stare un’ora fermi in un parcheggio al buio, all’una di notte, senza sapere dove devi andare.
Comunque, dopo un’ora, e non si capisce perché non prima, finalmente qualcuno apre un cancello dietro il nostro parcheggio, e i deflussi diventano due. Solo che, in assenza di indicazioni o percorsi chiari per uscire, ci fiondiamo tutti in ordine sparso verso il cancello. Risultato: due ore per guadagnare Via di Capannelle e finalmente uscire dal casino. Al netto, tre ore per uscire da un parcheggio, a fronte di un’ora e mezza di musica. Tralasciamo poi che l’uscita pedonale coincideva con quella della macchine, aumentando il casino, o le dosi industriali di polvere che ci siamo dovuti respirare, perché Capanelle è pur sempre un ippodromo.
Ora, se non sai organizzare, se non puoi pagare la gente che ti trasforma un prato in un parcheggio, non li fare gli eventi. Certo, uno un po’ di calca per uscire la mette in conto; quando andai a sentirli al Palalottomatica, nel 2005, feci una mezz’ora di traffico, e va bene, nessuno pretende che si vuoti un parcheggio in due minuti. Ma tre ore è fuori dalla grazia di dio. Una ragazza che è venuta ieri a sentire la mia presentazione ha aspettato quattro ore un taxi. O si cambia location, o si fanno le cose per bene, perché così non è soltanto frustrante, rischia anche di essere pericoloso, e 60 euro per i biglietti sono davvero tanti. Per parte mia, non credo tornerò più al Rock in Rome: meglio aspettare qualche mese e andarsi a vedere i concerti in posti in cui le cose sono più tranquille, e francamente, non consiglio neppure a voi di andarci, se non a guardare concerti che non registrino più di 10000 presenze.

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