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Libri Come

Gentes! Dunque, mi rifaccio viva per segnalarvi che quest’anno partecipo a Libri Come, la festa dei libri che si terrà qui a Roma, all’Auditorium Parco della Musica, dal 16 al 19 Marzo. Io, nello specifico, ci sono il 17, ore 10.30, a parlarvi un po’ di libri e stelle. L’evento è riservato alle scuole e agli studenti, ma c’è ancora qualche posticino libero. Per prenotarvi – la prenotazione è obbligatoria – potete scrivere una mail a promozione@musicaperroma.it. Ripeto, è una cosa per le scuole, e i posti rimasti sono pochi, per cui non ci restate male se non riuscite a prenotarne uno. E considerate anche che ci saranno altre occasioni in futuro :) .
A presto!

troisi

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Roma

Recentemente – sempre col solito ritardo di un paio di generazioni di cui vi dicevo ieri :P – ho visto La Grande Bellezza. Per la verità sono ad una visione e mezza (finisco stasera); coi film di Sorrentino mi capita sempre così, devo vedermeli un paio di volte per apprezzare al meglio. La prima visione è un po’ un’indagine esplorativa, con la seconda non ho più la sensazione di muovermi in territorio sconosciuto, ed è come se tutti i pezzi andassero al loro posto. E, niente, mi è piaciuto moltissimo. Ci ho trovato alcuni difetti, ovvio, la perfezione non è di questo mondo, ma ha una colonna sonora dalla quale sono diventata immediatamente dipendente, una fotografia da urlo (e grazie, un nome una garanzia, Bigazzi) e riesce a dire cose che io non sono mai stata capace di esprimere. Innanzitutto sul rapporto scrittura/vita, sul mentire per dire la verità e sul vivere per raccontarla, ma soprattutto riesce a rendere in modo impressionate quel che sento per la mia città.
Ho parlato miriardi di volte del mio rapporto complesso con Roma. Le radici del mio amore odio credo vengano da lontano: innanzitutto dal fatto che sono figlia di immigrati, e che tutte le mie radici stanno 200 km più a sud di qua. I miei non si sono mai davvero adattati alla vita in questa città, e questa cosa per osmosi è passata anche a me. Ma non credo sia solo questo. Forse è anche che quando vivi a Roma in qualche modo ti senti obbligato ad amarla. Lo capisci dalle facce che fa la gente quando gli dici dove sei nato e dove vivi, dall’ammirazione e dall’invidia, dallo stupore quando gli spieghi che no, non senti un gran senso di appartenenza per questa città. E del resto hanno ragione loro. Roma è una delle città più belle del mondo, non c’è niente da fare. Non puoi passare dieci minuti tra le strade del centro senza percepire chiaramente questa bellezza assolutamente tremenda, alla quale davvero non puoi resistere. Roma è bella, è un concetrato di tutto quanto di bello l’Italia ha prodotto negli anni in cui era ancora un centro culturale, e sono stati secoli lunghissimi. E nel film di Sorrentino Roma è fotografata come non mai; nonostante le immagini siano tutte quelle “da cartolina”, il ritratto della città che ne viene fuori non è per nulla stucchevole o banale. È appunto quello di una grande bellezza, qualcosa di soverchiante. Perché il problema tra me e Roma sta tutto qua, in quell’aggettivo. Roma è troppo. Troppo grande, troppo bella, troppo estranea. E questa cosa l’ho ritrovata identica nel film. Il modo in cui Gep si muove per la città è il modo in cui mi ci muovo io: intorno a me tutto mi sembra estraneo e distante. Sì, bello, infinitamente bello, ma al tempo stesso algido, impersonale. C’è un distacco netto tra Gep e Roma, un distacco che poi, a dirla tutta, è quello che tante volte lo scrittore ha rispetto alla vita. È il problema del “vivere per raccontarla”, come dicevo: una parte di te sarà sempre e soltanto spettarice, come avere un mini-giornalista in testa 24 ore su 24 che non fa altro che appuntare tutto quel che vedi e senti, e ti suggerisce “questo devi scriverlo, devi raccontarlo”. A me succede piuttosto spesso, ma con Roma questa cosa è evidente. Lo faccio dire a Sofia nel primo libro de La Ragazza Drago, perché lo penso da anni: non riesco a sentirmi parte di Roma. Mi domando anzi come sia possibile appartenere ad un posto del genere, così immenso e bello da non poter essere contenuto in un solo cuore. Saranno i turisti, cui si concede sempre con grande generosità, o i segni che hanno lasciato le generazioni, infinite, che l’hanno abitata e che hanno lasciato un segno nei suoi palazzi e nei suoi monumenti. Non lo so. So solo che resta altro da me, e quando mi muovo per le sue strade, mi sento sempre turista. E queste sensazioni le ho ritrovate nel film.
Ora, probabilmente è solo una mia impressione. Altre persone che hanno visto La Grande Bellezza non condividono questa mia interpretazione. E poi il film parla anche di altro, del vuoto, soprattutto, del vuoto che siamo diventati e che ci abita, dello sfacelo di questa società in pezzi, a partire dalla testa e dai supposti intellettuali, e di ciò cui possiamo aggrapparci, quegli squarci di verità che cerchiamo tutta una vita. Ma secondo me la potenza delle grandi opere d’arte sta in questo: nella capacità di adeguarsi al vissuto di ognuno, e di raccontare a ciascuno una verità che gli appartiene. Questa è la mia. Un altro pezzetto, potete trovarlo qua, detto peggio, perché il mio mestiere è scrivere, ma comunque espresso.

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Metti una sera nella Roma imperiale

Come sa chi segue i miei tweet, sabato ho fatto una “cosa de curtura”. È passato così tanto tempo dall’ultima mostra/spettacolo teatrale/museo/monumento che ho visto che stento anche a ricordare di cosa si trattasse. Così, ho accolto la cosa con sommo sollievo. Ogni tanto ci vuole.
La cosa in questione è stata la visita ad un monumento romano un po’ misconosciuto, ma assolutamente meritevole di una visita; sotto la Basilica dei Santi Giovanni e Paolo al Celio si sviluppano le rovine di una serie di edifici romani di epoca imperiale. La particolarità del monumento sta nel fatto che si tratta di un posto chiuso. Cerco di spiegarvi cosa intendo.
Quando si visitano scavi archeologici romani, in genere si ha a che fare con rovine a cielo aperto, nel senso che delle case il più delle volte restano solo le planimetrie o poco più; i soffitti sono quasi sempre crollati, e lo sforzo d’immaginazione che occorre fare per figurarsi la casa com’era in origine è in genere non da poco. Questo succede per la maggior parte degli edifici anche di Pompei, che credo sia lo scavo meglio conservato del mondo (non meglio tutelato, purtroppo, come dimostrano fatti recenti…). Le case del Celio invece si trovano sotto terra, hai un tetto sulla testa, e, quando ci entri, semplicemente finisci in un’altra epoca, perché intorno a te hai sostanzialmente solo costruzioni di epoca romana (a parte le fondazioni della basilica). E questo, devo dire, fa una certa impressione. Tra l’altro, la visita che ho fatto io aveva la particolarità di essere accompagnata, oltre che dalle spiegazioni di un archeologo, anche dalla presenza di un attore che recitava brani di autori latini che in qualche modo erano connessi a quel che si vedeva, e questo ha ovviamente aumentato l’impressione di immergersi letteralmente in un altro mondo. Siamo abituati a considerare il passato come qualcosa di distante e per certi versi quasi alieno, come non fosse vero. Invece quella gente è esistita davvero, e la cosa più impressionante è che ci somigliava davvero parecchio. È una cosa che spesso sfugge, quando si studia la letteratura latina a scuola; l’ansia per la traduzione, quella patina da “roba che devo studiare” spesso impedisce di cogliere come l’umanità di 2000 anni fa somigliasse a noi. E la cosa non dovrebbe stupirci: un po’ perché la storia umana è il racconto di un eterno ritorno, in cui ogni generazione per certe cose riparte da zero, riscoprendo quando i suoi antenati avevano già capito, un po’ perché l’uomo è sempre l’uomo, c’è in noi un nucleo che non cambia con lo scorrere dei secoli. Così, la Roma imperiale era già una metropoli ingestibile, congestionata dal traffico, con la speculazione edilizia e la gente ammassata nei condomini dell’epoca, le insulae, non molto diverse da casa mia. Questa vicinanza in qualche modo ci commuove, e rende la storia qualcosa di palpitante, di vero.
L’altra cosa che mi ha colpita è questo privilegio che abbiamo noi italiani, e noi romani in particolare, cui non pensiamo mai: noi viviamo letteralmente sui resti di chi ci ha preceduto. Per noi la storia non è una cosa astratta che si studia sui libri, ma qualcosa di vivo e presente in ogni istante, persino per chi come me vive in periferia. Da bambina alcuni miei amici vivevano agli “Arcacci”, la zona della mia borgata più vicina al Raccordo Anulare, e così chiamata perché in mezzo alle case c’erano degli archi mezzi distrutti, i resti di un antico acquedotto romano. Mia zia, per contro, a Benevento ha un pezzo di mura longobarde dentro casa, sulla parete del salotto. Ecco, le nostre città sono tutte così.
Alla case romane del Celio si accede dal Clivio di Scauro, un meraviglioso vicoletto che è pressoché identico all’antica strada romana da cui nasce; sotto i sampietrini, c’è direttamente il basolato. E un pezzo di un vicolo adiacente si vede durante la visita stessa. Un pezzo di vicolo che ci appare identico a com’era all’epoca, come se con una macchina del tempo fosse possibile tornare indietro e vedere un pezzo della Roma di allora. Ma c’è di più. Uno dei muri della Basilica è in verità il muro dell’antica insula romana: si vedono ancora gli archi del porticato sotto il quale c’erano le botteghe e le finestre, ovviamente murate. Anche il muro di fronte è un muro romano riadattato. Di nuovo, smurando con l’immaginazione archi e finestre si è di fronte ad un panorama della Roma imperiale, sostanzialmente intatto.
E le case del Celio non sono l’unico “monumento a strati” di questa città: qualche chilometro più in là, sulla Via Labicana, c’è San Clemente, sopra chiesa barocca, in mezzo chiesa paleocristiana, sotto mitreo. Che a ben pensarci è una bella rappresentazione di come il cristianesimo s’è evoluto nei secoli, visto che ha svariate cose in comune col culto di Mitra.
Noi siamo così, frutto di quel che è venuto prima di noi, camminiamo sulla storia senza accorgercene, abbiamo cannibalizzato i nostri antenati (lo sapete, sì, che i marmi del Colosseo sono stati usati per le chiese della Città Eterna…) e viviamo letteralmente sui resti di chi ci ha preceduto. Nella zona in cui sorge casa mia, ad esempio, c’è una villa romana.
Io vi consiglio fortemente questa passeggiata serotina; l’ho trovata interessante, ma anche densa di così tante suggestioni…commovente e divertente, appassionante, direi. Perché per sapere davvero chi siamo, dobbiamo sapere anche da chi discendiamo. Per informazioni, qua.

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Bello

Come anticipato, ho messo online un po’ di foto delle mie vacanze. Mai come quest’anno mi fanno mediamente schifo, ma continuo a postarle nella speranza di essere invogliata a migliorarmi. Per chi fosse curioso, qui trova il pacchetto completo.
A stare due settimane in Sardegna, in un posto immerso nella natura, dove ho avuto modo di nuotare letteralmente in mezzo ai pesci, di fare incontri ravvicinati con ricci – di mare, ma anche di terra… – e stecchi, ho capito una cosa: che quel che mi manca di più, il resto dell’anno, a Roma, è un po’ di sana bellezza intorno.
Intendiamoci, io vivo in una delle città più belle del mondo. Che Roma sia splendida credo sia un po’ fuori discussione per tutti; è un dato di fatto, qualcosa che fa parte del nostro dna di romani. Ma dire che abito a Roma è un po’ eccessivo. Casa mia è certo nel comune di Roma, ma quest’ultimo e gigantesco, e abbraccia realtà profondamente diverse. È una delle caratteristiche di questa città bella e tremenda: cambi borgata, e ti sembra di stare in un’altra città.
Io sono sempre stata ai margini di Roma, per ventitré anni in borgata, ossia nell’estrema periferia, spesso degradata, in cui si sposano il peggio della città e del paese. Adesso vivo semplicemente in un quartiere residenziale periferico, un posto che conta più o meno dieci anni di vita. E, intendiamoci, fino a un paio di anni fa qui c’erano le volpi e gli istrici, si vedono i Castelli e spira il ponentino, ma…ma non è veramente bello. Voglio dire, mi piace casa mia, mi piace vivere qui, ma non riesco a togliermi di dosso l’impressione che tutta l’edilizia moderna, anche quando non raggiunge gli eccessi dei palazzinari anni ’60, se ne frega completamente dell’aspetto estetico. Produce solo case a basso costo, in cui incasellare più gente possibile. L’architettura qui non è una forma d’arte, è tirar su quattro mura in croce e amen, senza nessuna pretesa di “bello”. Costruire case non è ammobiliare un ambiente in modo bello e razionale, è colare cemento. E invece io credo che il bello serva, anche per vivere meglio. Andare in ufficio mi piaceva molto di più, quando lavoravo all’osservatorio, che è architettura fascista, quindi può piacere o meno, ma quanto meno ha una sua “poetica”, ed è per altro immerso in un parco stupendo, o quando lavoravo per l’ASI, e avevo una bella scrivania in un ufficio luminoso e piacevole. Devo dire che era dura invece stare all’università, in quella costruzione con cemento e tubature a vista, e con una finestra che dava sul muro di fronte.
La bellezza non è uno stupido accessorio di cui si può fare a meno, è linfa che ci aiuta ad affrontare meglio la giornata. Il superfluo a volte conta più di quel che è necessario. E avere un po’ di bellezza intorno aiuta, ricarica. Ecco, alla fine credo che in Italia, uno dei paesi più belli del mondo, paradossalmente abbiamo perso il gusto per la bellezza. Abbiamo sperperato quella che avevamo, permettendo abusi di ogni tipo, abbiamo lasciato che colate di cemento seppellissero gli alvei dei fiumi e le nostre coste, spesso anche con esiti tragici. E invece la bellezza resta un valore, qualcosa di cui abbiamo davvero bisogno.

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annegando

Roma allagata è uno dei miei ricordi più antichi. Non so nemmeno quanti anni avessi. Ho in testa quest’immagine di me assieme ai miei genitori, in macchina, mentre le vie sono un unico fiume in piena.
Da allora, a quel ricordo se ne sono sommate decine di altri. Ogni volta che piove, Roma si allaga. È matematico. E non stiamo parlando di semplici pozzanghere. Stiamo parlando di vie con dieci centimetri d’acqua che scorre, di guadi nei quali automaticamente le macchine affogano. Stiamo parlando di morti.
Stamattina mi sono svegliata con un tuono tremendo, per altro dopo una nottata in bianco perché Irene è stata male. Quando mia madre arriva a casa mia, è zuppa. Tempo dieci minuti, e mi chiama mio padre trafelato, dopo due ore e mezza di viaggio per fare venti chilometri, parlandomi di scene apocalittiche. Il risultato è che sono bloccata a casa. Dall’università non mi arrivano notizie: nessuno dei miei colleghi è online. Almeno qui, al quarto piano, l’acqua non arriva. Ma so di gente con la casa allagata e senza corrente.
Non è normale che in un paese che appartiene al lato fortunato succedano cose del genere. A Monaco andavo a lavorare con la bufera, treni, tram e autobus passavano senza problemi, una volta soltanto si sono congelati i binari e il tram è arrivato in ritardo. E intanto il bilancio è di un morto e un disperso. Un morto di pioggia. A Roma, in questo paese, si muore di pioggia.
Guardo fuori alla finestra, e penso che non solo questa città, ma quest’intero paese sta affogando. Dal grande al piccolo, niente funziona più, e mentre perdiamo un pezzo dopo l’altro, nei palazzi del potere chi dovrebbe cercare di salvarci porta a termine il sacco del paese, razziando tutto quanto è rimasto.
Non so se questa botta di pessimismo mi viene fuori dalle troppe immagini di violenza di questi giorni, o da questo cielo gonfio di pioggia. Il fatto è che sono stanca. Stanca delle cose che non funzionano, nessuna, stanca della mancanza di prospettive, stanca di ogni piccola cosa che diventa gigantesca.
E intanto aspetto. Di capire cosa fare oggi, se posso azzardarmi fuori da casa o è meglio che resti qui. Aspettiamo tutti, e forse lo facciamo da troppo tempo.

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Con gli occhi di Irene

Quando si vive in periferia, il centro è lontano quanto un miraggio. Immagino sia una cosa difficile da capire per uno che abita in una città di medie dimensioni. In una metropoli, soprattutto quando così estesa rispetto all’effettiva popolazione come Roma, un abisso divide le borgate dal centro. È come vivere in posti diversi. Da queste parti, quando andiamo al centro, diciamo “Andiamo a Roma”.
Ieri Irene è stata a Roma per la prima volta. In un anno di vita, aveva visto solo Villa Borghese un pomeriggio. Io avevo voglia di fare un po’ di foto, e di farle vedere la sua città. Così abbiamo preso armi e bagagli e siamo partiti.
A lei credo sia piaciuto. Si guardava in giro curiosa: tutte quelle luci, tutta quella gente, e poi la musica…
Io continuo a non riuscire a sentire questo posto mio. Ne posso ammirare la bellezza, ma davvero non riesco a credere che mi appartenga più di quanto non sia dei turisti che ci passano un solo giorno, o una settimana o due.
Però è stato bello fingere per Irene. Lei è romana di seconda generazione, di terza, se si considerano i miei suoceri, e voglio che sappia di cosa è figlia. Voglio che senta questa città più di me, e magari poi scelga da sola se amarla o meno, ma voglio che la conosca. Io forse non ho mai avuto molta scelta: i miei sono stati trapiantati qui a trent’anni dalla Campania, e giustamente non si sono mai sentiti romani. Chiusa nella mia borgata, così distante dal Cupolone, ho sempre preferito sentirmi campana. Il risultato è che adesso, nonostante il mio accento alla Ruggero di Un Sacco Bello, non so davvero cosa sono: vorrei sempre essere da un’altra parte, e se devo pensare a casa penso solo alle sere nevose di Monaco. Ma romana lo sono, qui sono nata, qui sono sempre vissuta, e devo farci i conti.
Ieri ho ammirato le luci, il cielo viola, il bianco assoluto di Trinità dei Monti contro il giallo dei palazzi di Piazza di Spagna, i mille colori di Piazza Navona, il verde delle sue fontane. Ho fatto tante foto, non ne ho trovata neppure una che mi piacesse, a sera, ma è stato bello. Portare Irene a far conoscenza col posto in cui è nata, e vederlo attraverso i suoi occhi. Ho insistito io per uscire, dopo un mese in cui non ho avuto quasi mai voglia di far niente.
Certe volte mi sembra che le cose stiano ricominciando, da capo, per la non…non lo so quale volta, un anno fa più o meno di questo periodo dicevo che si nasce e si muore un sacco di volte, e continuo a crederlo. Se penso ai Natali della mia infanzia mi sembrano distanti un’era geologica, e io ero un’altra persona. Un ciclo si chiude, uno si apre. Dopo un anno, forse finalmente ho partorito davvero, e ho preso seriamente consapevolezza di questo nuovo ruolo che mi sono ritagliata addosso: la mamma. So solo che andare a spasso con la mia famiglia, durante queste feste, è la cosa che più mi pacifica con me stessa.

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Senza speranza

Oggi il tema della puntata di Io, Chiara e l’Oscuro, una delle trasmissioni di Radio2 che più mi piacciono e che ascolto spesso, era Roma. Perché Roma non piace più agli italiani, ma Roma è veramente meglio o peggio di altre città, cose così.
È buffo che proprio oggi sia emersa questa storia a dir poco agghiacciante della ragazza aggredita ad Anagnina, un posto che sta dietro la scrivania in cui siedo adesso, e che ho bazzicato fin dall’adolescenza.
E proprio stamattina pensavo che Roma forse è stata così amata, e ormai è così odiata, perché è la summa dell’italianità. Tutto quello che un tempo avete amato di questa città, e che ora odiate, è solo il riflesso di ciò che eravate e ora non siete più. L’arte di arrangiarsi, il farsi i fatti propri spesso a discapito degli altri, l’orgoglio per un passato glorioso…non sono cose romane. Sono cose italiane.
Ieri in tv passava Il Medico della Mutua. Un film straordinario, per quanto mi riguarda. Sordi è stato – a ragione – considerato l’emblema della romanità. Un po’ come Totò quello della napoletanità. Ma se i personaggi di Totò sono spesso dolenti, bravi guaglioni presi a mazzate dalla vita, che anche quando delinquono lo fanno con cuore e una specie di onestà di fondo, i personaggi di Sordi sono spesso sordidi, cattivi, meschini. Come il dottor Terzilli, pronto a tutto pur di avere successo. Sordi non ha alcuna indulgenza nei confronti dei suoi personaggi, Sordi nel ’68 ci mostrava quel che siamo sempre stati, e che ora siamo diventati con estrema chiarezza.
Roma è lo specchio di quest’Italia, e per questo quando la guardi ti fa orrore. La metropoli disumanizzante, in cui si vive aggrappati con le mani e coi denti al proprio giardino, ergendogli mura altissime intorno, perché l’altro non è né risorsa né specchio: è solo un nemico. Un posto dove non si pratica più l’accoglienza, in cui il motto è “fatti i cazzi tuoi”. Come la vecchia che scavalca il corpo della ragazza che giace ad Anagnina. Ci poteva essere uno qualsiasi di noi, là per terra. Siamo entità separate che si muovono sperdute in un contesto che le spaventa, tra periferie disumane in cui tutto sembra essere un elogio al brutto: dalle palazzine tutte identiche, barricate nella loro singolarità, ai prati spelacchiati deserti dopo una certa ora, alle mura coperte di scritte inneggianti all’odio (withe power, trans raus, shoa must go on). E intorno a noi non c’è nessuno che ci chiami all’aggregazione, ma tutti che ci invitano invece a separarci, ad avere ancora più paura, dai tg pieni solo di cronaca nera, da seguire morbosamente, come nel caso Scazzi – vera e propria pornografia del dolore e della violenza – o su cui esercitarsi in finta indignazione, come quanto accaduto ad Anagnina venerdì. Tutti col senno di poi a dire che si sarebbero fermati. Chi lo sa. Davvero? E quante volte abbiamo girato la testa di fronte al barbone che dorme alla stazione Termini? Alla prostituta ragazzina aggredita dal cliente? E poi i politici, che sfruttano la nostra paura, la aizzano, perché la prima cosa è creare un nemico, additarcelo. Gli extracomunitari, gli islamici, i cinesi, i rumeni, gli uomini. Tutti.
Siamo tutti così? No, certo. Due anni fa una ragazza venne investita sotto i nostri occhi da un motorino. Si fece subito il capannello, aspettammo con lei i soccorsi, e, a parte un intelligentone che la acchiappò per le braccia per spostarla da terra e togliere l’ingombro dal traffico, tutti furono collaborativi e gentili. Ma alla fine, alla sera, tutti chiudiamo la porta a due mandate, e lasciamo il mondo fuori. Io stesso non saprei neppure descrivere la faccia dei miei vicini di pianerottolo.
E si va avanti così, in un paese che non sa più sperare. Perché questo è il vero morbo che sta portando l’Italia verso l’abisso: l’incapacità generalizzata di pensare un domani diverso.

P.S.
Per chi fosse interessato, sul sito di Radio2 Social Club c’è il podcast della puntata di sabato.

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