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Crediti assai poco formativi

Oggi avrei voluto fare un post esclusivamente di servizio, in cui segnalarvi tutti i miei prossimi eventi. Poi viene fuori questa storia, e mi rendo conto che no, non posso parlare solo delle mie prossime presentazioni.
Sono consapevole di aver parlato dell’argomento fino allo sfinimento, ma ci sono cose che vanno ripetute, e ripetute, e ripetute, perché evidentemente non passano.
Il fatto in sé è di estrema gravità. A scuola si dovrebbe insegnare la scienza, che, fino a prova contraria, al momento rappresenta il nostro strumento più efficace e potente per la comprensione dei fenomeni naturali. C’è gente che è morta per l’affermazione del metodo scientifico, e la sua ideazione, la sua elaborazione e il suo perfezionamento sono cose che ci sono costate secoli di fatica, e sono comunque processi ancora in fieri. La scienza ci ha dato moltissimo, ha allungato la nostra aspettativa di vita, ci ha liberato da moltissime paure, ci ha permesso ad esempio di fare quel che stiamo facendo ora: comunicare istantaneamente sebbene siamo in luoghi lontanissimi.
La scienza non è una casta chiusa in cui un certo numero di scienziati dotati di bollino di approvazione se la cantano e se la suonano escludendo il resto del mondo. So che questa è la visione che se ne ha, e non nego che la colpa sia anche di chi la scienza la pratica, e che spesso ritiene non sia necessario aprire al mondo la conoscenza che produce col proprio lavoro, ma, semplicemente, non è così. Nessuno rifiuta a priori le idee di Giuliani, che, peraltro, non sono neppure nuove, e sono ancora oggetto di numerosi studi. Semplicemente, le sue idee non hanno superato il vaglio della prova sperimentale. Giuliani non ha mai predetto niente, il radon non ha mai dimostrato grandi capacità predittive, ci sono stati dei casi di correlazione tra terremoti e aumenti della concentrazione del radon, ma ci sono anche stati terremoti senza aumento del radon e aumenti del radon senza terremoti. Giuliani, per altro, non è neppure un geologo. Ok, nella scienza, fino ad un certo punto, ovviamente, c’è posto anche per i semplici amatori (gli astrofili fanno un egregio lavoro nell’identificazione degli asteroidi potenzialmente pericolosi per la Terra, e progetti come Galaxy Zoo dimostrano che anche gente senza specifiche competenze scientifiche può dare un contributo alla scienza), ma ci vuole un certo know-how di base per elaborare una teoria decente, dove per decente intendo capace di resistere alla prova dei fatti. È un’idea molto contemporanea quella che tutti possano essere esperti di tutto: leggo due pagine di Wikipedia e improvvisamente sono un costituzionalista, leggo un sito online è divento un esperto di fisica teorica. No. Non ci vogliono competenze specifiche per classificare la forma delle galassie, e dunque questo è un lavoro utilissimo che può essere fatto anche dal comune cittadino, ma ci vogliono certe conoscenze geologiche per attaccare un problema delicato come la previsione dei terremoti. Giuliani ce le ha?
Questa storia è un segnale bruttissimo. È l’ennesima prova che la scienza è considerata qualcosa di vilissimo, in Italia, e dimostra che la gente che insegna ai nostri figli mette sullo stesso piano la cialtroneria e il metodo scientifico. Non pensiate che si tratti solo di colore locale, che questa cosa non abbia conseguenze. Il sistematico svilimento della scienza che si pratica nella nostra società avrà esiti nefastissimi in futuro, se non si inverte la tendenza: già il morbillo è tornato una minaccia per i bambini, perché i genitori non vogliono più vaccinare i figli. Dare soldi a ricerche che non hanno nulla di scientifico significa toglierli a chi invece la scienza la conosce e la pratica con cognizione di causa: per secoli ci siamo affidati al sentito dire, alla religione e alla superstizione per capire cose come la natura e la malattia, e morivamo come mosche. La scienza, nei suoi cinquencento anni di vita, ha invece dimostrato di essere efficace nello spiegare e predire i fenomeni naturali. Vogliamo tornare agli sciamani?
Vi copio qui sotto il testo della petizione che ho sottoscritto per chiedere che le scuole non riconoscano crediti formativi agli studenti che parteciperanno alla conferenza di Giuliani. Siete in tempo fino a domani per aderire, mandando una mail a petizionegiuliani@outlook.com. Io l’ho fatto, perché conoscere significa essere liberi, e per conoscere occorre avere gli strumenti giusti. Qui si parla del nostro futuro, e io vorrei per mia figlia una scuola che insegni davvero a capire il mondo, e che non venda paccottiglia pseudoscientifica che attira solo perché ci dà un falso senso di rassicurazione.

Ai signori Dirigenti Scolastici e Consigli di Classe:
Istituto Tecnico Industriale “E. Fermi” – Via Cesare Minardi 14 – Frascati
Istituto Professionale per i Servizi Commerciali “M. Pantaleoni” – Via B. Postorino 27 – Frascati
Liceo Classico “Marco Tullio Cicerone” – Via Fontana Vecchia 2 – Frascati
Istituto Tecnico Commerciale “Michelangelo Buonarroti” – Via Angelo Celli 1 – Frascati
Liceo Scientifico “Bruno Touschek” – Via Kennedy – Grottaferrata
Scuola Superiore “Giovanni Falcone” – Via Garibaldi,19 – Grottaferrata
Scuola Superiore “San Nilo” – Piazza Marconi, 7 – Grottaferrata
Istituto Salesiano Villa Sora – Via Tuscolana, 5 – Frascati
e, per conoscenza:
Italia Nostra – Settore Educazione al Patrimonio – educazioneformazione@italianostra.org

Oggetto: Crediti formativi per conferenza Giampaolo Giuliani

Egregi Signori,
scriviamo per richiedere una vostra presa di posizione in merito all’evento del titolo “È possibile prevedere i terremoti?”, che si terrà il 19 Aprile a Frascati. Questo evento prevede la presenza di Giampaolo Giuliani, che ha recentemente fatto parlare di sé perché sostiene di poter prevedere i terremoti osservando le emissioni di radon, affiancato da Leonardo Nicoli, direttore della Fondazione Giuliani.
Dobbiamo con rammarico osservare che un’associazione meritoria, Italia Nostra, offra il proprio patrocinio a un evento in cui un signore che si muove all’esterno della comunità scientifica può liberamente divulgare le sue opinabili ipotesi su un tema alquanto delicato e sensibile, il tutto senza alcun contraddittorio. Certamente ognuno ha il diritto di esprimere le proprie opinioni, il rammarico nasce dalla perentorietà di certe affermazioni del signor Giuliani, che non risultano a tutt’oggi verificate (vedi approfondimento allegato), diffuse sull’onda emotiva in un paese che negli ultimi anni ha avuto a che fare con eventi sismici particolarmente distruttivi. Il rammarico si trasforma però in sdegno nell’apprendere che la partecipazione a questo incontro verrà considerata come credito formativo per gli studenti, nonostante non ci sia alcun riconoscimento ufficiale delle idee del Sig. Giuliani, né da parte del MIUR né da parte di altri Istituti che si occupano di territorio, a qualunque titolo.
Una cosa che vorremmo fosse insegnata agli studenti è che qualunque teoria riguardante fenomeni naturali deve umilmente sottoporsi al giudizio di tutti coloro che studiano, nei vari aspetti, questo stesso fenomeno (peer-review). Questo giudizio dovrà avvenire attraverso procedure standard, che non possono prescindere da metodologie condivise di indagine; dall’elaborazione di ipotesi e previsioni potenzialmente verificabili; da adeguata pubblicazione dei risultati sperimentali; dal controllo di esperti indipendenti; dalla verifica sperimentale indipendente delle ipotesi formulate, ecc.
L’insieme di queste procedure non è un capriccio di qualche fantomatico establishment; al contrario, queste regole hanno lo scopo di garantire una conoscenza della realtà oggettiva, affidabile, verificabile e condivisibile. Esse costituiscono il metodo scientifico, che si è andato costruendo nel corso dei secoli con il contributo di tutti coloro che si occupano di Scienza e di Conoscenza, nella consapevolezza che la conoscenza scientifica ha come giudice unico la Natura stessa, non un’autorità terrestre, non sicuramente l’opinione pubblica. Chi si colloca al di fuori di queste pratiche collaudate – che, proprio in virtù del fatto di ammettere la possibilità di errore, forniscono gli strumenti per individuarlo e correggerlo – si colloca al di fuori del mondo della scienza.
Purtroppo – e l’esame delle cause sarebbe lungo e complesso – in questi ultimi anni in Italia stiamo assistendo al fiorire di sedicenti “ricercatori indipendenti” in vari campi del sapere; personaggi che si fanno vanto dell’essere “emarginati dalla scienza ufficiale”, e trovano così la maniera di diventare noti all’opinione pubblica, propugnando fantomatiche “scoperte eccezionali”, rifiutate a causa di chissà quali indegni complotti. Questi venditori di illusioni giocano spesso con la sofferenza delle persone, e trovano chi li sostiene per meri interessi politici, ideologici od economici.
Contemporaneamente viene sottovalutato, non finanziato, ostacolato il lavoro di tanti ricercatori seri (spesso precari e malpagati) la cui colpa è quella di non far parte del grande circuito mediatico, di non “far notizia”. Il vero scandalo non è il presunto ostracismo verso Giuliani o quelli come lui: il vero scandalo è che l’Italia destina sempre meno risorse alla ricerca seria, all’Università, all’Istruzione, mettendo una seria ipoteca sul nostro futuro come nazione sviluppata e costringendo molti dei nostri ingegni più brillanti a trasferirsi all’estero. Dare legittimità agli outsider come Giuliani di certo non aiuta a muoversi in questa direzione.
In conclusione chiediamo a tutti voi, Dirigenti Scolastici e Docenti, di dare la massima visibilità a questo documento e di non riconoscere, in sede di consiglio di classe, crediti formativi a fronte della presentazione dell’attestato di frequenza all’evento. Possiamo suggerire, in alternativa, la partecipazione all’incontro “La previsione dei terremoti: tra miti e realtà” di Warner Marzocchi, direttore di ricerca presso l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia – INGV, che si terrà il 18 aprile ore 16-18 presso il Dipartimento di Fisica, Università la Sapienza, Aula Amaldi.
Ci auguriamo, ove possibile e compatibilmente con il carico didattico, che quanto scritto funga da stimolo per aprire una discussione con gli studenti sull’importanza di una corretta e rigorosa informazione scientifica.
Distinti saluti.

Marco Fulvio Barozzi, blogger scientifico e insegnante
Luca Di Fino, ricercatore TD Dip. Fisica, Università Tor Vergata
Aldo Piombino, blogger scientifico
Simone Angioni, chimico, Università di Pavia, Segretario Associazione Culturale Scientificast
Marzia Bandoni, esperta e-learning
Martino Benzi, ingegnere
Paolo Bianchi, blogger scientifico, Associazione Culturale Scientificast
Marco Casolino, Primo Ricercatore INFN e Dip. Fisica, Università Roma Tor Vergata
Pellegrino Conte, professore associato di Chimica Agraria, Università degli Studi di Palermo
Carlo Cosmelli, docente di Fisica, Dipartimento di Fisica, Università Roma Sapienza
Marco Ferrari, giornalista scientifico
Mario Genco, Dibattito Scienza
Milena Macciò, Dibattito Scienza
Silvano Mattioli, Dibattito Scienza
Marco Messineo, fisico, Dibattito Scienza
Silvia Onesti, Elettra-Sincrotrone Trieste
Daniele Oppo, cronista free lance e blogger
Giuseppe Perelli, studente di dottorato in Scienze Computazionali e Informatiche
Lisa Signorile, biologa e blogger scientifica
Fabrizio Tessari, Dibattito Scienza
Luca Vanini, studente in Ingegneria Meccanica
Bruna Vestri, blogger
Veronica Zaconte, fisico
Ignazio Verde, primo ricercatore, CRA – Centro di Ricerca per la Frutticoltura, Roma

Un breve approfondimento
Le idee di Giampaolo Giuliani non sono così originali e rivoluzionarie come certa stampa afferma: sulle relazioni fra emissioni di radon e terremoti ci sono diversi studi in molte aree sismiche del mondo, da Taiwan all’Islanda, passando per la California. Tutte le principali riviste scientifiche specializzate ne hanno prima o poi parlato. Che non sia propriamente una novità lo dimostrano le prime tracce in bibliografia, che risalgono al 1967. In California il sistema fu usato regolarmente per un po’ di tempo negli anni ’70. Ci furono dei riscontri per un paio di eventi nel 1979, ma poi il metodo è stato sostanzialmente eliminato perché la sua affidabilità era scadente; per esempio, il terremoto di Landers del 1972 fu seguito un paio di settimane dopo l’evento da anomali valori del gas e nel 1981 ci fu un brusco innalzamento dei livelli nell’area di Los Angeles, ma non accadde nulla. A Taiwan, dove vi sono aree particolarmente idonee a questi studi, sia geologicamente che climaticamente, si sono registrati diversi episodi di correlazione tra radon e sismicità. Ad esempio, la sorveglianza della faglia di Chuko ha dimostrato un aumento delle emissioni di radon prima di eventi sismici lungo quella specifica faglia, ma ancora senza raggiungere una predizione degli eventi stessi in qualche misura soddisfacente.
Il problema è che questi studi hanno dato troppi falsi positivi mettendo in evidenza quanto poco il radon sia predittivo. Una previsione è valida quando funziona, cioè quando l’evento si verifica. Una previsione è sbagliata sia se prevede qualcosa che poi non avviene (falso positivo), sia quando non prevede qualcosa che invece avviene (falso negativo). Dire che prima o poi pioverà a Roma è sicuramente una previsione che sarà confermata dai fatti, ma non può considerarsi di certo rivoluzionaria, anche se basata su osservazioni condivise.
C’è poi una differenza fondamentale fra Giuliani e queste ricerche: tutte si basano sullo studio di una singola faglia, quando invece Giuliani parla genericamente di aree. Questo è un particolare di non trascurabile importanza: prevedere un terremoto significa fare un comunicato in cui si scrive che “circa il tal giorno alla tal ora si verificherà lungo quella faglia un evento di magnitudo n il quale provocherà uno scuotimento come da cartografia allegata”. Come si può definire l’area in cui vanno presi provvedimenti di protezione civile senza sapere quale faglia si muoverà?
Ricordiamo inoltre che Giuliani non ha mai realmente previsto nulla di significativo, come dimostra un video del Marzo 2010 preparato dai ricercatori dell’INGV, grazie al quale vengono messe in evidenza tutte le sue contraddizioni: infatti non riesce, nemmeno successivamente al tragico sisma che il 6 Aprile del 2009 colpì la città dell’Aquila, a fornire una informazione coerente sulla sua presunta previsione del terremoto. Anzi, risulta agli atti che una settimana prima del fatale terremoto aquilano voleva sgomberare Sulmona a seguito dell’evento di Magnitudo 4.0 che aveva colpito la cittadina il 29 marzo 2009. Insomma, si prevede pioggia a Frascati e poi aprono gli ombrelli a Ladispoli. Che previsione è?
Siamo convinti che la ricerca sui segnali premonitori dei terremoti sia importante, ma debba essere condotta in contesti davvero affidabili, non certo sull’onda dell’emotività o della personalizzazione. Siamo tuttavia altrettanto certi che in un paese come il nostro sia più importante investire nella prevenzione, con una adeguata gestione del territorio e con norme e controlli più stringenti sul patrimonio edilizio. La lezione ci viene dal Giappone, paese con sismicità anche superiore alla nostra: costruire in maniera corretta e nei luoghi corretti vuol dire anzitutto abbattere drasticamente la perdita di vite umane, anche in caso di forti terremoti, oltre a ridurre sensibilmente i costi per la ricostruzione post-sismica. Certo che ci vogliono precise scelte politiche, e all’orizzonte non si vedono segnali confortanti.

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La parente scema della lettere

Ieri, spulciando Twitter, ho letto una cosa che mi ha in egual misura irritata e itristita. Come saprete, questo fine settimana a Milano si è tenuta Book City, una manifestazione dedicata ai libri. Il mio incontro di venerdì sera alla Libreria Mondadori di Piazza del Duomo rientrava proprio nel contesto di questa manifestazione. Tra i vari autori che hanno partecipato, c’è stato anche Paolo Giordano; forse i lettori di lungo corso di questo blog si ricorderanno che è un autore che apprezzo molto. Comunque, ieri sera vedo comparire sulla mia timeline questo tweet:

#PaoloGiordano Mi sono reso conto che l’unico approccio razionale alla realtà non è la fisica,che non contempla il mistero,ma la #scrittura

Ora, Twitter è un po’ come il telefono senza fili, le informazioni arrivano filtrate dalle esperienze personali e dalla sensibilità dei singoli, e comunque una frase, avulsa dal suo contesto, non può essere giudicata per sé. Con questo voglio dire che non ho idea se queste siano le esatte parole pronunciate da Paolo Giordano, né, in caso lo fossero, in che contesto erano calate. Resta il fatto che qualcuno ha scritto questa frase su Twitter, considerandola evidentemente degna di essere condivisa. Se questa persona ragiona come me, l’ha messa online perché la considera una riflessione portatrice di una qualche verità. Ed è sotto queste premesse che si svolgerà tutto il resto di questo post.
Una frase come quella, detta da un fisico che, a quanto ne so, adesso fa solo lo scrittore, fa male alla scienza, molto più male di quanto bene possiamo fare io e tutte le altre persone che hanno a cuore la cultura scientifica del nostro paese e fanno magari anche divulgazione, quando possono. Fa male perché pronunciata (o attribuita, non so) ad una persona che fin qui rappresentava una figura a cavallo tra due mondi che gli italiani ritengono separati e contrapposti: scienza e lettere.
Lo sappiamo tutti: viviamo in un posto in cui la scienza non viene considerata cultura, e viene deprezzata a tale livello che non si ritiene sia necessario che l’italiano medio abbia almeno un’infarinatura di matematica, fisica e biologia. Ti sputano in faccia se non sai chi è Dante, ma se ignori la formula matematica della forza di gravità sei comunque una persona colta. E questa mentalità ci ha fatto male, tantissimo male.
Vedere un fisico che “salta il fosso”, dicendo che la scrittura ha criteri di determinazione della verità migliori della fisica (??) convince la gente che tutto sommato è vero, la scienza ammazza la poesia ed è un qualcosa a cavallo tra l’inutile e il dannoso.
È una vita che mi sento ripetere che studiare i meccanismi che regolano l’universo significa “togliere il mistero”, spoetizzare qualcosa che è bello di per sé. Per me questo equivale a dire che si può amare una persona solo se la si conosce poco; se la distanza si accorcia, tolgo “il mistero” e non posso più amarla.
La scienza nasce dal mistero. Da quello, e dal sense of wonder. Qualcuno, migliaia di anni fa, ha alzato gli occhi al cielo, e la meraviglia di quel che ha visto lo ha spinto a capire. A capire proprio perché ha amato quel che ha visto, è rimasto affascinato dalla sua perfezione, dalla sua immutabilità. Per altro, a quei tempi e per moltissimi secoli dopo, filosofia e scienza naturale erano indistinguibili, e il corpus del sapere umano era concepito come un tutto unico, in cui lettere e scienze non solo potevano ma dovevano convivere.
Il fatto che io sappia cos’è una galassia o una nebulosa planetaria non mi toglie una virgola all’esperienza emotiva che un’immagine come questa stimola.

(fonte: http://hwilson.zenfolio.com/p187515715/h8321F28#h8321f28)

A me piace il cielo, nello stesso senso in cui mi piace un quadro o una scultura. Il cielo è un posto di meraviglia, e di mistero, sì, perché se non ci fosse il mistero non ci sarebbe nulla da indagare.
Certo, la scienza il mistero cerca di dipanarlo. Credo che però la letteratura faccia lo stesso, o no? Non si raccontano storie per cercare di venire a capo della vita? Non si intrecciano trame per cercare di proporre la propria verità, o anche solo lanciare una domanda, nella speranza che qualcuno risponda? Scienza e letteratura, in modi ovviamente diversi, sono discorsi intorno e dentro il mistero, un mistero che tanto il letterato che lo scienziato sanno di non poter mai dipanare del tutto. È così, è il nostro destino, forse la nostra grandezza.
Infine, una frase del genere si gioca su un equivoco di fondo: che si possano applicare strumenti e mezzi della lettaratura e della scienza agli stessi argomenti. Scienza e lettere fanno lavori diversi: non mi sognerei mai di fare un’indagine scientifica per appurare come si diventa un bravo genitore, quand’è che inizia l’età della ragione, o che senso ha la vita, così come non userei la letteratura per capire cos’è successo durante il Big Bang. Ci sono argomenti per i quali il miglior approccio è quello scientifico, altri in cui l’indagine non può che essere letteraria. Ma immaginare che si debba usare l’una o l’altra indifferentemente secondo me è una stupidaggine bella e buona.
Forse sto montando un caso sul nulla, ma mi spiace, la scienza mi ha dato tanto in tutti questi anni, e le ho sacrificato moltissimo. Non ce la faccio a vederla ridotta sempre alla parente un po’ scomoda e scema delle lettere, loro sì dotate di grande dignità. Non è così. Il sapere non è questo, la cultura non è questo. L’uomo vuole sapere, è la molla che lo spinge, e quando questo sapere si esercita sui fatti di natura, sui meccanismi del cosmo, la scienza dà risposte, le lettere descrizioni poetiche. Che servono anche loro, ma non aumentano la comprensione del cosmo. Inutile poi che stia a enumerarvi come sempre quanto la scienza ci ha permesso in termini di miglioramento della vita e allungamento della stessa.
Ma a volte ho l’impressione che siano solo parole gettate al vento: combattiamo contro decenni di cultura umanistico-centrica, diffusa capillarmente a tutti i livelli. E intanto, la gente ha paura di “asteroidi grandi come il Texas”, frase presa di peso da Armageddon, che dovrebbero caderci sulla testa e di fantomatiche scie chimiche.

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Ci sono cose che non capisco

Torno sull’argomento della sentenza per il terremoto de L’Aquila – peraltro, per chi non avesse colto, citando Caparezza – per due ragioni: la prima è che oggi ho trovato alcuni dei sospirati documenti, e l’altra è che la discussione è andata avanti anche su altri lidi, e ci sono cose da aggiungere al post di ieri, che, comunque, era centrato più che altro sui rapporti scienza/società.
Ho trovato il verbale della famosa riunione della Commissione Grandi Rischi, quello dal quale, secondo quando si è capito della sentenza – ricordo che le motivazioni ancora non sono state rese note, quindi da questo punto di vista siamo nel campo delle supposizioni – fa parte della “cattiva comunicazione del rischio” da parte della Commissione. Leggetela anche voi, è linkata in questo post. Ebbene, devo dire che mi pare una cosa onestissima, in cui viene specificato a chiare lettere che i terremoti non si possono prevedere, e da cui non emerge alcuna sottovalutazione del rischio. Evidentemente c’è qualcosa che mi sfugge, anche perché la famosa dichiarazione “tanti piccoli terremoti fanno scaricare l’energia” nel verbale non c’è, e dunque parrebbe un’iniziativa personale del vice capo della Protezione Civile dell’epoca, che scienziato non è. Comunque.
Il secondo elemento che si è aggiunto è il fatto che ho scoperto cos’è la Commissione Grandi Rischi. Scopro che la sua funzione principale è di fornire pareri di carattere tecnico-scientifico su quesiti del Capo Dipartimento e dare indicazioni su come migliorare la capacita di valutazione, previsione e prevenzione dei diversi rischi grazie alla consulenza di un panel di scienziati. E già qui inizio a non capire.
La prevenzione dei terremoti è effettivamente l’unica arma a nostra dispozione al momento; peccato che tale prevenzione giochi sul lunghissimo periodo, e consista principalmente nel costruire con critesi antisismici dettati dalle stime di smismicità della zona. Una cosa che, a occhio e croce, non si fa durante uno sciame sismico, ma prima. Mi sfugge dunque che senso avesse la convocazione della Commissione in quel momento in quel luogo. I terremoti non si prevedono, e quindi?
Anche sul fronte della stima del rischio, non capisco che senso avesse convocare la commissione: era o non era cosa cognita la sismicità della zona e lo stato delle costruzioni in città? Se non lo era, siamo di fronte ad un grosso problema, se lo era cosa avrebbe potuto dire la commissione, se non che in caso di una scossa forte, imprevedibile e poco probabile, anche se possibile, vista la storia della zona, sarebbe stata una strage? E a cosa serviva una cosa del genere?
Mi sembra di capire che ai membri della Commissione venga imputato di non aver consigliato alla gente di dormire fuori, ma di aver detto loro di tornare tranquillamente a casa. A parte che questo dal verbale della riunione non emerge, che senso ha far dormire la gente di fuori quando non c’è un’allerta precisa? Voglio dire, nessuno era in grado di dire se e quando ci sarebbe stata la scossa: cosa si faceva, si teneva la gente in strada a tempo indeterminato? E se poi non fosse successo niente? Tutti condannati per procurato allarme?
C’è evidentemente un problema metodologico di fondo, che è un po’ IL problema dell’Italia: che si fa tutto in emergenza. Nessuno pensa a preparare i sacchi di sale prima che nevichi, nessuno cerca di conservare il territorio prima di un’alluvione, nessuno applica i criteri antisismici prima di un terremoto. Però ci piace chiedere aiuto al momento dell’emergenza; stavolta il totem non è il santo del paese, ma la scienza, che miracolosamente doveva intervenire per rimediare ad anni e anni di condoni a caso e illegalità diffusa. E certo.
Tra l’altro, decidere se rassicurare o meno la popolazione, se evacuarla, se farla stare dove sta non spetta alla “scienza”, ma alla politica, in base ai dati forniti dalla scienza. I sismologi ti dicono come stanno le cose, poi sta a te politico prenderti le tue responsabilità e decidere cosa fare della comunità che governi. E, ancora, ricadiamo nell’ambito di ciò che la scienza può fare o non può fare.
La verità è che più mi inoltro in questa storia, più mi sembra c’entri pochissimo la scienza, tirata per la giacchetta, e molto la cattiva politica.

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Povera scienza

Ho cercato di informarmi un po’ su questa storia della condanna dei membri della Commissione Grandi Rischi per il terremoto de L’Aquila. A parte che, per inciso, vorrei capire perché, per capire qualcosa di attualità, il cittadino deve sempre farsi ricerche da tesi di laurea. Se non inizi a seguire una notizia coi primi articoli che ne parlano, poi capire di cosa si sta parlando diventa una missione impossibile. Tante volte mi è capitato di perdermi tra link e contro-link sui quotidiani online cercando di capire di cosa si sta parlando, da quali fatti sono originati i commenti successivi. Ecco, i fatti, i fatti non te li spiega mai davvero nessuno. In compenso, so cose ne pensano i capi di tutte le varie forze politiche. Utilissimo, direi. Comunque.
Non trovo la sentenza, per cui non posso dire di poter parlare con reale cognizione di causa, ma mi pare di aver capito – mi pare, sottolineo – che la condanna non sia stata originata dalla incapacità della Commissione di prevedere il terremoto. In effetti la sentenza, almeno negli stralci che ho trovato, dice esplicitamente che i terremoti non si possono prevedere, è un fatto assodato. Piuttosto, la condanna deriva dal fatto che, a fronte di una sostanziale incapacità della scienza a fornire dati che permettessero di rassicurare la popolazione, la Commissione si è affrettata a dire che non c’era di che preoccuparsi, che la gente poteva stare tranquilla. E se è così, mi spiace, ma è stata commessa una leggerezza.
La cosa che però mi preme è in realtà collaterale alla sentenza. Per l’ennesima volta noto che il grande pubblico non sa cosa sia la scienza. Viviamo circondati di scienza, o dei suoi prodotti, ma continuiamo o a non crederle o a crederle troppo. Da un lato, prolificano complottismi di ogni genere, e quest’idea che esista una “scienza ufficiale” prona ai “poteri forti” che soffoca le voci “altre”, invariabilmente portatrici della verità. Si, sto parlando di Giuliani, ad esempio, ma il discorso vale anche per il complottismo sui vaccini, o sulle cure per il cancro. E dunque, della scienza non ci si fida. Dall’altra, c’è una fiducia cieca, totale, nella capacità della scienza di prevedere tutto, che è antiscientifica anche lei. La scienza non è tanto un corpus unico di conoscenze: è un metodo che, allo stato attuale delle cose, si è dimostrato efficacissimo per cercare di apprendere come funziona la natura. La scienza è il sistema per discernere, nella descrizione dell’universo, le teorie “giuste” da quelle “sbagliate”, dove giusto e sbagliato non hanno un senso assoluto, ma relativo alle conoscenze attuali e agli strumenti di indagine in nostro possesso.
Ci sono cose che la scienza non può fare. Ma non significa per questo che la scienza non funzioni. Basta intendersi su quali risposte può dare, e con quale margine di certezza, soprattutto, e quali no. I terremoti non si possono prevedere. E non perché il metodo scientifico non funziona, anzi: è perché non abbiamo i dati sufficienti, non abbiamo i modelli, i parametri da considerare sono troppi, e via così. E la scienza funziona proprio perché è in grado di tracciare con precisione il proprio seminato, di dire “questo posso dirlo, questo no”. È frustrante, certo, soprattutto quando in gioco c’è la vita umana. Ma se tutti sapessimo come funziona, forse smetteremmo di non crederle quando le risposte ci sono, e note con un considerevole grado di certezza, o di chiederle cose impossibili.
Da ormai troppi anni passa l’idea che non saperne di scienza non ti qualifichi come ignorante: sei ignorante se non sai coniugare i verbi, se non sai chi è Dante, ma se non sai la basi della meccanica, se non sai la differenza tra onde sonore e elettromagnetiche non è un problema. Puoi anche vantartene, se vuoi. Ecco, non è così. Siamo dove siamo, a livello di sviluppo tecnologico, e possiamo sperare di costruire un mondo migliore solo se sappiamo come funziona la natura. Così come serve l’abc per essere cittadini a pieno titolo, servono la fisica, la biologia, le scienze. Spero che prima o poi qualcuno se ne renda conto, o tra qualche anno perderemo tutto quel che abbiamo conquistato in termini di tecnologia e comprensione dell’universo.

P.S.
Io e Rossella vi aspettiamo stasera, ore 18.00, a Roma, Libreria IBS di Via Nazionale :)

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Scienza

E insomma, pare abbiano trovato il bosone di Higgs. Con enorme vergogna, confesso di non essere ferratissima sulla fisica delle particelle, o almeno su questa specifica branca. Io il bosone di Higgs, ve lo dico, non l’ho mai studiato, e non avendolo studiato non mi sento pronta a farne una trattazione divulgativa. Per cui vi rimando al blog di Amedeo Balbi, che è uno dei migliori blog scientifici in circolazione e il suo post lo trovo molto chiaro e divertente. Ovviamente, se avete domande, io posso provare a rispondervi.
Piuttosto, mi dilungo un po’ sugli aspetti sociologici della questione. Un anno fa, suppergiù, il pubblico improvvisamente si mise a discettare di relatività generale grazie alla storia dei neutrini superluminali di Opera. Un paio di anni prima, tutti stavamo lì a discutere di micro buchi neri grazie al Large Hadron Collider. Oggi, di nuovo una notizia di fisica finisce nella parte nobile della home page di Repubblica, quella sopra il primo scroll. Ecco, a me piacerebbe che tutto questo non fosse un fuoco di paglia, che la gente iniziasse ad avere un interesse genuino per la fisica, perché per la vita la fisica serve. E anche non servisse, sono da sempre convinta che se abbiamo un cervello è per cercare di capire il mondo. Qualcuno ha detto in passato che l’intelligenza umana è il sistema che ha trovato l’universo per indagare se stesso, e io sono d’accordo. Non mandate al macero i neuroni, siate sempre curiosi e chiedetevi perché le cose sono come sono. La fisica vi darà molte risposte, e nel peggiore dei casi vi aiuterà a formulare per bene le domande.

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Stamattina apro Repubblica per vedere che è successo nel mondo, e avevo ancora aperta la pagina sul bosone. Ero dunque nella sezione Scienza del giornale. In cima all’articolo, dove si parla degli altri articoli della sezione, spiccano due titoli:

“Scoperto nuovo testo Maya
la profezia non ha più segreti”

e

“Galline sterili e pozzi bollenti
Ecco le spie del terremoto”

E lì ho pensato che è la legge del contrappasso. Per una cosa trattata – almeno a quanto ho potuto giudicare io – con un minimo di rigore scientifico, ecco due belle cazzate che ristabiliscono la quantità media di umiliazione che la scienza deve sopportare dai media. Così, per non farci illudere troppo. Poi, vabbeh, leggi il primo articolo e l’archeologo interpellato fa di tutto per dire che la storia della profezia è una stronzata, ma è altrettanto evidente che al giornalista gliene cale poco, che “ritrovato antichissimo graffito risalente all’epoca Maya” non fa vendere tante copie come “ultima parola sulla fine del mondo nel 2012″. Pensavo però dovesse esserci un’etica anche nel giornalismo, ma evidentemente l’illusa sono io.
Sul secondo, che dire. Adesso sarà pieno di gente che gli si rompe il rubinetto dell’acqua calda e chiama i vigili del fuoco perché pensa ci sarà un terremoto. Non ho accesso alla ricerca originale, ma suppongo che nessun geologo si azzardi a trarre chiare conclusioni ai fini della previsione del terremoto dal fatto che le galline non facciano le uova. La scienza ha i suoi metodi, metodi che al 90% dei giornalisti e del vasto pubblico sono completamente ignoti. Che bellezza.

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Il congresso cui ho partecipato in questi giorni si è tenuto alla Pontificia Università Lateranense. L’università del Vaticano che sta a San Giovanni, qui a Roma, per chiarire. Facevamo i nostri talk nell’aula magna, sotto un gigantesco mosaico di un Cristo benedicente e la scritta, sopra “Magister Vester Unus Est Christus”. E c’è di più: il congresso commemorava i 55 anni dalla Conferenza Vaticana, una conferenza di astrofisica organizzata, udite udite, dal Vaticano.
In apertura, uno dei relatori ci ha letto brani di un articolo, per altro estremamente corretto dal punto di vista scientifico, che riassumeva le conclusioni di quella conferenza, e che era stato redatto da Pio XII. Sì, il Papa. E ve ne dico un’altra: uno dei padri della spettroscopia – che è, in breve, il sistema che abbiamo, tra le altre cose, per sapere di cosa sono fatte le stelle – era un gesuita, Padre Secchi. I gesuiti studiano ancora il cosmo, il Vaticano ha vari osservatori, uno dei quali è praticamente dentro la residenza estiva del Papa, a Castel Gandolfo.
Perché vi dico tutte queste cose? Perché la realtà è sempre più complessa di come la si dipinge. Siamo abituati a credere che fede e scienza siano agli estremi dello spettro della conoscenza, che la Chiesa odi la scienza e la scienza odi la religione. E, per carità, ci sono anche fondate ragioni per le quali abbiamo questa convinzione. Io però non la vedo per niente così, e probabilmente non sono la sola, tutto qua. E questo indipendentemente se si è scienziati, atei, credenti o filosofi.

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Il problema è evidentemente endemico

Science it’s a Girl Thing

Quello che avete appena visto non è il trailer di un film soft core, non è la pubblicità di una marca di trucchi né il promo di una serie epigona di Desperate Housewives. No, è un video della Commissione Europea che cerca di invogliare le ragazze a intraprendere carriere scientifiche. Che, in sé, è una cosa bellissima. Voglio dire, c’è un calo generalizzato delle vocazioni scientifiche, e in un momento storico in cui vanno per la maggiore solo i due modelli femminili più abusati della storia, la madonna e la puttana, indicare che ci sono altre vie è lodevole. Solo che uno vede quel video lì e:
a) non capisce di cosa stiamo parlando. Cosa fanno ‘ste modelle? Che vogliono? E tutti ‘sti phard e rossetti?
b) velatamente passa il messaggio che se a una ragazza vuoi farle piacere la scienza gliela devi dare come allegato a un rossetto o a un ombretto, sennò ciccia.
Ora, non c’è niente di male a indossare tacco 12 e a impazzire per l’ultimo ombretto in circolazione. Ma non capisco perché se ad alcune di noi queste cose piacciono poi devono piacere a tutte. Né si capisce perché il femminile debba essere solo declinato in trucco e parrucco. Sono meno donna se vado in giro con le sneakers? Ma soprattutto, ma chi cavolo ve l’ha detto che l’orizzonte femminile inizia e finisce con la moda?
Uno spot fatto così direi che attira più che altro i maschi, erroneamente convinti che i laboratori pullulino di figaccione in minigonna. Che ce ne sono, per carità, ma poi trovi anche quella col maglione, quella coi jeans, quella coi figli a casa, quella lesbica. Le donne, insomma, quelle vere, quelle che l’immaginario pubblicitario ormai ha deciso di ignorare sempre più pervicacemente.
Fa arrabbiare che un messaggio così importante debba essere appiattito su uno spot così avvilente, che dobbiamo ancora una volta star qui a combattere con l’ennesimo stereotipo che offusca una realtà fatta di un sacco di donne ricercatrici, donne normalissime per le quali la scienza è interessante a prescindere se serva o meno a fare un rossetto.
Fino a qualche minuto prima di vedere questa roba ero convinta – speravo – che il problema della rappresentazione del femminile fosse solo italiano, che, ahimè, le donne stanno vivendo un brutto quarto d’ora solo nella penisola. Invece no. Invece il problema è ampio, diffuso, e radicato.
Ragazze, la scienza è divertente e appassionante, non vi chiede di essere truccate e perfette come modelle come fa la tv, ma potete praticarla in scarpe da ginnastica o in stiletto 12, non gliene frega niente a nessuno. E se volete sapere come funziona davvero, ecco un po’ di belle testimonianze.

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OOPart, la croce di Cristo, e, dulcis in fundo, i templari

Ieri sera, mentre stiravo, mi sono vista Voyager. In genere quando stiro vedo roba che altrimenti non vedrei; è che ho bisogno di qualcosa di leggero, che non richieda troppo impegno, e che per qualche ragione mi possa risultare divertente. Supponevo Voyager rispondesse ai requisiti, premesso che lo conoscevo più che altro per i commenti che se ne fanno e per queste splendide vignette.
Ora, devo dire che leggero è leggero, e divertente pure. Temo però si tratti di comicità involontaria.
La trasmissione si apre con un lungo pezzo sulla croce di Cristo e le leggende che la circondano. Il che, per carità, è pure interessante. Peccato poi si passi al tema reliquie. E, come sa chiunque s’è letto Il Nome della Rosa e conosce il teschio di San Giovanni all’età di dodici anni, se si mettono insieme tutti i pezzi di croce disseminati in giro per il mondo viene fuori una foresta secolare. A onor del vero, Voyager lo dice, salvo poi attaccarsi ad una reliquia a suo dire straordinaria, unica, e misteriosa: il titolo della croce che è custodito qua a Roma, in Santa Croce in Gerusalemme.
Ora, a casa mia un reperto del genere ricade sotto l’interesse dell’archeologia, specie se voglio determinare se sia autentico o no, e dunque mi attenderei che a parlarne fosse un archeologo. Invece no, ne parla un teologo. Per venti minuti di analisi dettagliata del verso delle scritte, delle lettere e via così, quando a me, francamente, interessava una sola cosa: il carbonio 14 che dice? A quanto si data il reperto? E invece niente, venti minuti di musica di tensione e teologa che fa il pelo e il contropelo ad ogni singola lettera dell’iscrizione. “È scritto da destra verso sinistra, all’ebrea, pure la parte in latino! Ma allora è vera, e non un falso medievale! Perché un falsario medievale avrebbe dovuto metterci un errore così marchiano?” (eeeehhh?!). Vabbeh, dopo questi venti minuti, finalmente qualcuno si degna di dire, a bassa voce come gli effetti collaterali della Magica Trippy di Cortellesiana memoria, che il carbonio 14 ha datato il titolo tipo al 1000. Cioè 1000 anni dopo la crocifissione. Cioè, a casa mia, è un falso. Ma la teologa, imperterrita, di dice che l’iscrizione è una copia di quella vera. E quindi a noi?
Ma fin qui, direi niente di eclatante. Perché il pezzo forte viene dopo: gli OOPArt! Roba di cui avevo sentito parlare quando seguivo Spriggan (bel fumetto, ve lo consiglio) e che è un ottimo spunto per un bel libro di fantascienza, un po’ meno per un documentario. Mi attendo grandi cose. E infatti…”Uno in america dice di aver trovato impronte di essere umano fossilizzate accanto a quelle di dinosauro!” Chi? Dove? Quando? Si possono vedere? “No, ma comunque pare una cazzata”. Ah, ecco, mi sembrava.
“C’è una foto che ritrae soldati della Guerra di Secessione col cadavere di uno pterodattilo!”. Ah, figo. Oddio, ci vogliono palate di fantasia per riconoscere in quella roba sfocata uno pterodattilo, comunque…”Ma forse anche questo è un fotomontaggio”. Ah. È previsto un’OOPart che non sia una bufala in questa puntata sugli OOPart?
Ma arriva il pezzo forte. C’è un posto in Perù o in Cile – errore mio, mi sono persa l’esatta locazione di questo luogo – in cui si trovano delle statue risalenti a mille mila miliardi di anni fa! Prima di qualsiasi precedente testimonianza di civiltà!
Ok, fammi vedere.
Cominciamo male, perché il pezzo si apre con uno scrittore che delira sull’inizio della civiltà che andrebbe fatto risalire a molte migliaia di anni prima di quello indicato dalla “storia ufficiale” (poi qualcuno mi definisce la “scienza ufficiale”, perché io ancora non ho capito cosa sia, per quanto sospetti sia quella che fa un uso rigoroso del metodo scientifico). Ora, non che ci sia nulla di male in uno scrittore che parla di storia, ma se stiamo parlando di rivoluzionare le nostre conoscenze di archeologia, mi aspetterei che a parlare sia un archeologo, un paleontologo, al limite al limite un antropologo. Non uno scrittore. A meno che non sia uno scrittore come me, con la laurea scientifica, ma allora non capisco perché non mettercelo scritto. Sospetto invece che il problema sia che fa fatica prendersi una laurea in archeologia, quindi è molto più divertente sparare un po’ di cazzate a vanvera dopo aver letto un paio di articoli a riguardo sul web.
Comunque. Finalmente si va in questo posto dove la misteriosa civiltà avrebbe lasciato queste inequivocabili statue. Il posto sta a 4000 m d’altezza. E già questo mi fa sorgere dei dubbi, perché a quell’altezza lì, a meno di non esserci nati, si vaneggia. Comunque. Le telecamere finalmente indugiano su queste famose sculture. E a questo punto si affonda veramente nel ridicolo. La telecamera inquadra quelle che sono evidentemente formazioni naturali. “E questo è evidentemente il profilo di una donna africana”. Inquadratura su un gruppo di rocce informi. Sovrapposizione alle stesse di una serie di linee nere che, con tantissima fantasia, descrivono quello che una persona sotto l’effetto di peyote può descrivere come qualcosa con una vaga somiglianza con un profilo umano. “Qui un gruppo di foche”. Immagine di altre pietre, e altre linee che disperatamente cercano di disegnare qualcosa che assomigli a mammiferi di qualche genere. E via così per una decina di inquadrature di rocce, banali, semplici rocce.
“Qualcuno dice che forse siamo solo noi che immaginiamo di vederci dentro delle figure scolpite”.
Eh, mi sa che questo qualcuno sa il significato della parola pareidolia, che a te invece è evidentemente sconosciuto.
“Ma qui siamo di fronte a decine di figure, non può essere un caso”.
Beh, anch’io quando guardo il cielo nelle nuvole vedo decine di figure dotate di senso: le avranno scolpite gli alieni?
E poi, scusa, se il giochino è “roccia che somiglia a qualcosa”, non occorre andare in Cile/Perù, basta che vai in Sardegna, lì è veramente pieno. Una l’ho vista anch’io. Saranno stati gli Atlantidei?
“E poi, comunque, queste sono sculture antichissime, è ovvio che siano tutte storte, gli agenti atmosferici le hanno levigate”.
Sì, certo. Rumore di unghie sugli specchi.
Chiusa finale dello scrittore di prima che dice che anche se tutti ritengono che è un pazzo, se nessuno gli vuole credere, lui continua a pensare che tipo tre milioni di anni fa c’era una civiltà evoluta sulla terra. Bella pe’ te, come si direbbe a Roma.
Ora, io guardo queste cose e mi diverto. Mi diverto perché so fare una ricerca su internet e smontare in dieci minuti netti i “misteri misteriosi” di Voyager. Mi diverto perché conosco il metodo scientifico, e capisco che qui proprio manca del tutto. Per gente come me, Voyager è un piacevole passatempo. Ma tutti gli altri?
Può sembrare un passatempo senza conseguenze anche per loro, ma non lo è, perché chi crede a questa roba poi crede anche di potersi curare il cancro e il diabete con l’omeopatia. E queste sono cose che fanno morti.
Tra l’altro, ho trovato fastidioso il generale atteggiamento paraculo della trasmissione, che non prende mai una chiara posizione, nonostante la verità scientifica sia stata accertata nel 99.9% dei casi (e lo si scopre semplicemente andando su Wikipedia). No, si sorvola sulle prove scientifiche che smontano il mistero, ma al tempo stesso non si dice “è vero che gli uomini hanno vissuto al fianco dei dinosauri”. Si butta tutto sul piano dubitativo, in maniera tale che nessuno possa tacciare Voyager di sostenere tesi francamente irricevibili.
Insomma, in un mondo in cui la cultura scientifica fosse capillarmente diffusa, Voyager potrebbe essere un guilty pleasure da nerd e potremmo passare le serate a farne il debunking. Per dire, io poi mi sono anche divertita a cercare informazioni sui vari “misteri”. Ma in una società come la nostra in cui la scienza ha sempre meno credito presso il grosso pubblico e tutti pensano di essere esperti di tutto, Voyager mi sembra veramente scherzare col fuoco.

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La mia Scienza

Avrete capito che questa storia di Fukushima mi ossessiona. Io sono fatta così: a volte ci sono fatti che accadono che mi colonizzano la mente per giorni. Ci penso, ci ripenso, non riesco a togliermeli dalla mente. Fukushima è questo. E se dovessi dirvi perché, non sarei in grado di spiegarlo compiutamente. Forse perché sono un fisico. Ma non solo.
In ogni caso, seguo la diretta su quel che sta accadendo, leggo in giro, mi informo. E, come sempre quando si parla di scienza, ne leggo di ogni.
In Italia – sul resto del mondo non mi pronuncio, non ne ho esperienza diretta – c’è sempre stata questa specie di di conflitto tra scienza e materie umanistiche, che nei tempi più recenti sembra aver assegnato la vittoria alle seconde. Una persona che non conosce Dante è un ignorante, mentre uno che non conosce le tre leggi della termodinamica è solo uno che non ne sa di fisica, e tutto sommato non è grave. Ecco, io non ho mai capito perché per vivere è necessario conoscere la letteratura, ma è ininfluente sapere grazie a quali leggi fisiche siamo vivi.
In questi giorni, la scienza è tornata alla ribalta. E, come sempre, tutti la tirano per la giacchetta. Che poi è sempre stato così. La esaltano, come la panacea di ogni male, quando si tratta di dar contro ai credenti o al papa, tirano fuori il solito stantio mito dell’uomo che vuole farsi Dio quando qualcosa va male, come oggi. La piegano affinché sia in grado di adattarsi alle loro opinioni, e, quando non lo fa, esprimono una specie di orgoglio dell’ignoranza, come mi è capitato di leggere in giro. Ma purtroppo non funziona così. La scienza è ben al di là e al di sopra delle opinioni, perché, a differenza di tante altre cose umane, si è data un criterio di verità ben preciso, e aderisce ai fatti. La scienza dà i dati. E i dati sono lì, incontrovertibili, e sono il punto di partenza di ogni discussione, devono esserlo.
Il dibattito sul nucleare scatena in genere reazioni viscerali: la gente si accapiglia, si arrabbia. Gli stessi che ieri dicevano che la scienza è l’unica cosa che ci abbia permesso di allungare le nostre vite, adesso parlano di ybris, di tracotanza degli uomini nei confronti degli dei, di scienziati pazzi e senza etica. Ma gli eroi – perché sono eroi – che stanno cercando di contenere Fukushima non hanno dottorati in filologia romanza: sono fisici, ingegneri, tecnici, insomma. E stanno rischiando la loro vita per salvarne milioni. La loro esistenza molto probabilmente non sarà mai più la stessa, per loro l’apocalisse è già iniziata. Eppure sono là. E nelle discussioni che sto leggendo in giro, tanto spesso vedo che ci si basa sulle ipotesi, sui sentito dire.
Ok, non ci vuole un dottorato in fisica per parlare di nucleare. Ma devi sapere cos’è, senza necessariamente saperne di meccanica quantistica, quark e forza forte, certo, ma devi sapere di cosa si sta parlando. Devi sapere quali sono le problematiche connesse. Poi, certo, i dati vanno interpretati. Ma devi partire per forza di cose da quel che vedi ed esperisci, e che in questo caso la scienza ti comunica. È per questo che ho scritto il post di lunedì, è per questo che in questi giorni ho imparato su centrali nucleari, scorie radioattive e altro più di quanto sapessi prima. Perché voglio capire. Capire è l’unica via in ogni conflitto: capire riduce la paura, capire evita la guerra, capire ci rende persone migliori.
La scienza in fin dei conti è un’eterna lotta contro la paura. Non era solo curiosità quella che ci spinse a capire cosa fosse un fulmine. Era paura. È la paura che ci spinge a vagliare l’ignoto, perché è negli angoli bui che alligna il terrore, è là che la paura coagula in panico. La paura della morte e della sofferenza ha dato stimolo alla medicina, la paura del fuoco ci ha insegnato a domarlo, la paura del cielo ci ha spinto a studiarlo.
Ecco. La scienza è questo, solo questo. La ragione contro l’oscurità, la risposta del bambino alla paura del buio. Per questo non potete tirarla per la giacchetta quando volete, esaltarla o rigettarla a piacimento, come non si trattasse sempre della stessa cosa, dello stesso tentativo di sconfiggere l’ignoto. La scienza risponde a tutto? Certo che no. Ma risponde a volte cose, e ci insegna sempre a porci le domande giuste. Sul nucleare, vivaddio, dà risposte. Non le dà tutte, sono d’accordo, ma ne dà molte. Occorre partire da quelle per sviluppare poi tutte le filosofie che si vuole, e applicare tutti i ragionamenti etici del mondo. Ma partendo da un sostrato di discussione comune.
Insomma, torniamo anche un po’ alla scienza. A me ha dato tanto, nella mia vita, e se ci pensate bene, anche alla vostra.

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Fukushima, Černobyl’ e le altre

Aggiornato il 19 Marzo 2011

Il terremoto in Giappone mi ha molto colpita, come ha colpito tutti noi, suppongo. Il terremoto resta qualcosa di terrificante per l’uomo: improvviso, assolutamente imprevedibile, devastante, ci toglie una delle sicurezze più radicate in noi, quella nella solidità della terra che calpestiamo ogni giorno.
Comunque, non è del terremoto in sé che voglio parlare, ma dell’incidente nucleare che ne è conseguito. L’incidente a Fukushima è destinato a cambiare molte cose, la rinascita del programma nucleare italiano in primis: la gente ha di nuovo paura, come venticinque anni fa – e io Černobyl’ me lo ricordo molto bene – e questa paura condizionerà le nostre politiche future.
Ora, come sempre quando si parla di fisica, le informazioni che i media fanno circolare circa quel che sta succedendo o – speriamo decisamente di no – potrebbe accadere a Fukushima sono una mescolanza di cose vere, panzane, informazioni corrette e titoloni ad effetto. Tipo che sabato mattina leggo da qualche parte che il reattore di Fukushima sta andando incontro ad una fusione nucleare. Sì, come no. Per cui, nulla, ho pensato che avreste potuto apprezzare un po’ di informazioni al riguardo.
Cominciamo con alcune nozioni di base preliminari: la materia è fatta di atomi. Gli atomi, a loro volta, hanno un nucleo intorno al quale orbitano degli elettroni. Il nucleo, a sua volta, è formato da due tipi di particelle: neutroni e protoni. Tutto ciò che ci sta intorno, e noi compresi, ovviamente, è fatto di atomi. La differenza tra, che so, il ferro e l’aria sta nel numero di elettroni e protoni negli atomi.
Detto questo, passiamo alle fusioni e alle fissioni, e sul perché ci sia una bella differenza tra le due.
In condizioni di densità e temperature molto alte, può succedere che gli atomi possano fondersi tra loro, formando altri elementi. Il caso tipico è quello che abbiamo letteralmente sotto gli occhi tutti i giorni: il sole. Ebbene sì, quando guardate il sole, state osservando una fusione nucleare. Gli atomi di idrogeno di cui è composto il sole (nell’idrogeno c’è un protone e un elettrone) urtandosi a volte si fondono a formare un nucleo di elio (due protoni e due elettroni), producendo energia.
La fissione è il processo inverso: un atomo, bombardato da neutroni di data velocità, si può spezzare in due, producendo energia. Come vedete, c’è una bella differenza.
Le centrali nucleari utilizzano la seconda reazione, non la prima. Il motivo è presto spiegato: per ottenere una fusione, come già detto, ci vuole materia ad alta densità e alta temperatura (stiamo parlando di milioni di gradi), tutte cose che in linea teorica si possono ottenere, ma con un dispendio di energia enorme, superiore all’energia prodotta dalla reazione di fusione. È come giocare ad una lotteria il cui biglietto costa 100 euro e promette un premio di 50: vale la pena? No, perché anche in caso di vittoria avrai intascato solo la metà di quanto hai speso. Lo stesso accade con le reazioni di fusione. Per inciso, nel sole e nelle stelle in generale a fornire l’energia necessaria a riscaldare la materia è la forza di gravità.
Ma passiamo alle centrali nucleari. Come funzionano? Come un bollitore. Il principio è semplicissimo: qualcosa – ora vedremo cosa – scalda l’acqua, che diventa vapore e mette in moto delle turbine che a loro volta producono energia elettrica. Tutto qua? Tutto qua. E la fissione? La fissione è il qualcosa che scalda l’acqua. Abbiamo infatti detto che la fissione produce energia: la massa dei due frammenti in cui l’atomo si spezza è un po’ inferiore alla massa dell’atomo di partenza. La differenza si è trasformata in energia, secondo la famosa relazione di Einstein
E = mc2
Ok, fin qui sappiamo che, se bombardiamo un atomo di un certo materiale “adatto” a spezzarsi con un neutrone con una certa velocità, otteniamo energia. Ma l’energia prodotta in sé è piccola, è ovvio che dovremo spaccare un bel po’ di atomi, e ci piacerebbe anche che la reazione andasse avanti da sola, senza che qualcuno produca neutroni da sparare. La natura ci viene incontro: quando l’atomo si spezza, vengono prodotti anche un certo numero di neutroni, i quali, in linea teorica, sono in grado di rompere altri atomi. Però, l’abbiamo detto, devono avere una certa velocità, e essere anche in numero sufficiente. E qui conviene introdurre un parametro, K, che è uguale al numero di neutroni prodotti dalla reazione fratto il numero di neutroni usati per produrre la reazione stessa. Se K<1, il numero di neutroni disponibili a rompere altri atomi diminuisce nel tempo, e la reazione va ad esaurirsi. In questo caso la reazione è subcritica; se K=1, la reazione riesce a sostenersi, ed è stabile: in questo caso è critica; se K>1, allora ad ogni passo vengono rotti più atomi del passo precedente, e la reazione non solo si sostiene, ma aumenta nel tempo: è supercritica.
In un reattore nucleare in linea di massima la reazione deve essere critica o al massimo un pochino supercritica; questo perché vogliamo controllare la reazione, in modo da poter aumentare la potenza, se necessario, o diminuirla. In genere per farlo occorre variare ad esempio il numero di neutroni disponibili per la reazione. Per farlo, si usano le barre di controllo sbarre di materiale che “assorbe” i neutroni che vengono infilate a piacimento nel nocciolo, ossia la parte del reattore nucleare che contiene il materiale fissile.
Ora, primo punto fondamentale: una centrale nucleare non può esplodere tipo Hiroshima. Tutti gli incidenti nucleari che fin qui si sono prodotti, Černobyl’ compreso, non sono stati esplosioni nucleari. Non sto dicendo che i sistemi di sicurezza impediscono ad una centrale nucleare di esplodere come una bomba atomica: sto dicendo che le leggi di natura rendono impossibile una simile evenienza. Il perché è presto spiegato. Il materiale che si usa per le bombe atomiche e per le centrali di nucleari è spesso l’uranio. Ora, dell’uranio esistono diversi isotopi: gli isotopi sono atomi dello stesso elemento che differiscono per il numero di neutroni nel nucleo. La specie chimica è la stessa, ossia l’Uranio con 238 neutroni è uranio esattamente come quello con 235, ma le proprietà chimiche e fisiche possono essere diverse. L’uranio fissile ossia che può essere usato per le reazioni di fissione, è quello con 235 neutroni (235U). In natura, l’uranio si trova mescolato nei suoi due isotopi, in genere pochissimo 235U e molto 238U.
Ora, in una bomba quel che voglio è che venga rilasciata moltissima energia in un lasso di tempo molto breve: è questo quel che si intende quando si dice esplosione. Nel caso della bomba atomica, voglio che tutti gli atomi si spacchino in brevissimo tempo. La reazione dovrò quindi essere supercritica, e anche parecchio. Per ottenere questo scopo, si deve avere un uranio che sia il più possibile 235U puro. Il materiale fissile per le bombe, dunque, è ad alta concentrazione di 235U.
Nel caso invece di un reattore nucleare, ho interesse a che la mia reazione sia lenta e controllabile; l’uranio usato, dunque, ha un contenuto di materiale fissile molto minore rispetto a quello usato per bombe. Un materiale del genere non può esplodere. Punto.
Ok, va bene tutto, ma gli incidenti nucleari, allora? Perché proprio in queste ore si dice che il reattore di Fukushima potrebbe fondere? Può succedere, per varie ragioni, che la reazione di fissione vada fuori controllo, ossia che si producano troppi neutroni e dunque la reazione aumenti esponenzialmente. Intendiamoci, non è normale che accada: quando succede vuol dire che qualcosa sta andando terribilmente storto. Per capirci, a Černobyl’ ci fu una tremenda catena di errori umani e di progettazione del reattore che portarono alla distruzione dello stesso. A Fukushima, si è rotto il sistema di raffreddamento. E insomma, la reazione può andare fuori controllo. Nel caso peggiore, quel che avviene è che la reazione a catena avanza incontrastata, facendo salire enormemente la temperatura del nocciolo, fino a causarne la fusione. La reazione si è spenta virtù della procedura di SCRAM: le barre di controllo sono scese, hanno assorbito e rallentato i neutroni e la cosa è morta lì. Però c’è un altro fattore da tener presente, ossia il decadimento radioattivo; i nuclei di uranio sono instabili, e naturalmente tendono a perdere neutroni e protoni per trasformarsi in una specie chimica più stabile; nel caso del 238U, prima torio e poi piombo. È questo processo che continua a tenere caldo il nocciolo. Il sistema di refrigerazione serve proprio a raffreddarlo. Se il sistema di refrigerazione non funziona, il nocciolo si scalda sempre più, fino ad arrivare alla situazione limite in cui il materiale di cui è composto fonde. È questa la fusione di cui si parla in queste ore, non è una fusione nucleare, è lo stesso tipo di fusione cui va incontro un pezzo di ferro portato ad alta temperatura. Non sono gli atomi che si fondono, è il materiale che da solido diventa liquido. Questa è una brutta, bruttissima cosa perché in questa eventualità il nocciolo può distruggere le pareti del reattore, che lo confinano, e arrivare a toccare il suolo, contaminando le falde acquifere e il terreno. È quel che accade a Černobyl’: il nocciolo fuse parzialmente, e sta ancora lì. Ma perché è una cosa brutta se il nocciolo tocca il suolo o inquina l’acqua?
Abbiamo detto che durante la fissione gli atomi si rompono. Va da sé che producono una nuova specie chimica. Sono le famose scorie, i rifiuti prodotti dall’energia nucleare. Questi materiali di scarto sono radioattivi, ossia producono radiazioni e particelle che sono dannosissime per la vita. Possono portare alla morte per avvelenamento – alcune delle vittime di Černobyl’ morirono così – e sul lungo periodo provocano il cancro.
In condizioni normali, il nocciolo è ben isolato dall’esterno da un guscio di acciaio e cemento. Peccato che un nocciolo fuso possa bucare questo involucro. Ecco perché la fusione del nocciolo è un evento catastrofico. Per altro, i materiali radioattivi prodotti continuano a produrre radiazioni nocive per moltissimi anni: alcuni per centinaia di anni, ma altri anche decine di migliaia, anche milioni di anni. Questo spiega perché l’area di Černobyl’ è stata completamente evacuata e nessuno è più tornato a viverci.
Ma le esplosioni che ci sono state a Fukushima in questi giorni? Non sono esplosioni nucleari, come abbiamo visto. Semplicemente, quando la reazione diventa incontrollabile, l’acqua del reattore va incontro a reazioni che producono idrogeno gassoso. La pressione sale, proprio come in una pentola che bolle col coperchio. Quando le pressione diventa eccessiva, il coperchio salta. Quel che accadde a Černobyl’, e qualcosa di simile sta accadendo a Fukushima. Il fatto è che esplosioni del genere scaricano nell’aria i materiali radioattivi del nocciolo, causando la contaminazione del suolo e dell’aria.
Insomma, questo è quanto per cercare di capire cosa sta succedendo, e cosa speriamo non accadrà.
Poi, certo, c’è il dibattito sul nucleare. Ma qui si passa dal ramo della scienza a quello delle opinioni; sono tanti i fattori da tener presenti quando si decide di scegliere il nucleare come fonte energetica, e quello della sicurezza è solo uno dei problemi. Un giorno, se vorrete, vi spiegherò la mia posizione al riguardo, che comunque credo sia già nota. Per adesso, limitiamoci a tenere le dita incrociate per Fukushima.

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