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Quis costodiet ipsos custodes?

In questi giorni sono uscite due sentenze che cercano di mettere un punto alle vicende del G8 di Genova. Sarà stato un caso, o forse, se vogliamo fare dietrologia, un bell’esempio di cerchiobottismo, ma quasi in contemporanea abbiamo una sentenza definitiva sui fatti della scuola Diaz e sulle devastazioni alla città da parte dei manifestanti. Non mi dilungo separatamente sulle due sentenze; quel che mi interessa qui è considerarle insieme, giustapporle, se volete.
Per quel che riguarda la scuola Diaz, ci sono cinque condannati in via definitiva e nove prescrizioni. Siccome l’italiano è una bella lingua, in cui le parole hanno un significato chiaro che vale ricordare, prescrizione non significa assoluzione, significa semplicemente che dal compimento del fatto all’emissione della condanna definitiva è trascorso troppo tempo, e dunque la legge stabilisce che non sei più perseguibile.
Le pene variano da un massimo di quattro anni ad un minimo di tre anni e sei mesi. Per tutti gli imputati vale anche l’interdizione dai pubblici uffici per cinque anni, una misura a quanto pare estremamente necessaria, visto che più o meno tutti gli imputati nel frattempo hanno fatto carriera, così tanta da far esclamare al ministro Cancellieri che “perdiamo i nostri uomini migliori“. Beh, certo, picchiare più o meno a morte dei ragazzi in una scuola è solo un incidente di percorso, probabilmente un passo necessario per potersi definire bravi poliziotti. E a quel paese le pastoie dello stato di diritto. Scema io che credevo che le forze dell’ordine dovessero essere al servizio della gente, e non viceversa. A quanto pare, come ai tempi di Giovenale, nessuno controlla i controllori. En passant vi ricordo che dalla Diaz uscirono 61 feriti, di cui tre in prognosi riservata e uno in coma.
Comunque, voltiamo pagina e occupiamoci dell’altro lato della barricata, letteralmente: i manifestanti violenti, accusati di devastazione e saccheggio, che, a casa mia, sempre se l’italiano non è un’opinione, sono reati contro la proprietà, e non contro la persona. I condannati sono dieci, le pene vanno da un massimo di quattordici anni ad un minimo di sei anni e sei mesi. Più o meno il triplo di quei poliziotti che non hanno devastato bancomat, ma facce di ragazzi e ragazze. Compare anche la “compartecipazione psichica”, spiegata in termini legalmente nebulosi qua, ma che, se ho ben capito, significa che se uno davanti a te sfonda un bancomat e tu non cerchi di fermarlo e addirittura, dio non voglia, ti parte un “bravo!” sei colpevole quanto lui. Invece tutti i poliziotti della Diaz che stavano a guardare i colleghi che sfondavano nasi a calci non “compartecipavano psichicamente”. Buono a sapersi.
Dove voglio andare a parare credo sia chiaro. Non sto qui a giustificare chi sfonda i Bancomat, ma se proprio devo scegliere preferisco vedere scassata una vetrina che la schiena di un ragazzo. Se dovessi pesare i due reati su una bilancia, a occhio e croce penserei fosse più grave far del male a una persona, mandarla in coma, piuttosto che prendere a sassate una macchina. E, ripeto, capisco che vadano puniti entrambi, per carità di dio. Ma, davvero, non capisco perché uno che scassa un Bancomat si fa quattordici anni e quello che manda in coma una persona se ne fa tre. La conseguenza logica di questo fatto è una sola, e se ci pensate ovvia, e ci viene gridata ogni giorno dai cartelli pubblicitari, dalla tv, dal nostro stesso stile di vita: la proprietà vale più della persona. È l’unico vero fondamento del nostro stile di vita. Siamo appendici dei nostri oggetti. Va da sé, dunque, che se li scassi fai un danno molto superiore a sfondarmi il naso a calci. Da questo punto di vista, la sentenza interpreta il sentire comune, si adegua ai tempi.
Ricordiamoci solo che se decidiamo che una persona in divisa, per il solo fatto di indossarla, è autorizzato a fare qualsiasi cosa, non dobbiamo lamentarci se sotto quel manganello un giorno ci finiremo noi. E ci finiremo, perché questa strada porta da una sola parte, dritta e senza curve. Ci sono tanti piccoli segnali. Questo, il caso Aldrovandi, quello Cucchi. Un bel momento il nostro corpo finisce nelle mani dello stato, e improvvisamente non siamo più tutelati. È questo il mondo in cui volete vivere?

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