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The Martian, lo spottone per la NASA e per la scienza di cui avevamo bisogno

Ieri sono andata a vedere The Martian al cinema. Io e Giuliano siamo venuti a conoscenza della sua esistenza tramite l’ASI; innanzitutto, hanno fatto là la prima, insieme a Samantha Cristoforetti, e poi sapevamo che i produttori avevano chiesto consulenza alla NASA. E quindi, siamo andati, animati dalla segreta speranza che si trattasse di un film di fantascienza con un minimo di plausibilità scientifica. Ora, io non lo so se tutto quello che succede in quasi due ore e mezza sia fisicamente possibile (secondo me qualcosa no), ma il film m’è proprio piaciuto, e trovo che sia una cosa originale e davvero ben fatta. Da qui in poi, SPOILER minori.
Innanzitutto, è la cosa più distante dall’americanata spaziale tipica. Che io apprezzo anche, eh? Armageddon l’ho visto un paio di volte, Indipendence Day mi diverte moltissimo. Però i film americani sullo spazio sono tutti così: drammoni familiari a palate, imprese ai limiti della fisica, tragggggedie…anche Interstellar è così, pensateci. Lì l’esplorazione è una roba assolutamente laterale, perché il vero fulcro del film sono i rapporti tra il protagonista e sua figlia. Comunque, The Martian non è così. The Martian è misuratissimo, e non prende scorciatoie emotive. Sappiamo che il nostro protagonista, abbandonato da solo su Marte, ha una famiglia, ma non la vediamo mai. Vediamo di striscio che è molto legato al capitano della sua spedizione, ma è una roba che non è particolarmente influente ai fini della trama. I suoi rapporti con chi è sulla Terra sono sostanzialmente taciuti. No, il dramma è tutto incentrato sul suo essere, da solo, dove nessun uomo è mai giunto prima. Il coinvolgimento sta tutto là: non vuoi che Mark torni a Terra e sopravviva perché la figlia, il padre, l’amante…no. Vuoi che torni perché è un tipo in gamba, con una capoccia così, che non si arrende. E stop. Stessa misura per quel che riguarda gli altri personaggi: i suoi compagni di missione sono persone misurate, che prima di fare la mattata (ben distante da qualsiasi altra mattata da film fantascientifico USA) si siedono intorno a un tavolo, valutano pro e contro e votano a maggioranza. Non c’è nessun capo della NASA stronzo che fa cose brutte perché è cattivo: c’è gente che prende delle decisioni, a volte condivise dal resto del team, a volte no, ma lo fa con precise ragioni, ben aderente al proprio ruolo. Nessuno dei personaggi ci viene mostrato per altro se non il suo ruolo: il capo della NASA fa cosa da capo della NASA, lo vediamo solo nella NASA, e non sappiamo nulla di lui come persona, gli astronauti sono astronauti punto (ok, con le foto delle famiglie lontane attaccate al muro, ma quelo vorrei pure vedere mancasse), e così tutti gli altri. È un film asciutto, sobrio, dritto come una spada, che vuole mostrarci una sola cosa: l’eterna lotta dell’uomo per la sopravvivenza. E qual è la sua arma in questa lotta? L’intelletto. Fine. Non c’è un vero cattivo; il cattivo, al massimo, è il cosmo, che, come dice Mark alla fine, “non collabora”. E quindi non è neppure un vero cattivo: è che la natura, semplicemente, c’è con o senza di noi. In questo senso sono straordinarie le immagini in cui Mark vaga da solo per Marte: la bellezza sconvolgente di un pianeta in cui non c’è vita, in cui la bellezza è solo sabbia, roccia e vento. E lui sta là, in un posto che per cinque miliardi di anni è stato senza di lui, e, dopo la sua partenza, continuerà ad essere senza di lui. Ma non siamo soli in questa vertiginosa bellezza: perché abbiamo un cervello.
La vera protagonista di questo film non è Mark, non è la NASA: la protagonista è la scienza. E questo al netto di eventuali vaccate sparate qua e là, che non mancheranno, ma che non inficiano il senso generale del film. Mark ce la fa perché sa. Sa far crescere le piante, sa inventarsi un modo per comunicare, conosce la natura e le sue leggi, e per questo sopravvive. E, dietro di lui, ci sono tutte le menti migliori del pianeta, che si mettono là a cercare di salvargli la vita, in tutti i modi possibili e immagibili. Non c’è l’eroe che risolve la situazione da solo; ci sono ore e ore di lavoro, giorni di calcoli, gente che si spreme le meningi e trova la soluzione. Perché la grande notizia è che, al di là di tutti i complottismi, della vigliaccheria di chi non ci crede, in quattrocento anni siamo riusciti a capire cose inimmaginabili sull’Universo: abbiamo sconfitto malattie, creato cose che ci allungano la vita e ce la semplificano, abbiamo mandato gli uomini sulla Luna e tonnellate di sonde in giro per il Sistema Solare, e quando manderemo l’uomo su Marte alla fine saremo anche capaci di riprendercelo.
Ora, è una visione positivista dell’esistenza. Sono le sorti magnifiche e progressive, una visione filosofica che ha fatto il suo tempo. E, certo, la tecnologia ha un lato oscuro, la scienza è solo uno strumento, e tutto quel che volete. Ma viviamo in un periodo in cui la gente è seriamente convinta che l’allunaggio del 1969 l’ha girato Kubrik a Hollywood, che se vaccini tuo figlio poi ti diventa autistico (e invece finisce per morire di morbillo), che occorre fare la dieta alcalina per curasi dal cancro, o basta bere succo di aloe. E in un mondo così, in cui c’è gente che tira forte per riportarci nel medioevo, ben venga The Martian, che vuole solo ricordarci che a volte sappiamo fare cose straordinarie, e che, se le abbiamo fatte, è perché abbiamo quel chilo e mezzo di materia grigia nella scatola cranica.
Voi direte: vabbeh, che palle, ma pare una lezione di fisica di quelle noiose. No. È un film divertente, Mark è divertente, quel che fa è divertente, e c’è anche tensione a pacchi, solo che non è quella cui siamo abituati di solito: è la tensione che provi quando stai lì a cercare di scervellarti per risolvere un enigma. E poi è visivamente meraviglioso: ci sono immagini di Marte spettacolari, che ti fanno venire voglia di andarci. E abbiamo bisogno di questa voglia, perché nessuno capisce più a che serva andare nello spazio, esplorare il Sistema Solare (spoiler: a vivere meglio sulla Terra, e, incidentalmente, a capire pure le cose per loro stesse, perché l’uomo è curioso per natura, e la conoscenza è una di quelle cose lì che ci distingue dagli animali).
Ok, alla fine c’è una cessione alla spettacolarizzazione. Ok, fin da principio senti che Mark si salverà, ma non è un problema, il film non vuole farti credere che non sarà così. Perché l’elemento che ti spinge ad andare avanti nella visione è capire come farà, senza acqua, senza aria, e con cibo bastante per sei mesi.
Ecco, io ve lo consiglio un sacco. È anche un film di un livello di nerdaggine assoluto: sono riusciti a infilare una citazione del Signore degli Anelli in un film con Sean Bean, voglio dire…Ma anche per le soluzioni trovate per i vari problemi (che so, l’uso del codice ASCII), e per il fatto che, alla fine della fiera, è un nerd a salvare capre e cavoli.
Pensate che l’Universo sia un posto pieno di meraviglia e che vale la pena esplorarlo? Vi incantano la natura e i suoi meccanismi? Siete dei nerd? Per una volta volete non sentirvi soli a pensarla così? Andate a cinema che non ve ne pentirete. Non pensate tutte queste cose? Andateci e capirete perché tanti bambini sognano di fare gli astronauti, e perché tanta gente decide di intraprendere una carriera scientifica nonostante le paghe da fame, il precariato e il disprezzo della società.
Vi lascerei con una citazione, se solo la trovassi. Ve la dico a spanne, perché vale la pena: in un momento particolarmente drammatico, Mark chiede al suo capitano di andare a parlare coi suoi genitori in caso morisse. E quel che deve dire loro è che lui ama il suo lavoro, e che è morto per qualcosa di incredibilmente grande, di straordinario. Perché, aggiungo io, la conoscenza non è una roba che si fa per sé, ma per tutti.

P.S.
Il titolo del post non è assolutamente sarcastico. Sono serissima.

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