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Star Trek Picard. Solo i cretini non cambiano mai idea.

A volte tocca cambiare idea. Questa è una di quelle. Mi ero già espressa in passato su Picard, la nuova serie di Star Trek, ma l’avevo fatto dopo aver visto solo la prima puntata. Adesso siamo a sei, quindi due dalla fine, e possiamo iniziare a tirare delle somme un po’ più circostanziate. E mi duole dire che purtroppo non ci siamo. Vaghi spoiler a seguire.
La prima puntata era stata promettente, ma tutto ciò che si poteva dire era che l’atmosfera era azzeccata e anche il ritmo non era male, visto che c’era un discreto colpo di scena piazzato a tradimento più o meno a metà episodio. Le promesse di questi primi 45 minuti, però, non sono state mantenute. Innanzitutto, il ritmo è progressivamente calato, attestandosi più o meno sul soporifero: sei episodi in cui, in sostanza, Picard ha riunito un equipaggio che non sta usando, visto che, arrivato dove doveva arrivare, ha fatto tutto da solo, con un paio di aiuti collaterali ed evitabili da parte dei suoi sodali. Contemporaneamente, assistiamo a una ripetizioni a sfinimento di una serie di scene tutte identiche sul cubo Borg, in cui cambiano solo piccoli particolari, e il cui obiettivo sembra solo far passare il tempo. La quest di Picard si trascina lenta, piuttosto confusa nei suoi intenti, e ugualmente riesce a passare via liscia, senza che mai si tema davvero per la vita del nostro eroe, o dei suoi compagni. Insomma, elettroencefalogramma piatto su tutta la linea.
Ma il vero problema non sarebbe neppure il ritmo; ci sono serie dal ritmo blandissimo, che però riescono a catturarti con altro. Per citare una cosa che ho visto recentemente, e molto apprezzato, The New Pope non ha certo un ritmo indiavolato, e succede al netto ben poco: per questo, tutto il resto – regia, fotografia, sceneggiatura – è clamoroso, perché sta lì la molla che spinge lo spettatore ad andare avanti. Quello, e i personaggi. Personaggi che in Picard, banalmente, sono assenti. Elnor è Legolas ne Lo Hobbit: sostanzialmente inutile e fuori posto. Non mi è ancora chiarissimo perché Picard lo sia andato a reclutare sul suo pianeta, e perché se lo tiri dietro, visto che non lo usa sostanzialmente mai. Jurati al momento imperscrutabile: sembrava il solito personaggio Tilly-like, che dovrebbe suscitare tenerezza ma a me genera solo fastidio, ma le hanno fatto fare una cosa poco comprensibile a metà stagione, che sembra un colpo di scena piazzato là un po’ per stupire un po’ per tirare avanti la trama latitante, e quindi è difficile da inquadrare. Nell’ultimo episodio è anche protagonista di una scena che potrebbe tranquillamente essere uscita dalla penna dei tre sceneggiatori de Gli Occhi del Cuore in Boris: una cosa che sai che ci deve stare, e quindi ce la metti, senza logica e senza motivazioni narrative, sempre che non le tirino fuori ex-post nei prossimi due episodi. Rios mi riesce difficile anche solo darne una definizione: è un capitano belloccio la cui utilità, fin qui, è stata limitata a fare il buffone in una puntata, in un tentativo di far ridere che mi ha generato solo brividi di fremdscham, la vergogna che si prova a vedere gli altri mettersi in imbarazzo.
L’unico personaggio del mazzo leggermente più caratterizzato è Raffi, che è comunque tagliato con l’accetta: ufficiale della Flotta Stellare disilluso dedito a droga e alcol, la cui unica caratteristica che l’affranca leggermente dallo stereotipo è che si tratta di una donna e non un uomo. Però ha il figlio ingrato, che la riporta un po’ in linea con la generale aria da luogo comune a go go. Tralascio tutti gli altri personaggini di contorno, perché contano poco, e per lo più sono fastidiosi.
E arriviamo al piatto forte: Picard. Picard, a differenza di tutte le altre figurine che lo circondano, è un personaggio: ha una storia, fatta di sette stagioni di The Next Generation e quattro film che l’hanno scolpito nell’immaginario collettivo. Non c’era da fare molto; a essere pigri, si poteva prenderlo di peso senza cambiarlo di una virgola, e farlo agire come ai bei tempi andati. Volendo fare un lavoro più di fino, lo si poteva far evolvere nella sua psicologia, in modo tale da mostrare gli anni trascorsi. Io, vi giuro, non ho capito che hanno fatto. Nella prima puntata sembrava un vecchio un po’ disilluso e stanco, che però non aveva perso la voglia di combattere. Dal secondo episodio in poi, diventa pure lui sottile come la carta velina. Inanella in coda una serie di scelte che possono essere spiegate solo con l’essere improvvisamente diventato stronzo. Del resto, come lo vuoi chiamare uno che: arruola per fargli da guardia del corpo un pischello che ha abbandonato al suo destino scomparendo dalla sua vita per anni, senza manco fargli una telefonata per capire come stava; arruola una vecchia collega che ha perso il lavoro per causa sua, e con la quale, idem, è scomparso per anni; quando quella stessa collega dà evidenti segni di sofferenza, la ignora, e anzi la usa solo per poter portare a termine la sua missione. Che dire: applausi, proprio. Uno dice: ok, è diventato stronzo. No, perchè questo passaggio non viene mai mostrato, e anzi Picard è sempre presentato come il solito eroico capitano
Quando mancano una storia e dei personaggi, è ovvio che si cerchi di attaccarsi ad altro, e quest’altro, per Picard, è l’effetto nostalgia. Tutto rimanda al passato, in ogni episodio c’è almeno una citazione di ciò che è stato, e personaggi di TNG spuntano fuori come funghi, a volte appiccicati con lo sputo. È il caso di Sette di Nove, della cui comparsata avremmo fatto sinceramente a meno, essendo utile ai fini della storia come il due di bastoni quando la briscola è spade. Ma tutto questo non basta. Anzi, se possibile, peggiora le cose. Segna in modo ancora più netto e implacabile la distanza siderale tra questa roba e cos’era Star Trek. Star Trek aveva la metà dei mezzi di questa gente, e forse per questo il focus era sulle idee. Ce ne fregavamo che i panorami fossero sfondi dipinti male, che alcuni attori fossero francamente cani senza appello: c’erano delle idee, e soprattutto c’erano dei personaggi. Erano quelli, il fulcro: ti interessavano e divertivano le loro interazioni, ti affezionavi a loro, volevi sapere cosa gli sarebbe successo, e in che modo, la settimana successiva, si sarebbero di nuovo confrontati col diverso, con l’altro da sé. In Picard non me ne frega niente. A parte che il confronto con l’altro e il diverso non è pervenuto, nonostante fosse possibile fare, per esempio, una riflessione su cosa significhi essere umano, stanti le premesse, tutto si riduce a gente che non interagisce, se non in modo goffi e incomprensibili, e fa (poche) cose. E basta. Tutto però farcito da una fotografia che levati, da gran begli effetti e da attori che sanno recitare. Ma non basta.
È incredibile, è la stessa serie di caratteristiche che mi hanno fatto detestare Discovery: un equipaggio di gente messa assieme a caso, e personaggi con le etichette appiccicate in fronte con l’attack. Manca solo tutta l’insopportabile prosopopea della prima stagione, che sembrava dovesse insegnarti La Vita dall’alto di non si comprende quale superiorità morale o cosa. Per il resto, è la stessa, triste minestra riscaldata. Solo che ci hanno fregati tutti, perché ci hanno infilato Picard, che tutti amiamo, e Patrick Stewart, un altro cui non puoi fare a meno di volere bene. Se non ci fosse stato lui, probabilmente sarei anche stata più dura in questa recesione, perché sono delusa, e rattristata. Se poi penso che qualcuno s’è lamentato di quel gioiellino del Dracula di Moffat e Gatiss, che ha ‘sta roba gli dà miliardi di miglia, mi prende direttamente la depressione. Niente, forse sono io ad essere affezionata a un certo modo di raccontare storie che magari non tira più. E mi dispiace, perché questo modo qui che sta lentamente colonizzando la produzione pop televisiva, e ha ormai preso possesso in pianta stabile di quella cinematografica, non mi dice assolutamente nulla, e mi mette solo addosso tristezza.

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Star Trek: Picard. Dunque è possibile.

Non vorrei fare la figura di Lisa Simpson, la risposta di Springfield a una domanda che nessuno ha posto, ma in effetti qualcuno di voi sui social mi ha chiesto di parlarne, e quindi vado: che ne penso di Picard.
Salto il contesto e le righe di spiegazione, perché suppongo tutti sappiamo di cosa si stia parlando, ossia la nuova serie targata Star Trek. L’unica cosa che vi serve sapere, è la mia opinione – pessima – sull’ultimo prodotto del franchise, ossia Discovery. In sintesi, un prodotto di grandissima pretenziosità, popolato da personaggi per lo più insopportabili, in cui non c’era un’oncia dello spirito che uno spettatore si attenda da un prodotto targato Star Trek. La seconda stagione era un po’ meglio, ma manco tanto.
Allora, che dire. Innanzitutto che un episodio solo è un po’ poco per trarre delle conclusioni generali, ma può bastare per un paio di riflessioni di massima, e soprattutto per chiedersi se ci sono le premesse per qualcosa non dico di eccellente, ma che si ha voglia di continuare a vedere. E la risposta è sì. Sì, vien voglia di andare avanti; sì, c’è una trama, portata avanti col giusto grado di sorpresa, ma anche col corretto contorno di cose che uno vorrebbe, se sta guardando Star Trek. Perché il problema è il solito, il dilemma Star Wars: da un lato devi per forza conquistare un pubblico nuovo, che magari Star Trek non sa che sia, ma dall’altro vorresti tirarti dietro i quarantenni, che spesso sono cresciuti con The Next Generation, e sui quali funziona soprattutto l’effetto nostalgia. Con me Picard parte avvantaggiatissimo, perché Picard, appunto, è il mio capitano preferito, e la stessa cosa vale per un bel po’ di Trekker là fuori. Ma ovviamente non basta.
Picard si districa agevolmente tra le due istanze: da un lato, riesce a ricreare quell’atmosfera che per l’appassionato sa subito di The Next Generation, e lo fa recuperando due dei personaggi più amati ed emblematici di quella stagione (sì, sto parlando di Data), dall’altra decide di non ignorare che il tempo sia passato, ma anzi di sbattercelo in faccia, e rendere l’irrecuperabilità di un certo passato un elemento di trama. Picard è invecchiato, non fa più parte della Flotta Stellare, dalla quale per altro è uscito in polemica con le sue politiche. Ci sono piccole cose che ti fanno capire che un prodotto sta andando nella giusta direzione, e in questa prima puntata quella piccola cosa è Picard che in una scena d’azione non sta là a zompare da un lato all’altro come avesse ancora quarant’anni – una cosa abbastanza ridicola che era successa con Riker in Nemesis, per dire – ma, da bravo ottante, nun gliela fa’. E il fatto che ansimi sulle scale non gli toglie una briciola del suo carisma, ma anzi ci parla di un eroe al tramonto, che però ancora ha cose da dire, pur nei suoi ovvi limiti fisici. Anche perché poi la quota action necessaria è espletata un po’ da tutti i personaggi che gli stanno intorno.
A metà puntata, senza fare troppi spoiler, c’è pure un colpo di scena abbastanza notevole, e la spiegazione del mondo è portata avanti con uno stratagemma abbastanza standard, ma comunque efficace, evitando pallosi spiegoni. Lo sviluppo della trama, per altro, è abbastanza solido da lasciarci la netta sensazione che quel che non abbiamo capito ci verrà spiegato più avanti.
Nota di merito per la fotografia, che più di tantissimi altri aspetti riesce a rendere l’idea che stiamo aggiornando il mito a una versione più moderna.
Insomma, stando a questa prima puntata, Picard è una roba solida, in cui i fan di vecchia data potranno sentirsi a casa senza imbarazzi, e i nuovi si spera troveranno robe interessanti e adatte al loro gusto. Non lo so con certezza perché io sono vecchia dentro e faccio parte della quota nostalgia del target di riferimento.
Il commento che mi sale su dal cuore è “dunque è possibile”, e senza manco troppa fatica: è possibile prendere Star Trek e farne una cosa che non sembri vecchia come il cucco ma mantenga quel cuore di utopia che è il tratto distintivo della saga. È possibile prendere tutto ciò che di buono c’è stato fin qui, e aggiornarlo, senza dar l’impressione di star riscaldando una vecchia minestra, né cercando di andar dietro spasmodicamente alle ultime tendenze del mercato senza averle per altro ben capite. Si può fare, con una cosa che al momento forse non appare memorabile, ma godibile sì.
Io gli do fiducia. Ci voglio credere, perché le premesse ci sono, perché tutto mi pare, mi ripeto, solido, e ormai per me è la cosa principale. E perché gli ingredienti della ricetta, sono di mio gradimento. A questo punto, non resta che attendere venerdì prossimo.

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