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Star Wars VIII – The Last Jedi o Film a Metà

Come due anni fa, quando la Forza si risvegliò, l’alberello di Natale a tema Star Wars è acceso, e io sono pronta a recensire. Nonostante la mia (intollerabile) mancanza di piani per andarmelo a vedere, ieri sera mi sono imbucata allo spettacolo delle 18.30, e ho visto The Last Jedi, che secondo me è L’Ultimo Jedi, ma la distribuzione dice di no, so’ di più, sarà.
A differenza di due anni fa, stavolta ho molto più chiaro cosa penso di questo film, ma sarà comunque lunga. Non c’è nessun vero spoiler, ma accenni piuttosto vaghi alla trama.
Comunque, facciamola breve prima di scendere nel dettaglio: se il film fosse stato tutto come la prima ora e mezza, non starei probabilmente neppure più a scrivere. Avrei archiviato la pratica sequel di Star Wars come una roba che non ha sostanzialmente più molto da dire, se non ciurlare in un manico del quale non è rimasto poi molto. Se invece fosse stato tutto come l’ultima ora, adesso sarei qua a gridare al capolavoro. Perché, sì, il film è drammaticamente diviso in due un po’ in tutto: regia, ritmo, densità di eventi, potenza visiva e della rappresentazione. Il risultato viene portato a casa alla fine solo perché l’ultima ora è meravigliosa, e, incredibilmente, riesce a tirare fuori dal pastrocchio generale un’unità tematica complessiva davvero miracolosa. Vi giuro, sembra che a un certo punto il regista sia entrato in una stanza con dentro riuniti tutti i produttori, li abbia falciati a colpi di AK 47 e abbia urlato sui corpi caldi “E mo si fa come dico io!!”. Proprio con questa moderazione, che è poi la cifra dell’ultima famosa ora.
Per certi versi, sembra che il film abbia fatto propria la lezione di Games of Thrones: voi sapete che, con tutto l’amore del mondo per un prodotto d’eccellenza sotto tanti aspetti, io alla fine penso che sette stagioni della serie siano servite solo a far crescere i draghi di Daenerys e che l’azione comincia davvero all’ultimo minuto dell’ultimo episodio della stagione sette. Ecco. La prima ora e mezza di Star Wars VIII serve a perdere tempo. Sembra che qualcuno gli abbia ordinato di fare due ore e mezza di film, pena la morte, e quindi gli sceneggiatori si siano messi là a pensare come allungare la broda. Quindi vai di lentissimi inseguimenti navali, in cui inseguitore e inseguito, per motivi imperscrutabili, vanno esattamente alla stessa velocità. Meno male che in mezzo ci sono due notevoli combattimenti che non riescono a battere l’irraggiungibile macello dell’inizio dell’Episodio III, ma tengono botta. Poi ci sono piani di combattimento basati sul semplice fatto che nella Resistenza la gente non si parla, perché no gnegnegne, ma che comunque servono solo e letteralmente a perdere tempo, e soprattutto Rei che si fa mille pippe sull’isola delle monache-pesce insieme a uno scorbuticissimo Luke, con tanto di citazione alla scena seminale della caverna de L’Impero Colpisce Ancora, ça va sans dir molto meno potente.
Non che sia un brutto guardare, eh? C’è anche un colpo di scena o giù di lì, però relativamente telefonato. Ma tutto è sostanzialmente piatto e anche già visto. Ed è stato lì che mi sono detta una cosa che avevo già tirato fuori per The Force Awakens: Star Wars non ha più molto da dire, se non fare infinite variazioni su temi già noti, aggiungendoci giusto qualche pezzo in computer graphics in più e tante bestioline carine (voglio un porg, ora).
Poi, lentamente, le cose iniziano a ingranare. Fino al botto. Il colpo di scena vero. Quello in cui Rian Johnson dice “sì, dai, vi ci ho fatto credere, ma ho scherzato: mo facciamo sul serio”. E da lì tutto decolla. Ma davvero. Innanzitutto compare una regia, con un’infilata di scene memorabili che hanno come unico problema che sono tipo ottanta in un’ora. Un tripudio per gli occhi di coattaggine allo stato puro, in cui chiunque, ma davvero chiunque, tira fuori le palle e va over the top, facendo cose che i nerd in genere vedono solo nei loro sogni più umidicci. Tipo c’è un duello che è praticamente speculare a quello (da me amatissimo) di Rey e Kylo nella neve che è una vera goduria per gli occhi (e c’è pure Myra :P ). C’è Luke che tra poco inizieranno a girare meme a pioggia con quello che fa. Ci sono anche delle scene evidentemente paracule, messe lì per fare fan service, ma messe così al posto giusto, fatte così bene, che, voglio dire, lo so che mi stai blandendo, ma in finale chissenefrega, dammene ancora! C’è il pianeta che gratti il sale e sotto c’è il sangue, quello lì dei trailer, in cui questa roba del rosso viene usata all’ennesima potenza, imbastendo tutto un sottotesto di destino e morte che levati. È epica, è il miglior aggiornamento possibile di Star Wars a questi tempi di passaggio che viviamo, è quel che tutta questa trilogia avrebbe dovuto essere nelle tre ore precedenti, dannazione. Quell’ultima ora là ci dice proprio questo: che viviamo in tempi senza più eroi, e quelli rimasti sono tristi, stanchi, e non sono per niente come ce li siamo immaginati. E che anche le cose in cui credevamo, la Forza e quella roba là, quando la vedi per davvero è tutta diversa da come te l’avevano raccontata. Viviamo la fine dell’innocenza, viviamo l’età adulta. Non possiamo più guardare a Star Wars come trent’anni fa, perché siamo cresciuti, e quel che abbiamo adesso per salvare il mondo è la summa di ciò che siamo: due ragazzini sperduti, che cercano il loro posto nel mondo, e che nel farlo fanno cose belle e cose terribili, e, come tutti i ragazzini, hanno poteri immensi, ma una testa da bambini. Ecco, questo è lo Star Wars del XXI secolo, che coglie lo spirito dei tempi, e lo trasfonde in un’epica contemporanea, nella quale possiamo specchiarci e riconoscerci, ma cui possiamo anche ancora credere, come credevamo nella favola di quasi quarant’anni fa.
Tra l’altro, Johnson fa operazione raffinatissima di svuotamento dall’interno dei topoi di Star Wars, una cosa che per certi versi è l’opposto delle strizzate d’occhio (Leo Ortolani®) di Abrams. Tutto sembra andare come già nei film precedenti: il guascone che però poi diventa buono, il cattivo che passa al lato chiaro all’ultimo istante, il maestro ucciso dall’allievo. E invece no. Invece a un certo punto sembra davvero che qualsiasi cosa possa succedere. This is not going to go the way you think, diceva Luke nel trailer, e alla fine, mannaggia a lui, è vero.
Ora, avrete capito che tutta questa parte qui mi ha esaltata. Ma. Ma il film nel suo complesso è davvero troppo discontinuo. Tra l’altro, la saga continua a fallire nel cercare di proporre un cattivo che non sia incarnazione del male assoluto ma che al contempo abbia delle motivazioni valide. Ora, non voglio dire che Kylo sia Anakin II la vendetta, ma, sebbene lo trovi un gran bel personaggio, che in questo film si sviluppa pienamente, secondo me sul lato delle motivazioni c’è ancora da lavorare. Sì quello che ci dicono, ma non basta. Spero nel prossimo film. Taciamo anche dei due personaggi più inutili della nuova saga, Snoke e Phasma. Quest’ultima io speravo venisse un po’ rivalutata in questo nuovo episodio, e invece niente: conta quanto il due di coppe con la briscola a bastoni. Il nulla pneumatico. Snoke si attesta su un’utilità leggermente superiore, ma resta una cosa difficile da decifrare, e soprattutto profondo quanto la pozzangherina che sta nel tempio Jedi dove Luke ha messo le tende.
Quel che porta a casa il risultato, comunque, è il fatto che il film nel suo complesso ha un senso. E il suo senso è che coi vecchi personaggi abbiamo chiuso. Ragazzi, sono andati, hanno dato il loro, ma non hanno più un ruolo da giocare in questa storia. La meravigliosa scena finale col bambino ce lo dice con chiarezza. E, come ha detto qualche mio amico su Facebook, bisogna uccidere i propri padri, a un certo punto, sennò si resta bambini per sempre. E questo film ci mette sopra la lapide.
Sembrerebbe dunque un ottimo ponte lanciato verso il futuro. Solo che in questo futuro ci sta Jar Jar Abrams, regista dell’episodio conclusivo, che nei franchise c’ha il terrore di produrre idee originali, e che è stato la rovina del nuovo Star Trek, tanto è vero che appena si è sciacquato è venuto fuori quel bel prodottino che è Beyond. Abrams è derivativo alla morte, non vedo come possa dare una chiusura a questa storia che non sia il rigiramento di frittata de Il Ritorno dello Jedi. Qua invece le cose sono enormemente più complesse, e Kylo Ren mi sta a tanto così da diventare personaggio memorabile, ma se te me lo riporti a casella zero, e mi diventa Anakin Reloaded, ecco, è la fine.
Per cui, boh. Vorrei essere speranzosa per il futuro, ma non ci riesco. Vorrei andarmelo già a rivedere, ovvio, magari in inglese. Mi tengo questa mezza buona storia, e mi accontento così. Comunque, è la cosa migliore prodotta su Star Wars da Il Ritorno dello Jedi, e vale la pena andarlo a vedere. Per cui, andate, che la Forza è viva e lotta con noi.

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Star Wars. Tutto.

Nell’ultima settimana o giù di lì mi sono rivista tutto Star Wars, dove per tutto intendo tutti e sei i film. Ora, potremmo star qui e disquisire quanto i tre episodi nuovi della saga siano o meno Star Wars, e con ogni probabilità io vi direi che preferisco considerare tali solo gli episodi 4, 5 e 6, ma resta il fatto che George Lucas aveva in testa un progetto a sei film (o nove, secondo voci incontrollate…), e che questo progetto è ora stato completato. La novità di questa visione è che non ho visto i film in ordine di realizzazione, ma seguendo la cronologia della trama: questo significa che sono partita con La Minaccia Fantasma e ho finito con Il Ritorno dello Jedi. Tutto in inglese.
Era la prima volta che facevo una visione del genere. Volevo cercare di apprezzare la saga così come era stata nella mente di Lucas fin da principio, e sotto sotto volevo anche cercare di rivalutare la trilogia nuova, che mi ha sempre lasciata un po’ meh.
Ora, giunta alla fine della maratona posso fare una prima considerazione: che non c’è modo che l’esalogia possa veramente essere considerata un corpus unico. Ci sono differenze abissali tra gli episodi nuovi e quelli vecchi, roba che sembrano scritti e diretti completamente da altra gente (il che in effetti è vero, ma è vero pure che dietro al soggetto c’è sempre Lucas). Per quanto uno si sforzi, gli è proprio impossibile immaginarsi l’Anakin dei nuovi film sotto la tutona nera di Darth Vader. Gli unici due personaggi che mostrano una certa continuità sono l’Imperatore – bella forza, è interpretato dallo stesso attore… – e Obi Wan. Lì tanto di cappello a Ewan McGregor che s’è studiato Alec Guinness ed è una sua credibilissima versione giovane. Per il resto, cambia tutto.
Cambiano evidentemente gli effetti speciali: a parte alcune cose (tipo Yoda, che nel complesso è meglio nei film vecchi), quelli della trilogia nuova sono infinitamente migliori. Il problema è che Lucas pare un bambino in un negozio di caramelle: siccome adesso con la CG di può fare tutto, lui fa tutto. La trilogia nuova è letteralmente sommersa dagli effetti speciali, soverchiata ad ogni possibile livello. Levi quelli e non resta niente. L’effetto è di pomposo barocco. Pensateci. La trilogia classica è veramente minimale: le astronavi dell’Impero sembrano uscite da un film di Kubrik, con tutto quel bianco e nero, le linee pulite e la mancanza totale di arredamento. Persino la Città fra le Nuvole di Lando è ultraminimale. Lo stesso dicasi per le uniformi degli ammiragli e degli Imperiali in generale, o i vestiti di Leia, per dirne una.
La trilogia nuova è tutto il contrario. Tutto è di un’opulenza da far sanguinare gli occhi. Padme cambia vestito ad ogni inquadratura, e non si tratta mai di roba comoda, ma sempre di vestiti allucinanti. Tipo la sottanina vedo-non-vedo-famo-che-vedo che indossa in quel di Naboo, sul lago, quando ha accanto un Anakin evidentemente preda di tempesta ormonale.
“Non ci possiamo amare, non ci pensare”, dice, ma poi gli si presenta mezza nuda a colazione.
Padme è la donna che non veste per casa. Se non ha un trespolo di tre metri in testa anche per andare dal tinello al bagno non è contenta. Taciamo delle pettinature: se il coiffeur di Leia andava polverizzato (Star Rats docet) quello di Padme si fa di acidi.
Ma anche tutto il resto è un tripudio di colori da trip mentale, roba assolutamente distante anni luce dalla morigeratezza della trilogia classica. E questo impedisce di pensare che sia veramente lo stesso universo, e sia davvero la stessa storia.
Il barocco però non si esplica solo negli effetti speciali: invade tutto, sceneggiatura compresa.
Una delle battute più azzeccate della trilogia classica è quella tra Leia e Han, quando quest’ultimo viene messo sotto carbonite. Lei gli dice “ti amo”, e lui risponde “lo so”. Perfetto. Dice tutto quel che deve dire, su Leia, su Han, su quel che provano l’una per l’altro. Ecco invece un esempio di dialogo preso dalla trilogia nuova; per coerenza, dedichiamoci a Anakin e Padme, la coppia della trilogia nuova:
Anakin: “Dal momento in cui ti ho incontrata, quanti anni sono ormai, non è passato un solo giorno senza che pensassi a te. E adesso che sono di nuovo con te… soffro da morire. Più sto vicino a te, più mi tormento. Al solo pensiero di stare un attimo senza di te, mi sento soffocare. Sono ossessionato da quel bacio, che non avresti mai dovuto darmi. Ho una ferita, nel cuore, e aspetto che un altro bacio la rimargini. Tu mi sei entrata nell’anima, che si tortura per te. Che devo fare? Dimmelo tu, e io lo farò.”
O Padme, mentre portano lei e Anakin a morire nell’arena:
Padme: “Non ho paura di morire, sto morendo un po’ ogni giorno da quando sei rientrato nella mia vita”.
Voglio dire, nulla di male in generale, ma quante dannate parole, quante…ma davvero la portata di un amore si misura dal grado di sbrodolamento dei dialoghi? Uno scambio di battute come quello de L’Impero Colpisce Ancora sarebbe completamente impossibile nella trilogia nuova.
Nel contempo, anche lo spirito generale della saga cambia decisamente nel passaggio dalla vecchia alla nuova trilogia. La vecchia, anche nei momenti più oscuri, che non mancano, si concede sempre quel minimo di ironia di fondo, affidata più che altro ad Han Solo. E non è quell’ironia che si trova spesso in molti film di intrattenimento moderni, che sta messa lì a sproposito e ti ammazza la tensione. È l’ironia di chi sa esattamente che prodotto sta realizzando, e sa cosa vuole in quel momento il pubblico. È anche quell’ironia lì che fa grande Star Wars.
Ecco, la trilogia nuova ci prova, eh, ne La Minaccia Fantasma, con Jar Jar Binx, e fallisce miseramente. Jar Jar non è simpatico, è infantile e fastidioso, e la sua non è ironia che dia quel quid alla trama, sono gag slapsitck che c’entrano una fava col resto. Sommersi dalle critiche per Jar Jar, gli autori decidono di correggere il tiro con gli altri due film, e l’ironia semplicemente scompare. Tutto è preso devastantemente sul serio. Non sembra stiano girando un film di intrattenimento, sembra stiano girando Il Settimo Sigillo. E se vuoi mantenere quel tono lì, allora devi cambiare tutto; il livello di approfondimento dei personaggi non giustifica in alcun modo il prendersi terribilmente sul serio degli autori, né lo fanno i frizzi e lazzi in CG che circondano il tutto. Perché, ragazzi, una cosa è Il Settimo Sigillo, e un’altra è la galassia lontana lontana, e con questo non voglio dire che l’intrattenimento non veicoli anche riflessioni profonde sull’uomo e il mondo, ma lo fa con altri mezzi. Mezzi che George Lucas s’è dimenticato nei vent’anni che passano tra Il Ritorno dello Jedi e La Minaccia Fantasma.
Comunque, a volte penso che non è tanto Lucas che s’è rimbambito, ma il modo di raccontare storie che è drasticamente cambiato allo scoccare del millennio. Trovare un film di intrattenimento con la stessa potenza di Star Wars è ormai impossibile. Tutto deve avere quel minimo sindacale di buonismo di fondo, assieme a possenti buchi di trama, conditi infine con sceneggiature che ogni tre per due ti devono presentare lo spiegone, che sia mai lo spettatore non capisca. Sembra che certe storie ormai si raccontino solo così, non sia possibile altrimenti. Ora, anche la trilogia classica di Star Wars c’ha le sue belle incongruenze, le sue cose inspiegabili, ma a confronto di quelle della trilogia nuova sono peccatucci veniali, spesso tipici un po’ del genere. Esempio, posso anche crederci che la seconda Morte Nera ha praticamente lo stesso difetto costruttivo della prima, solo che stavolta il buco in cui si deve infilare la nave è il decuplo della volta precedente, è un grande classico delle megacostruzioni dei cattivi; non capisco invece francamente perché Obi-Wan perda tonnellate di tempo a cercare sulle carte un pianeta di cui ha già le coordinate, Kamino, e che dunque potrebbe raggiungere tipo due secondi dopo che ne ha sentito il nome. O perché tra L’Attacco dei Cloni e La Vendetta dei Sith nessuno indaghi un po’ su chi abbia ordinato l’esercito dei cloni, con chi cappero era in contatto il maestro Siphodia e via così. O perché la votazione più importante della storia della Repubblica veda assente Padme, presumibilmente protetta da due Jedi proprio in vista di essa, e al suo posto ci sia Jar Jar. Pensateci, alla fine la Repubblica crolla perché Jar Jar Binx vota a favore dell’esercito. Che dire, ma allora ve la siete veramente meritata.
Potrei andare avanti all’infinito. Mi concedo solo un’ultima riflessione, che credo sia importante anche nel mio lavoro di scrittrice. La trilogia classica funziona perché è semplice: nel primo film c’è l’Impero, ci sono i ribelli, bisogna distruggere la Morte Nera. Fine. Lineare, semplicissimo. Lo schema si complica appena nei due film successivi, ma stiamo sempre lì: ci sono gli eroi, gli antieroi, la missione. La trilogia nuova, invece, è un casino. Oggettivamente, di che parla La Minaccia Fantasma? Qualcuno di voi sa dirlo in due parole? E mi sa riassumere schematicamente tutto il progetto di Palpatine per prendersi la Repubblica?
È tutto un casino, gente che va di qua e di là per farci vedere quant’è bella la Galassia – che bella è bella, per carità – ma senza che le motivazioni di tutti questi spostamenti siano davvero chiari. E i personaggi hanno motivazioni confuse, fanno cose che non si capiscono bene. Dio, ne Il Ritorno dello Jedi tutto il tormento di Darth Vader appare chiarissimo attraverso tre inquadrature tre della maschera, cazzo, della maschera! Tutto intero La Vendetta dei Sith non riesce ad essere altrettanto esaustivo sul perché alla fine Anakin faccia quel che fa, e sono tre ore di film quasi tutte di dialogo.
Quindi, niente. La visione mi ha confermato che la trilogia classica è potente, saldamente realizzata, capace ancora oggi di divertire, commuovere, affascinare. Non è un caso che abbia segnato così profondamente la cultura popolare del nostro tempo. Io, quando Irene fa la cacca nel pannolino, “percepisco una vibrazione nella Forza”, e sono certa che questa cosa non vale solo per me. Cosa resta invece della trilogia nuova? Due belle battute (per la cronaca, “è così che muore la repubblica, sotto scorcianti applausi” e “solo un signore dei Sith vive di assoluti”) e certe soluzioni visive francamente splendide: i pianeti sono tutti bellissimi, idem gli alieni, il design delle astronavi, e anche tutti i primi venti minuti de La Vendetta dei Sith, che mi avevano fatto ben sperare per il seguito. Il resto? Il resto è stato inghiottito dal tempo.

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