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C’era una volta…e pare alla fine ci sia ancora

L’ultima volta che ho parlato di Once Upon a Time non l’ho fatto in termini esattamente entusiastici; in fin dei conti, venivo da una ventina di puntate di frustrazione pura, tra noia, personaggi incoerenti e artifici di trama a dir poco artificiosi, se mi passate il gioco di parole. Comunque, dopo la decisione di fare tabula rasa sostanzialmente delle ultime due stagioni della serie, ho comunque proseguito nella visione, e devo dire che alla fine avevano ragione quelli tra voi che mi hanno consigliato di insistere. Gli autori alla fine sono stati in grado di salvare la terza stagione di OUAT.
Intendiamoci: ormai l’idea davvero bella e che aveva reso la prima stagione così godibile (personaggi delle fiabe, immemori della loro vera identità, bloccati nel nostro mondo) ha esaurito la sua forza propulsiva, e non poteva essere altrimenti. Non puoi tirare troppo a lungo questa storia dell’”è vero o è tutto frutto della mente disturbata di un ragazzino?”, né potevi tenere tutta questa gente bloccata lì a Storybrook senza memoria. Per forza di cose, OUAT ha dovuto modificarsi, e, nel farlo, ha perso parte della sua forza. Per altro, non è facile produrre cattivi della forza e profondità di Rumplestilskin o di una Regina, tanto più quando questi due sono ancora vivi e vegeti. Però, la seconda parte della terza stagione di OUAT riesce lo stesso ad essere godibile. Zelena non è proprio il cattivo più figo dell’universo, e le sue ragioni sono un po’ così (invidiare la vita miserabile di Regina? Ammazza, alte ambizioni, proprio…), ma l’attrice la recita con una certa convizione, e tutto sommato funziona. I personaggi non fanno cose completamente out of character come nella serie precedente, sembra si sia anche trovata una via soddisfacente per mostrarci una Regina “buona ma non troppo” (a parte il finale di stagione). Anche Rumple segue la sua parabola, quel che fa con Belle e la daga apre interessanti scenari per il futuro, e infine Hook ha smesso di essere così irritante, anzi mi sta simpatico e tifo per lui ed Emma, anche se, quanto ad utilità, purtroppo siamo ancora intorno allo zero o giù di lì. Altro problema, la sottigliezza non è esattamente la dote principale degli sceneggiatori: per dire, la doppia puntata finale ha scritto un po’ dappertutto, a grandi caratteri al neon “EMMA DEVE CAPIRE CHE IL SUO DESTINO È A STORYBROOK”. Un po’ più di delicatezza sarebbe gradita.
Ombre piuttosto cupe si allungano invece sulla prossima stagione, per quanto mi riguarda: non ho apprezzato il film dal quale è tratto il nuovo personaggio (e, immagino, ipotetico prossimo cattivo di stagione), e spero profondamente che non mi facciano tornare Regina cattiva, perché è una cosa che abbiamo visto due miliardi di volte e vorremmo passare oltre.
Comunque, in sintesi, onore al merito degli autori, che sono riusciti a dare nuova linfa ad un progetto che iniziavo a credere fosse ormai bollito. Sono stati coraggiosi, e la scommessa ha pagato. E io mi vedrò anche la prossima stagione.

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Merlin, o dell’importanza di finire bene

– ATTENZIONE! CONTIENE SPOILER SU MERLIN, LE GUERRE DEL MONDO EMERSO E LE LEGGENDE DEL MONDO EMERSO!! –

Il mio primo contatto con Merlin l’ho avuto durante un viaggio a Edimburgo: non c’era autobus che non avesse su la pubblicità del lancio di questa nuova serie fantasy della BBC. Poi, per lunghissimo tempo non ne ho più saputo niente, finché, non ricordo neppure perché e come, decisi di iniziare a seguirla. In breve, è diventata per me un piacevole appuntamento serotino: una serie divertente, con un buon ritmo, e con alcune vette insospettabili in un prodotto onesto e senza ambizioni spericolate. Ne parlai qui.
Ora, a quasi un anno (credo) dalla messa in onda, anch’io ho visto la quinta e ultima stagione.
Devo dire che avevo un oscuro presentimento, peggio di quello di Merlin nei confronti di Mordred. Non avevo gran voglia di iniziare la stagione, nonostante la 3 e la 4 mi fossero piaciute molte. Ma vabbeh, ho iniziato. E fin da subito il feeling è stato basso.
Merlin era bella perché era divertente. Proprio perché era permeata da un’atmosfera spensierata, ti colpiva più a fondo quando si cimentava con qualhe tematica più forte o drammatica. Ecco, l’aria spensierata è scomparsa, sostinuita da una pesantezza senza pari, in cui tutti, da Artù a Ginevra a Merlino sono sempre pensosi, seri, preoccupati. È la dannata “svolta dark” che ormai non manca in nessuna serie di successo, che si tratti di telefilm o libri. A volte è una cosa carina, più spesso è un cliché mal declinato che induce rapidamente al collasso uro-genitale, per citare uno dei miei insegnanti e amici di quando facevo la tesi all’osservatorio.
Poi c’è la ripetitività. Di tredici puntate, dieci seguono sempre lo stesso schema: Morgana si accoppia al tiranno di turno, usa la magia A per cercare di uccidere Artù/Merlino/Ginevra, Artù/Merlino la mazzolano (letteralmente, finisce quasi sempre stordita da una botta in testa) e ammazzano il tiranno. Finale di puntata con Morgana incazzata come una biscia che cerca un altro uomo forte, e via così ad libitum. Ma che palle…
Ci sono problemi strutturali che la serie si tira dietro da molto tempo: il prinicipale è Morgana. Il suo passaggio al lato oscuro – lo ammetto, non riesco a focalizzare il perché – non è mai risultato davvero convincente. In più, l’attrice che l’interpreta, che comunque mi pare una buona interprete, la cattiva non la sa proprio fare, o forse percepisce che il personaggia manca di un solido sviluppo psicologico e non riesce a sentirlo più di tanto. Invece di cercare di metterci una pezza, in questa stagione aggiungono passi falsi. Tipo la ricomparsa di Mordred, personaggio di grande interesse, che ritorna, salva Artù, ne diventa amico fidato, viene tradito e lo ammazza nel giro di sei episodi. La sua sottotrama poteva tranquillamente essere sviluppata nel corso di un paio di stagioni, in modo da sviscerarla per bene, da sfruttare tutti i punti di forza del personaggio e della storia…No. Tutto di fretta, che dobbiamo chiudere. Sorvoliamo infine su un Merlino sempre accigliato e insolitamente crudele, che ormai è pronto alla qualunque per salvare Camelot, tipo vendere gl altri maghi, ammazzare gente che ancora non ha fatto niente di male e via così. Ok la profezia, ok quello che ti pare, ma anche no.
Comunque. Se si trattasse solo di questo non ci sarebbe stato bisogno di scriverne. Praticamente tutte le serie televisive hanno un calo di qualità superato il tot numero di stagioni. Persino Scrubs, che al momento è probabilmente l’unica serie che ho visto fino in fondo e ha un finale degno (escluso Medical School, che è una roba a parte).
Il problema è il doppio episodio finale. Perché il finale è una cosa importante. Adesso parto per la tangente, ve lo dico. Parliamo di finali. Ho sempre pensato che ogni storia abbia il suo finale, un finale dettato da tutto quel che è accaduto prima. L’atmosfera generale, le caratteristiche dei personaggi, gli eventi occorsi inducono per forza di cose ad un certo finale. Il bravo scrittore è quello che capisce dove la storia stia andando a parare e capisce qual è il finale inevitabile. E questo è valido anche per l’assenza di finale. In genere cito sempre Il Pasticciaccio di Gadda. Che non finisce. Per chi non l’ha mai letto (leggetelo, non è esattamente letteratura di intrattenimento, ma vale la pena di fare un po’ di fatica), il libro si interrompe sulla battuta di un personaggio, battuta evidentemente interlocutoria, cui dovrebbe seguire una risposta. Che non c’è. Fine libro. Ma in realtà questo è un finale, l’unico possibile. Tutto il libro allude infatti all’esistenza come caos inestricabile, in cui la ricerca di una logica di fondo è impossibile, il famoso “iommero”. E dunque, un giallo, in una concezione del genere dell’esistenza (il libro è in effetti un giallo) non può che non avere alcuna soluzione. E quindi il discorso portato avanti dal libro è perfettamente conchiuso in se stesso con quel finale. In qualche modo, il senso c’è, ed è l’assenza di senso.
Noi passiamo un sacco di tempo a cercare un senso. Sono stati versati litri di sangue, si sono combattute guerre e perpetrati massacri per questa nostra devastante ricerca di senso. Il problema è che la vita spesso un senso non ce l’ha. Non si muore quando il nostro cammino, la nostra storia si è compiuta (non sempre, quanto meno), le storie spesso rimangono desolatamente aperte, a volte neppure iniziano. La letteratura pop (e fino ad un certo punto anche molta letteratura “alta”), o comunque lo storytelling, recupera questo senso raccontando storie che seguono la fabula classica. Io racconto fabulae classiche. E non sto parlando di finali consolatori o comunque lieti. Ido muore quando il suo cammino esistenziale si è compiuto, e al culmine di un’evoluzione che serve anche al lettore ad accettare in parte l’inevitabilità di quella morte. Adhara e Amhal muoiono alla fine del loro sviluppo come personaggi, dopo aver preso coscienza di determinate cose e aver raggiunto quello che per loro era la condizione finale del loro essere, da soli e in coppia. Nihal è l’unico caso di finale che non coincide con una risoluzione del suo conflitto, ma lì è stata una mia precisa scelta che non rispondeva esattamente a esigenze narrative. Gran parte della letteratura, anche se racconta storie in cui non c’è alcuna speranza (esempio classico: 1984) racconta sempre storie che hanno un senso (la storia di Winston è evidentemente conclusa, e in modo assolutamente tremendo, quando il libro si chiude, e il suo è chiaramente un cammino con un inizio e una fine, con un senso, appunto) ed è questo che il lettore cerca. C’è tutta una branca della letteratura che assomiglia alla scienza: cerca di portare ordine nel caos. Che è poi, e torniamo al punto di partenza, quel che facciamo dalla notte dei tempi.
Che c’entra col finale di Merlin?
L’episodio finale parte benissimo: Merlino trova i suoi poteri al minuto 2, al 6 Mordred ha già ferito Artù e quest’ultimo l’ha già ucciso, al minuto 10 la grande battaglia coi sassoni è finita. Ci si può concentrare su quello che è sempre stato il fulcro della serie: il rapporto tra Artù e Merlino. Le scene di loro due insieme sono intensissime, il racconto di come Artù fa i conti con la rivelazione che Merlino è un mago è magistrale…tutto molto bene. Tra l’altro va benissimo anche tutto il sottotesto omoerotico, che è un’altra cosa topica di questo tipo di racconti. Poi, il finale vero e proprio. Come d’altronde in tutte le leggende che parlano di Artù, quest’ultimo alla fine muore per davvero. Merlino gli fa l’immancabile funerale vichingo, la moglie diventa regina, il drago butta là un “Artù è il re che è stato e il re che sarà”, stacco e vediamo Merlino, ai giorni nostri, combinato come un barbone, che sta ancora ad Avalon ad aspettare che Artù ritorni, come ha detto il drago (che per altro poche cavolate gli ammanninto in cinque stagioni, ma vabbeh). The end.
E qui casca l’asino. E il brutto è che un finale sbagliato depriva la storia del suo senso, e dunque getta una luce funebre su tutta la serie. Il famoso “no, vabbeh, se finisce così do fuoco a tutta la collezione dei DVD”. Intendiamoci, non è che si possa fare una storia senza senso, eh? Ma sarebbe meglio facesse un gioco scoperto (tipo Gadda, appunto), non che mi cominci con un prodotto di consumo e poi mi sterzi verso lo sperimentalismo (e qui non cito Evangelion che già sono stata crocifissa abbastanza, al riguardo :P ).
Ma perché questo finale non ha senso? Perché, ok, sì, sono incazzata perché quello che è forse il mio personaggio preferito muore (ma questo non vuol dire; la morte a volte è la maggior glorificazione possibile di un personaggio, che te lo fa amare ancora di più) ma qua manca proprio la coerenza, e la vita sarà pure un caos inestricabile, sarà pure implacabile e cieca nella fortuna come nella sfiga, ma è coerente.
Per quattro stagioni ci hanno fatto una testa così che Artù era destinato a grandissime cose, e che Merlino doveva aiutarlo a sopravvivere, anzi, era suo destino proteggerlo. La tagline della serie è proprio “In a land of myth, at the time of magic, the destiny of a great kingdom rests on the shoulders of a young boy/man. His name: Merlin”. Ce lo ripetono all’inizio di ogni puntata. Great kingdom, sottolineo. In questi – quanti? Venti…trenta? – anni Artù che ha combinato? Camelot non l’ha creata lui. Nessuna enfasi particolare è stata posta sulla tavola rotonda, che resta l’unica cosa che ha introdotto. Il regno è quello che era ai tempi di Uther, sì, ha stretto un paio di alleanze poco convinte. Per il resto, l’unica cosa che ci rimarcano è che Artù è molto amato dalla gente, è magnanimo. E grazie. Rispetto al padre che sterminava i ragazzini una persona vagamente normale sembra un santo. Quindi quale great kingdom? Artù non muore da eroe, non muore neppure facendo qualcosa di grande. Muore perché Merlino non ha capito un cazzo delle profezie che gli erano state riferite, in un posto sperduto, lontano dalla moglie, dal regno e da qualsiasi speranza per il futuro. Del resto, lo dice anche Merlino, che Camelot è Artù. E il drago ha poco da dire che la loro storia verrà raccontata ai posteri, uno perché nessuno, a parte Artù, ha saputo il mazzo che s’è fatto Merlino per proteggere il regno, due perché, ripeto, Artù nella sua breve vita non ha fatto niente di significativo. Quindi di cosa stavano parlando le profezie? Perché Merlino si è dovuto fare il mazzo? Vai a sape’.
Bruttissimo anche il fatto che finalmente Merlino raggiunge la pienezza dei propri poteri proprio quando decide sostanzialmente di non usarli più. Il finale è un po’ criptico, ma il fatto che mille e passa anni dopo Merlino sta ancora in area Avalon – e l’assenza, se non erro, all’incoronazione di Ginevra – mi induce a credere che dopo la morte di Artù sia rimasto là ad aspettare che la promessa del drago si avveri. Mentre il drago è morto di risate parecchi secoli prima al pensiero del “mago più potente di tutti i tempi” che contempla per l’eternità il lago con l’occhio languido.
Insomma, il problema è il solito, quello di Lost, per intenderci: si chiude solo una sottotrama, ignorando le altre. Almeno Lost aveva due miliardi di sottotrame da chiudere, in Merlin ce ne stavano tre. E va bene anche che la leggenda classica dice che Artù viene ucciso da Mordred, ma hanno cambiato tante di quelle cose rispetto a quella versione…Bastava che Artù venisse salvato in extremis, cominciasse a regnare con Merlino al suo fianco nelle vesti di consigliere, finalmente, e l’ultima scena ci mostrasse un Mordred scamazzato malamente (scusate, le origini campane…), che è sopravvissuto ed è ovviamente incazzato come una biscia. Sipario. E si salvano capre e cavoli.
Mi rendo conto che questo post è chilometrico, ma è perché davvero mi piange il cuore, perché questa serie, così, semplicemente non funziona. Questo finale non fa onore a nessuno e dunque non permette di chiudere con questi personaggi: non con Merlino, che ha semplicemente fallito, e che ha indubbiamente agevolato, se non direttamente causato, la morte di Artù; non con Artù, che, a differenza di quel dicono le leggende, per altro, non ha fatto niente di significativo nella sua vita, tranne essere una brava persona. E vi ricordo anche che non si fa menzione di eventuali figli di Artù: la sua stirpe si estingue con lui, e dunque a maggior ragione non lascia traccia sulla terra. Certo, se poi l’intento era di mostraci che la vita è stronza, che la magia sono un cumulo di cazzate e l’unica cosa che resta è l’affetto del tuo amico più caro, missione compiuta. Peccato che le quattro stagioni precedenti, a parte l’amicizia, dicessero tutt’altro.

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Once Upon a Tome 2×22: un patto tradito

E così, ieri sera ho visto l’ultima puntata della seconda stagione di OUAT. Che dire? Eh, bella domanda. Perché da un lato, in sé, l’episodio non è male, e getta anche interessanti premesse per la terza stagione; d’altro canto, però, le incongruenze e le voragini di trama della stagione impediscono all’episodio di sviluppare tutto il proprio potenziale, visto che c’è così tanta roba da spiegare/chiudere/rappezzare. Senza contare che si continua con una serie di fastidiosi stratagemmi di sceneggiatura che speravo sepolti con l’orrenda puntata 20, per cancellare il ricordo della quale mi piacerebbe farmi sottoporre ad un processo simil-Se Mi Lasci Ti Cancello. Comunque, il problema è un altro: il problema è che il trittico 18-19-20 ha così tradito il patto con lo spettatore che ormai a me personalmente riesce incredibilmente difficile abbandonarmi di nuovo a questa serie. Sì, perché io non ho problemi a seguirti e a passar sopra ai tuoi difetti, se riesci ancora ad appassionarmi; ma tu m’hai stravolto i due migliori personaggi della serie, ti sei dato ai deus ex-machina come se non fosse un domani e hai prodotto l’episodio peggio scritto della storia dei telefilm americani, in cui non solo m’hai massacrato Regina, ma m’hai proprio prodotto una cosa che non c’ha senso. Mi spiace, io adesso non riesco più a fidarmi. È triste che ci vogliano venti episodi per guadagnarti la fiducia dello spettatore, e poi uno solo per perderla per sempre o giù di lì. Ma è così, ahimé.
Vabbeh, veniamo al merito. L’episodio in sé, dicevo, è anche carino. Alla buon’ora, dopo ventidue puntate, qualcuno si ricorda che, ehi, abbiamo Hook! Un personaggio iconico! Forse fargli fare da punching ball è un po’ sprecato, e gli cuciono addosso un flashback non disprezzabile. Il problema è che, come purtroppo è d’uso da seconda metà di stagione in poi, le dinamiche tra i personaggi non funzionano e sono risolte con sciatteria. Il rapporto Hook Bae poteva essere interessante, ma risolto così, in dieci minuti di flashback, non ha senso: perché Hook si affezioni così tanto a Bae resta oscuro, e no, non basta la storiella del “siamo stati abbandonati tutti e due”. Un po’ più convincente il fatto che sia il figlio di Milah, ma ricordiamoci che quest’ultima Bae l’ha abbandonato per seguire il pirata, e hai voglia Hook a dire che lei l’ha rimpianto ogni giorno della sua vita: è rimasta comunque con te, e in malora il figlio. Anche a te dovrebbe fregarne molto poco. Anche la sua decisione di tornare indietro col fagiolo casca un po’ dalle nuvole, mentre è francamente incomprensibile che Hook, dopo una stagione a menarcela che doveva ammazzare Rumple, d’improvviso scopra che gli interessa di più vivere. Il che rende i 21 episodi precedenti inutili o giù di lì. Apperò. Lo so, tutto questo in realtà viene giustificato all’interno dell’episodio, ma è fatto con sciattezza, con dialoghi imbarazzanti e in modo troppo repentino. Non si tratta di snodi di trama da nulla, visto che il desiderio di vendetta di Hook è stato uno dei motori di buona parte della stagione.
Anche Rumplestiltskin non ne esce molto meglio: prima vuole morire, poi vuole andare a salvare Henry, che a inizio puntata ha cercato di uccidere. Sì, ok, è morto il figlio nel frattempo, ma anche qua, Rumple prende decisioni importanti per la sua vita così, nel giro di dieci minuti.
Continuano poi i deus ex-machina: guarda un po’, la Fata Madrina ha prodotto il filtro che ridà la memoria. Stavolta gli sceneggiatori si devono essere accorti di star giocando sporco, e lo fanno dire direttamente a Rumple: how convenient, la pozione è pronta proprio due nanosecondi prima della distruzione di Storybrook. Brontolo ci spiega che no, la Fata ci stava lavorando da tempo. Magari se ce la facevate vedere al lavoro, se almeno una volta avesse detto a qualcuno che, incidentalmente, stava cercando di far tornare la memoria alla gente, forse ci credevamo di più. Tralascio Tamara che in certe scene pare un’agente della CIA, e quella dopo inciampa e casca come una cretina giusto per dare un po’ di pathos ad una scena d’azione abbastanza moscia. Senza contare Greg e Tamara che in questi ultimi episodi hanno cambiato missione duecento volte: prima Greg pare un pirla qualunque cascato a Storybrook per caso, poi cerca il padre, poi vuole annullare la magia. Adesso no, il vero punto era trovare Henry, missione alla quale non mi pare lui e la sua insopportabile compare si fossero dedicati con grande passione fin qui. Anzi, diciamo che sembrava gliene fregasse assolutamente nulla, stante per altro che Tamara sapeva da un bel po’ dell’esistenza di Henry, e non aveva dato mostra di interesse nei suoi riguardi. E vabbeh.
Cose positive? La scena dell’agnizione tra Rumple e Belle; la coppia funziona, è l’unica coppia di cui allo spettatore freghi qualcosa, visto la diabetica mielosità di David e Snow, e Carlyle è sempre Carlyle. Non male anche la scena di Regina che decide di sacrificarsi per Storybrook. Ma le cose davvero interessanti succedono alla fine: belli i Bimbi Sperduti, bella l’Isola Che Non C’È, bella in generale l’idea di rendere il tutto minaccioso. Mi piace anche che Peter Pan cerchi Henry, ma, visto come le cose sono state gestite fin qui, ho il fondato sospetto che sia una cosa buttata lì così, nella speranza che durante l’estate agli sceneggiatori venga un’idea per giustificare il tutto.
Mah. Io non riesco davvero a spiegarmi come questa serie possa aver fatto questa fine. Non capisco come gente che fino a dieci episodi fa quanto meno sapeva scrivere, improvvisamente ha iniziato a fare le cose in modo così sciatto e brutto. È inspiegabile. Speriamo che la terza stagione si risollevi, tutto sommato mi stavo divertendo.

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Da Vinci’s Demons 1×08: la (si fa per dire) fine

Estate, è tempo di migrare. Non solo in un posto dove la massima sia inferiore a 30°, ma dove le serie televisive non finiscano tutte alla soglia di metà giugno. Almeno, quelle che seguo io lo fanno. Ieri è finita Once Upon a Time (ma io quell’episodio lì non l’ho ancora visto, visto che ero impegnata a far questo :P ), settimana scorsa è finito Da Vinci’s Demons. Che, come sapete, a me è piaciuto parecchio, anche se colgo un diffuso disamore per questa serie. Probabilmente sono una donna dai gusti piuttosto bassi :P .
Dunque, la serie più cazzona dell’anno (perché la più coatta, non c’è bisogno di dirlo, è Spartacus) finisce con un episodio tutto sommato pure troppo sobrio, almeno nella prima metà. Finire, poi, è improprio: la serie termina col più gigantesco cliffhanger della storia della narrativa, secondo probabilmente solo alle faccione basite di Jack e Locke davanti alla botola spalancata.
Devo dire che quest’ultimo episodio, almeno per la prima metà, m’ha lasciata un po’ così. Ok, alla luce della conclusione, la scelta di montare lentamente la tensione, fino ai venti minuti finali di fuochi d’artificio, ha un suo senso, ma io mi sono annoiata, c’è poco da fare. La preparazione della partenza di Leonardo, incrociata alla messa a punto della congiura dei Pazzi, procedono a passo di lumaca. Diciamoci poi che, non so voi, ma a me la coppia Leonardo Lucrezia non dice niente su tutti i fronti, anche perché mi pare che anche Leonardo abbia scarsissimo interesse nella questione. Sì, la gnocca, ma mi pare personaggio interessato a piaceri di natura assai più mentale che fisica. Anyway, poi arriva la congiura e siamo tutti contenti, perché sono botte da orbi.
La mia ignoranza in fatto di storia è abissale, per cui, davanti a due preti che disfano di pugnalate il povero Giuliano de’ Medici (e non de’ Medìci, che ogni volta che lo dicono mi si capovolge lo stomaco…) in una Chiesa ho pensato “e vai con l’aberrazione storica!”. E invece è andata proprio così. Pure un po’ peggio, a dire il vero. Per inciso, non ho neppure apprezzato molto la sospetta morte di Giuliano nella precedente puntata, che invece le penne ce le lascia in queste. Non so, ho trovato che la pugnalata di Lucrezia nella settima sminuisca il pathos della morte di Giuliano in questa puntata. Ma, vabbeh, storicamente Giuliano al pranzo precedente la congiura non ci arrivò “per indisposizione”, e una coltellata alla panza è in effetti un buon pretesto. Però, non so, io avrei fatto diversamente.
Ora si aspetta la seconda stagione. Il pericolo che tutto vada in vacca, rompendo quel fragilissimo equilibrio che permette alla serie di veleggiare nei mari del divertimento mentenendosi sempre a un pelo dalle secche della vaccata, è alto. Tra l’altro c’è il fatto che questa è una serie “de misteri”, e l’ultima serie del genere che ho visto mi ha delusa enormemente. Che dire, speriamo che questa stagione non sia stata frutto di un caso fortuito. Nel frattempo, io la consiglio a chi non l’avesse vista, a patto di aspettarsi null’altro che un po’ di sano divertimento a suon di mazzate, complotti e depravazione rinascimentale. Io non ho niente contro il divertimento, anzi, per cui me la sono goduta. Da Vinci’s Demons mi è sembrata un po’ l’equivalente contemporaneo di quei bei romanzi di avventura à la Dumas, che ti appassionavano e ti trascinavano nel loro mondo di avventure rocambolesche. C’è bisogno anche di questo, quando il prodotto è onesto e curato. E, secondo me, al netto di tutto, questo lo è.
Vi lascio con un video che mi ha esaltata: lo sapevate che la sigla della serie si può sentire anche al contrario? Non ci credete? Provate un po’…

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Once Upon a Time 2×20: come rovinare definitivamente un bel prodotto

Come vedete, alla fine ho praticamente resuscitato la rubrica di commento alle puntate dei telefilm. È che in questo periodo sono ossessionata dallo story-telling. Non so, forse sono sull’orlo di una rivoluzione in quel che scrivo :P , ma la mia vita è letteralmente dominata dalle storie. Anyway. Torniamo a parlare di Once Upon a Time, che si avvia verso il finale di stagione. Qui, le precedenti puntate.
Allora, come sapete io non credo granché all’oggettività del bello, in tutti i campi, letteratura compresa. Così tante volte mi sono imbattuta in prodotti con evidenti limiti e difetti che mi hanno comunque catturata e appassionata, che ormai non sto più a guardare il pelo nell’uovo, quanto il prodotto nella sua completezza. Però devo dire che questo The Evil Queen è proprio oggettivamente brutto, e lo è perché, per la prima volta da quando guardo questa serie, i difetti non vengono controbilanciati manco da mezzo pregio, e sono così evidenti e marchiani che fanno arrabbiare. Il punto è che OUAT sembra non avere più un briciolo di passione, sembra scritta con la mano sinistra e ad occhi chiusi da chi ha solo voglia di chiudere tutto al più presto. Non mi capacito di come questa gente abbia potuto scrivere le quaranta puntate precedenti: questo episodio sembra buttato giù da uno che non ha mai scritto nulla in vita sua.
Innanzitutto, si sprecano gli stratagemmi di trama cheap, che c’erano anche prima, per carità, ma adesso c’hanno su delle frecce verdi al neon con su scritto “lo faccio perché sennò non si va avanti”. Tipo Gold e Belle che passano sotto il campanile della biblioteca proprio mentre lassù c’è Hook, in modo tale che il nostro possa vedere che il Coccodrillo è ancora vivo. How convenient, come si suol dire. O Snow e Regina che vagando nel bosco finiscono nel villaggio massacrato proprio mentre la prima sta discettando di come la Evil Queen non sia poi così Evil, e che c’è speranza per tutti, al mondo. Lo “I take it back” di Snow l’ho trovato una cosa devastamente irritante, roba da spegnere il televisore all’istante.
Va bene, siamo nel mondo delle fiabe, un certo manicheismo ci sta, ma francamente personaggi che cambiano idea così, nel giro di tre secondi, perché la sceneggiatura lo vuole prendono la sospensione dell’incredulità e la fanno letteralmente a pezzi. E in una serie del genere la sospensione di incredulità è fondamentale. Già ti muovi sull’orlo del kitsch – ed è anche la tua forza – non puoi tirare troppo la corda.
Ma la cosa più brutta in assoluto è l’involuzione e il massacro perpetrato allo splendido personaggio di Regina: in quest’episodio è semplicemente una cretina. Ma chi mai al mondo può pensare di essere amata dal proprio popolo quando davanti a un villaggio di vecchi, donne e bambini che non vogliono rivelarle dov’è Snow reagisce con ghigno da malvagio fine ti monto mormorando “uccideteli tutti”? No, davvero, chi? Sorvoliamo sul fatto che per motivi ignoti Regina deve farsi trasformare da Rumplestiltskin, mentre, mezza scena prima, a Storybrook, lo fa da sola. Non contenta, una volta trasformatasi, si dimentica immediatamente di non apparire più come Regina e di aver perso i suoi poteri, facendosi quasi decapitare dalle sue stesse guardie. Una scema, ve lo dicevo. Anche lo svelamento del suo piano a Henry, con tanto di successiva cancellazione della memoria di quest’ultimo, urla “spiegone!” da qualsiasi lato lo si guardi. O ancora, in base a quale geniale ragionamento Emma ritiene che Tamara sia il pericolo per Storybrook paventato da Pinocchio?
Tutto nella puntata è farraginoso, la sceneggiatura procede infilando deus ex machina, i personaggi non hanno più senso. Ripeto, io non capisco. La prima stagione era ottima, chiusa in se stessa, l’inizio della seconda filava alla grandissima. Perché non c’è stata un’attenta progettazione di tutta la seconda stagione? Perché quest’episodio sembra scritto in fretta e furia da gente che con questa serie non c’ha mai lavorato. L’unica cosa che mi viene in mente è che, a fronte del calo degli ascolti durante la prima metà della stagione, i produttori abbiano chiesto un cambio di rotta: ed ecco Gold e Regina tornare cattivi, ecco nuovi cattivi spuntare fuori così, a muzzo. Ormai questa serie procede a vista, senza sapere più dove sta andando. Io non credo che anche un buon finale di stagione potrà risollevare la serie, e meno che mai riscattare un episodio così sciatto e francamente brutto.
Mi spiace, mi spiace perché fin qui il lavoro fatto era egregio, e OUAT forse non era eccellenza, ma era un buon prodotto, godibile e con punte di assoluto valore. Ora quelle punte sono controbilanciate da roba come questa, che francamente non doveva proprio andare in onda. Vabbeh, vedremo.

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Da Vinci’s Demons o vedi alla voce sospensione dell’incredulità

Alla continua ricerca di qualcosa di rilassante con cui riempire le mie serate, un bel giorno mi sono imbattuta nella pubblicità di questa serie qui, Da Vinci’s Demons. Da quel che mi era dato di capire dal trailer, trattavasi di una serie con protagonista Leonardo Da Vinci pischello che si faceva beffe in modo pervicace e strafottente della fedeltà storica. Immaginandomi un’americanata come poche, un po’ à la Codice Da Vinci, ho pensato che poteva diventare un bel guilty pleasure, e ho deciso di vedermela. All’inizio in solitaria, perché l’anima storica di Giuliano si sentiva violata dall’idea di un Leonardo che con quello vero ha in comune giusto il nome.
Comunque. Il primo episodio ha catturato la mia attenzione, senza appassionarmi eccessivamente. Dal secondo in poi ho deciso di vedermela tutta e di farla vedere anche a Giuliano, che adesso se la gode assieme a me.
Intendiamoci, non stiamo parlando di un prodotto di eccellenza: indubbiamente in giro c’è di meglio un po’ sotto tutti gli aspetti, ma Da Vinci’s Demons tutto sommato non è carente in nessuno. Ha un’ottima fotografia, dei buoni attori, sceneggiature non prive di guizzi interessanti, una bellissima regia, e, soprattutto, essendo serie breve, è scritta come cristo comanda. Sì, si vede che è stata progettata, pensata, che dietro c’è una storia che gli autori avevano già in mente e hanno cercato di buttar giù con un minimo sindacale di coerenza interna. Finora non ho visto deus ex-machina eccessivi, e ci sono anche dei rimandi interni tra puntata e puntata che mi fanno pensare ad una progettazione accorta. Niente fatine blu che spuntano fuori ad hoc, per dire. Ah, i costumi non c’entrano veramente una mazza col periodo ma sono splendidi, e l’uso della CG, che qua e là è indispensabile per i fondali, è pressoché perfetto. Insomma, è una cosa consapevole e un artigiano come me apprezza profondamente le cose magari semplici, ma fatte bene, dannazione.
Comunque, la cosa che davvero mi fa amare questa serie non risiede in tutto quel che ho detto fin qui, ma in un unico, singolo elemento: chi l’ha scritta crede fortemente nella supremazia della fantasia e della buona narrazione su qualsiasi altra cosa. Lo dice anche Leonardo, episodio 5: “Verità, menzogna…non hanno importanza. E’ la narrazione migliore a vincere”. E questo riassume tutte le sei puntate che son state trasmesse fin qui.
Da Vinci’s Demons è un unico – per me esaltante, devo dire – tentativo di vedere fin dove ci si può spingere a piegare la sospensione di incredulità mantenendo al contempo la fedeltà del pubblico. Per dire, nella sesta puntata abbiamo una roba alla Sansone contro Godzilla, ossia Leonardo che incontra Dracula, quello storico – si fa per dire… – Vlad III l’Impalatore. Voglio dire. Ed è una puntata di divertimento assoluto, anche perché, sebbene il mio cuore vada al cattivo di stagione, Gerolamo Riario, devo dire che Vlad gli è venuto proprio bene bene, sia per l’ottima interpretazione dell’attore, sia per l’atmosfera generale del tutto, oltre che per la vivacità della trama. Ecco altro punto a favore: in ogni puntata succedono cose. Molte cose. Che non necessariamente mandano avanti la trama orizzontale, ma quanto meno intrattengono, divertono, riempiono i cinquanta minuti di puntata, che son mica pochi. Ed è proprio in questa capacità di intrattenere la ragione del perché possa vedere uno con questa faccia qua interpretare Lorenzo il Magnifico, o Leonardo che usa il luminol de noantri per scoprire la causa della possessione demoniaca di alcune suore, o miracolose colombe meccaniche che volano senza urlare “ma che cazzata!”. E il maccosa (400calci cit.) si presenta puntuale almeno quattro o cinque volte a puntata; solo che gli sceneggiatori ti pigliano per mano e ti aiutano a dribblarlo allegramente, tutto in nome della curiosità di sapere chi cappero sono ‘sti Figli di Mitra, che fine ha fatto la mamma di Leonardo, se davvero Leonardo – spoiler – scoprirà l’America. L’America, capite? L’America!
Eh niente, tutto questo è il trionfo delle storie su ogni altra istanza: le storie, che secondo una recente ricerca di neurobiologia ci addestrano il cervello come le simulazioni al computer, le storie che ci forgiano, ci educano, ci svelano a noi stessi. Le storie. Il mio mestiere.
Poi ci sono tutte quelle robe lì che piacciono a noi nerd…ci sono dei pezzi che sembrano veramente usciti da un videogame: la seconda puntata ha la trama di un’avventura grafica. Tutta la serie del resto è basata su questo canovaccio: il personaggio, attraverso una serie di missioni, è invitato a dipanare la trama generale degli eventi. Siamo rimasti che il Nostro deve scuoiare un tizio morto che c’ha una mappa sulla panza. Voglio dire, devo aggiungere altro?
Ma quindi tutto bellissimo? No. O meglio, sul breve periodo sì, i pregi superano ampiamente i difetti, e comunque il personaggio di Leonardo, per quanto molto tipico, acchiappa, poco da fare; se certi caratteri spuntano nelle storie come i funghi in un giorno di sole dopo la pioggia sarà perché sono archetipici, no? Perché piacciono ad un livello molto profondo e viscerale, e il genio sregolato, dedito all’autoditruzione e ad una certa immoralità di fondo acchiappa dalla notte dei tempi. Comunque, dicevo. Il problema è che siamo ancora dalle parti della “serie di mistero”. A parte la godibilità del singolo episodio, e il divertimento del tutto a prescindere, ci sono dei misteri, e sono quelli che portano avanti la trama orizzontale. La domanda è: gli sceneggiatori sanno dove stiamo andando? Oppure si son seduti attorno ad un tavolo, come spesso fanno, e si son detti: “Ahò, dai, ce mettemo ‘a setta”. “Fiiiiigo”. “E er padre stronzo e ‘a madre che nun se trova”. “Ggggggenio”. “Sì, vabbeh, ma poi come la risolviamo?”. “Chettefrega, mo’ ‘ntanto famo ‘sta staggione, poi quarcosa se ‘nventamo, tipo ‘a tartaruga maggica“.
Ecco. Anche no. La serie è stata rinnovata per un’altra stagione. Tra l’altro, è una serie breve, otto episodi. Non ci vuole un mago per cercare di farsi tornare le cose. Voglio aver fiducia, anche perché ormai ‘sti maledetti m’hanno già fregata, e so che andrò fino in fondo, a meno di clamorosi tonfi più avanti. Speriamo bene. A tal proposito, altro possibile problema futuro: la serie ora ha la freschezza delle cose nuove, e dunque scorre via agile sul filo sottile che separa un bel prodotto dalla cazzata inguardabile. Cadere di sotto, non appena il controllo si allenta, è un niente. Anche qui, speriamo bene.
Ora, io ve la consiglio. È la cosa più divertente tra quelle che sto vedendo in questo periodo. Certo, non potete darvi un tono quando ne parlate a cena con gli amici, ma ce n’è davvero bisogno?

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Misfits 3×03

Premessa: questo potrebbe essere l’ultimo post del genere. È che dopo anni passati a recensire la roba più diversa qua sopra, finalmente mi sono chiesta se effettivamente ve ne frega qualcosa. Mentre per libri e film suppongo che la risposta sia affermativa, per una serie televisiva come Misfits non ne ho idea. È un prodotto di nicchia, fuori target rispetto ai miei lettori, per altro, per cui non vorrei annoiarvi con roba che non vi interessa (o almeno vi interessa meno del resto). Per cui, fatemi sapere se può farvi piacere che io continui con queste disamine settimanali, o se preferite che mi dedichi ad altro il martedì.

Recensione vera e propria: nonostante la mia pessima disposizione verso questa stagione di Misfits, sono arrivata alla terza puntata. E se ieri sera, vedendola in italiano, mi aveva lasciata un po’ così, oggi rivista in inglese l’ho apprezzata di più. Mi è piaciuta? Via, sì, mi è piaciuta. Il che mi insegna almeno due cose: a) ormai sono assuefatta alle versioni originali. È piuttosto raro che veda un telefilm doppiato, e evidentemente la cosa mi ha lasciato un segno, che ne so, ma in italiano le interpretazioni mi sembrano molto più monocordi e la sceneggiatura più loffia. Sarà un pregiudizio anche questo. b)forse dovrei piantarla di farmi tutte queste pippe mentali su Misfits e guardarmela senza troppi problemi.
Ora, devo dire che pure non brillando per particolari pregi, la puntata fa segnare a proprio favore una serie di punti non disprezzabili. Il cattivo stavolta è un ragazzo che ha vinto la lotteria della sfiga: nerd, timido, disegnatore di fumetti. Olé. Il destino ha però voluto dargli una seconda chance dandogli un potere ad hoc: tutto quel che disegna, si avvera. E il nostro usa lo stratagemma per costruirsi il suo Supereroe da compagnia, alias Simon.
La caratterizzazione di Peter, il nerd in questione, esce sparata dal manuale del giovane fumettaro disadattato, ma riesce comunque apprezzabile, sarà per la faccia convincente dell’attore, sarà perché tra tante tipologie di misfits il nerd perso non sfigura. Il personaggio resta comunque un po’ fuori fuoco: per dire, continuo a non capire chiaramente perché decide di fare la fine che fa, non mi pare che nella sua psicologia ci fossero le premesse per il suo gesto finale, ma tutto sommato la puntata si inserisce agevolmente nel filone “Simon e Alisha”, costituito da episodi tutti un po’ più seriosi e drammatici. Misfits è anche questo.
Molto più interessanti tutta una serie di scelte di regia, sceneggiatura e recitazione che rimandano in modo diretto ai fumetti. Parlo dell’atteggiamento che ha sempre Simon quando parla perché sotto l’influenza del potere di Peter, e del taglio stesso delle inquadrature: urlano “fumetto” da lontano un miglio. Per dire, Simon ha una postura rigida e innaturale che fa tantissimo vignetta, pensateci. Anche la scelta delle inquadrature va di conseguenza. Non parliamo poi delle battute, stereotipate e “tipiche”. Insomma, c’è tutto un riferimento sottotestuale al fumetto che è veramente interessante. E devo dire che queste sono cose sottili che si apprezzano molto. Poi, vabbeh, molto molto apprezzabile anche la scena del pestaggio girata praticamente tutta con gli schizzi, e la scena finale dei nostri stesi a terra e inquadrati in immaginarie vignette dalle sbarre della presa d’aria. Figo, insomma.
Interessante anche il plot twist finale. Inatteso, devo dire, anche se getta una luce un po’ curiosa su Simon. Per quel che mi riguarda, sarebbe stato plausibile il suo voler perseverare nel diventare il tizio mascherato anche senza spintarelle, anzi, avrebbe aggiunto spessore al personaggio. Ma va detto che così invece assume spessore Peter, nella più classica delle rivincite finali del cattivo, e anche questo fa molto fumetto.
Per il resto, la sottotrama di Kelly che se la fa col venditore di poteri mi lascia piuttosto indifferente. Il fatto che ci lascino come gran mistero il fatto che il tizio voglia riportare in vita la ragazza mi fa abbastanza specie. Ormai l’abbiamo capito tutti, non è più un colpo di scena da un bel pezzo.
Rudy mi fa simpatia, davvero. È sotto tutti gli aspetti un povero cristo, il più disperato del gruppo. Ma continua ad essere inserito a forza nelle puntate, con una serie di battute che per lo più non fanno ridere, oppure peggio ancora tentando di mettergli in bocca roba che avrebbe detto Nathan. Ho l’impressione che gli autori ne sentano la mancanza molto più di noi. Quand’è che non sembrerà appiccicato con lo spunto al resto del gruppo e alla trama in generale?
Comunque. A me è piaciuta, ma ho il terrore della prossima. Voglio dire, i nazisti sono quella roba lì che se sai usarla è esplosiva (vedi Indiana Jones), ma se non lo sai fare succede un casino. Ecco, io spero che non si strafaccia. E comunque, Misfits s’è guadagnato un’altra settimana di visione, per quel che mi riguarda.

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Misfits 3×02

Se ho un pregio, è di farmene una ragione abbastanza rapidamente. Se una cosa non va mi incazzo, per carità, mi dispiaccio e quel che vuoi, ma in un tempo relativamente breve passo oltre. Il discorso vale per Misfits: Nathan non c’è più né ci sarà in futuro, è un fatto. Possiamo stare a recriminare quanto vogliamo, a domandarci quante ne avrebbe sparate se avesse beccato lui Curtis in abito da sera, ma quel che abbiamo ora è Misfits senza di lui: o prendiamo il pacchetto, o smettiamo di guardarlo. E io ho accettato il pacchetto per un’altra settimana. Tutto sommato, sembra che abbia fatto bene.
Questa seconda puntata è proprio old style. Si capisce fin dalle prime battute, quando appare evidente che gli autori si sono ricordati che un tempo scrivevano e giravano bella roba. Finalmente si vede la regia, finalmente la musica torna ad avere un ruolo importante e non banale, finalmente è tornato Misfits, insomma. L’episodio è divertente, le battute più salaci non sembrano volgarità buttate lì come capita, ma rientrano in un quadro più ampio, Rudy a piccole dosi si può anche reggere, tranne quando si dimenticano che non non si chiama Nathan e gli mettono in bocca battute che evidentemente erano scritte per Sheehan. Tra l’altro, la vena femminista dell’episodio si lascia molto apprezzare, senza risultare stucchevolmente ipocrita in un contesto come quello di Misfits, come succedeva invece per il ravvedimento sulla via di Damasco di Alisha nel precedente episodio.
L’impressione generale è quella di un meccanismo ben oliato che ha ripreso a funzionare a dovere. Voglio dire, nulla di trascendentale, ma è un episodio davvero piacevole, in cui uno ritrova lo spirito di Misfits. Ora, io non lo so quanto durerà questo nuovo rinascimento della serie, a giudicare dai commenti che ho visto in giro sul seguito temo poco, e devo dire che anche la preview del prossimo episodio non promette per niente bene, ma quanto meno potremo dire che in questa stagione almeno un episodio s’è salvato.
Ah, ovviamente le note stonate ci sono: a parte i patetici tentativi di fare di Rudy Nathan 2.0, quando secondo me sarebbe molto più interessante puntare sulle sue specificità di personaggio (o, in alternativa, farlo morire malissimo e ce lo leviamo dalle balle :P ), Simon è tornato indietro di almeno due stagioni. Al posto del figone ombroso che copula con Alisha, ci ritroviamo di nuovo il ragazzino timido e impacciato della stagione uno, che non era esattamente quel che avevamo visto né nella puntata precedente, né nell’ultima della scorsa stagione. Ho letto che qualcuno in rete lamenta che tutti si siano dimenticati di Nikki, che sembrava dovesse diventare il grande amore di Curtis. Va anche detto che quest’ultimo se l’era già e bella che dimenticata alla fine dell’ultimo episodio della seconda stagione, quindi il problema magari non è tanto di questa puntata, ma della serie in sé.
Comunque, vedremo. Per lo meno ieri sera mi sono divertita durante la visione e non mi sono sentita vagamente in imbarazzo come la scorsa settimana. Il resto, chi vivrà vedrà.

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Misfits 3×01

Sarò onesta: ho sempre considerato Nathan uno degli elementi portanti di Misfits. Non l’unico, ovviamente, ma uno dei punti di forza della serie, assieme alla fantastica fotografia, all’ottima sceneggiatura, ai guizzi di regia, insomma a tutte quelle cosette che mi hanno fatto amare Misfits per due stagioni. Quando ho saputo che Sheehan avrebbe lasciato, sì, lo ammetto, mi sono stracciata le vesti. Questo per dirvi che il mio grado di prevenzione nei confronti della terza stagione di Misfits era alto. E probabilmente è colpa di questo atteggiamento di fondo se questa prima puntata mi ha lasciata un po’ così. Eppure non è tanto l’assenza di Nathan a pesare. È che l’alchimia delle passate stagioni non funziona. L’impressione è che si sia rotto qualcosa.
Innanzitutto, Misfits in genere ha delle puntate granitiche, monoblocco: la struttura è semplice, lineare, compatta. Certo, c’è la trama orizzontale, ma in linea di massima tutto ruota intorno al cattivo di puntata, o ad uno snodo di trama che porta avanti la trama di stagione. Stavolta, fino a metà puntata sono stata lì a chiedermi la storia dove l’avessero lasciata. C’è la cattiva di puntata, che però è francamente risibile. In passato avevamo avuto cattivi memorabili, tipo il lattofilo o la tipa casa e chiesa del finale della prima stagione, oppure scarsi a livello di personaggio ma con poteri fighi, tipo il tizio che credeva di vivere in Grand Theft Auto. Stavolta la biondina con la frangetta storta non attira, e comunque non è il fulcro della puntata. Che oscilla invece pericolosamente tra vari registri: da un lato, dobbiamo capire che fine hanno fatto i Nostri, e come se la cavano coi nuovi poteri, dall’altra dobbiamo metterci il cattivo, infine dobbiamo presentare il famigerato nuovo personaggio, Rudy. Il risultato generale è che nessuno dei tre filoni di trama viene trattato con un minimo di tensione narrativa. Lo spettatore rimane spiazzato di fronte a eventi che si accumulano per inerzia e sembrano non voler coagulare attorno ad alcun punto focale.
Ma veniamo a Rudy, che tanto lo sappiamo che quello era il nostro maggior timore. Innanzitutto, non capisco questa fretta di farcelo conoscere così, di botto, in una sola puntata. Nella prima stagione si erano presi il loro tempo per presentarci i personaggi, li avevamo scoperti man mano. Per dire, solo a fine prima stagione comprendevamo quale fosse il potere di Nathan. Invece di Rudy non solo conosciamo il potere (e vabbeh), ma anche i suoi trascorsi con Alisha, che volendo potevano tenere in piedi molti episodi, si risolvono in quattro e quattr’otto, in modo sciatto e sbrigativo. Già è abbastanza implausibile che un teppista da servizi sociali ci resti così male perché la tipa con cui perde la verginità – tra l’altro notoriamente donna di facili costumi – lo molli dopo l’iniziazione sessuale (ma magari questa ce la spiegheranno, magari all’epoca Rudy era un ingenuo verginello), francamente ridicola è la vergogna che Alisha prova davanti alle accuse di Rudy. Voglio dire, due anni fa Alisha si fece conoscere dai suoi compagni con una fellatio simulata su una bottiglietta di plastica, Simon ha ben presente cosa faceva la sua donna prima di mettersi con lui, non è mica un mistero né una sorpresa che la chiamassero “cock monster”. Il risultato, è che anche il pezzo in cui Alisha chiede scusa a Rudy per quanto gli ha fatto risulta artefatto, vagamente moralistico e comunque fuori luogo. Ma vabbeh. Rudy, invece? Che ce ne pare di Rudy?
Rudy al momento parla come Nathan senza esserlo. È un personaggio diverso, ma fa le stesse cose, dice le stesse cose, nell’economia complessiva della narrazione svolge lo stesso ruolo. Una cosa che avrei preferito non vedere. Senza contare il fatto che al momento ai miei occhi non ha alcun elemento di interesse, anzi lo trovo vagamente fastidioso. È che è gratuitamente volgare. Ok, Misfits è sempre stato volgare, ma era una volgarità in contesto, e l’uso della parolaccia, del doppio senso, trovava più o meno sempre la sua ragione d’essere. E poi, ahò, faceva ridere. Rudy e la sua “fissazione”, chiamiamola così, non fanno ridere. Non lo so perché. Sembra coprolalia fine a se stessa, ed è una cosa che ho smesso più o meno venti anni fa. In tutta la puntata si salveranno due o tre battute, di cui una in effetti di Rudy, ma mi pare un po’ pochino.
Per il resto, si intravede un accenno di trama orizzontale, ossia il venditore di poteri che vuole resuscitare la moglie/ragazza/sorella/diosacosa, ma al momento la cosa lascia un po’ così. Sì, Kelly col suo potere assurdo fa ridere, sì Simon e Alisha sono tanto carini, sì Curtis…Curtis boh, è un po’ inutile come sempre, ma se questo deve essere un assaggio di quel che seguirà io non mi sento molto invogliata a prendere un altra cucchiaiata. Ma parla la donna che s’è vista tutta Terra Nova e tutta Falling Sky, e questa puntata di Misfits dà comunque quaranta piste ad entrambe, per cui credo che proseguirò nella visione. Con le dota incrociate, però.

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Terra Moscia

Ieri, con un ritardo di un paio di giorni, mi sono vista la quarta puntata di Terra Nova. Parliamo subito degli aspetti positivi: faccio un sacco di esercizio con l’inglese. Sì, perché ci sono attori americani, attori inglesi, tanti accenti…Fossi un insegnante di inglese lo farei vedere in classe. E poi…e poi basta. Fine aspetti positivi.
È che questa quarta puntata è stata davvero brutta, sotto molteplici punti di vista. Il problema è che, visto che siamo ancora alle battute iniziali, uno si aspetterebbe una tensione alta, e un bel po’ di riferimenti alla mitologia della serie. Invece niente, siamo già alla minestra riscaldata. La puntata sostanzialmente ricalca la precedente: se si sostituisce il virus misterioso con la pappa ai feromoni otteniamo la 1×03. Pensateci. La struttura e le tematiche sono identiche: problema, dottoressa + amichetto di vecchia data che collaborano, marito geloso, colpo di genio che porta alla risoluzione del tutto. Con l’aggravante che anche qua i personaggi iniziano a fare cose assurde: per esempio, Elisabeth nota subito che Jim non sta male, ma si dimentica la cosa per tutto il resto della puntata, salvo ricordarsene alla fine. Vogliamo dire che era rincoglionita dal morbo? Insomma, visto che lavora sul vaccino con un certo successo. E magari il marito potrebbe anche farle notare che tirargli un po’ di sangue e capire perché lui non si ammala è un buon punto di partenza. Comunque, qui il problema è più profondo: la serie non capisce quali sono i suoi punti di forza, e continua a concentrarsi sugli aspetti meno interessanti del tutto. Innanzitutto, qualcuno mi spieghi a cosa servono i dinosauri. Ho capito che se ne va un milione di dollari ogni volta che un dinosauro entra di striscio nell’inquadratura, ma se non puoi permetterteli, be’, non ce li metti. Misfits è tutta fatta con due lire, con effetti speciali risibili, ma è quanto di meglio abbia visto nell’ultimo anno. Se decidi invece di metterci i dinosauri, me li devi sfruttare. Perché, diciamoci la verità, la gente ha iniziato a vedere Terra Nova per quello: si aspettava qualcosa stile Jurassic Park, si aspettava tensione, casini a non finire. Invece sulla terra di Terra Nova – perdonate il bisticcio – ci sono meno dinosauri di quelli che c’erano sull’isola di Jurassic Park, e quelli che ci sono o sono dei rincoglioniti o sono innocui. Pensate agli ovosauri che, dovendo scegliere tra una leccata di nichel e un marines pronto a essere divorato, preferiscono…il nichel. Ci fosse mai un tentativo da parte di un carnosauro di sfondare la barriera di Terra Nova. Anche quando i nostri escono dal perimetro sembra che la cosa che li spaventi di più siano i Sixties. Allora, ripeto, non ce li mettere, i dinosauri. In ogni caso, l’ambientazione non è sfruttata per niente. Per dire, siamo nella terra di 85 milioni di anni fa, un posto molto diverso da oggi, che, si suppone, pulluli di virus con cui l’uomo non è entrato mai in contatto. Quindi, se proprio vogliamo parlare della malattia misteriosa, il topos dei topoi degli stereotipi della fantascienza, basta che mi fai starnutire un dinosauro vicino ad un uomo. Voilà la malattia. E invece no. Ci dobbiamo inventare il centro di ricerche che conduce esperimenti illegali sul DNA. Non si capisce poi perché siano illegali, visto che il tizio che li conduceva stava cercando una cura per una specie di Alzheimer. Cos’è, a Terra Nova per legge occorre schiattare per il morbo di Gordon o come cappero si chiama?
Infine, a fronte di spettatori che vogliono sapere cos’ha fatto Taylor nei mesi in cui è stato solo su Terra Nova, che fine ha fatto suo figlio, chi sono i Sixties e cosa sono soprattutto i geroglifici, gli autori perdono tempo intorno al triangolo più telefonato della storia. Non ce ne frega niente di Jim geloso, non ce ne frega niente che la moglie non si ricordi di lui e dei figli. E l’inglese deve morire male, malissimo, perché è il personaggio più irritante del mazzo, e ce ne vuole, perché sono più o meno tutti insopportabili. Taccio su Josh e Skyes, davanti alla scena del bacio Giuliano ha invocato l’arrivo di un tirannosauro. E come dargli torto…
Patetici, infine, i tentativi di richiamare Lost. A parte l’idea di partenza e alcuni particolari simili – pochi umani in un contesto alieno, gli Others/i Sixties, i mostri nella jungla – stavolta hanno cercato di rifare la hatch. Con risultati patetici. Lost è passato, e non tornerà mai più. È stato sicuramente un momento importante nella storia della televisione, ma per fare Lost ci vogliono molte idee, bravi sceneggiatori, ottimi attori e anche una faccia di bronzo non indifferente. Qui manca tutto: gli sceneggiatori lavorano al minimo sindacale, non si vede un’idea neppure a pagarla e gli attori…a parte Stephen Lang è la fiera del basito, soprattutto per quel che riguarda Josh e Jim. Che poi anche sul casting avrei da ridire. Tutti bellissimi. Anche Maddy, che dovrebbe essere la secchiona complessata del mazzo, è una stocco di ragazza che buttala. Ok, anche in Lost erano tutti fighi, ma c’era anche gente normale, che andava in giro per altro sbattuta, zozza e senza trucco. A Terra Nova, invece, è tutto pulito, lindo e perfetto.
Insomma, altro buco nell’acqua. Inizio a credere che la grande stagione dei telefilm americani si stia avviando al tramonto. Qualche anno fa avevi l’imbarazzo della scelta su cosa seguire: c’era Lost, c’era House, c’era Dexter, c’era Californication, Carnivale e via così. Adesso, a parte i sopravvissuti di quel periodo, io vedo il deserto creativo. Idee vecchie riciclate. Mentre invece sul fronte europeo le cose sembrano migliorare (anche se in effetti Borgia l’ha fatto Tom Fontana, che è americano, ma il resto, a partire dalla produzione, è europeo).
Credo che continuerò in ogni caso per qualche puntata. Innanzitutto per l’esercizio con l’inglese, e poi perché ho bisogno di qualcosa che mi sgombri la mente, di sera, e in mancanza d’altro…Ma andiamo male, molto male.

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