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The Last Jedi reload. La recensione con l’80% di deliri in più

Ieri ho rivisto The Last Jedi. L’ho fatto come al solito in lingua originale, per l’esercizio con l’inglese, ma pure perché ormai mi piace farlo così. E la sorpresa è stata che il mio giudizio sul film è cambiato. In meglio. Mi era già capitato con The Golden Army, ma in genere è una cosa rara. Molto più facile che un film che mi piaceva alla seconda visione invece mi deluda, o il mio giudizio resti invariato. E invece no.
È che, una volta che non hai più l’ansia, le aspettative, e sai la trama, d’improvviso scopri un sacco di cose che in prima battuta ti erano sfuggite. Che ai fini delle vendite in home video è, immagino, una gran cosa. Ai fini della fruizione del film stesso non so. Non ho ancora deciso se sia un bene o un male.
E quindi niente, il Piccolo Recensore che è in me si è svegliato, e ha deciso di aggiungere una postilla alla vecchia recensione, che potete leggere qua. È che su certe cose ho proprio cambiato idea. Tipo: la prima ora non mi è sembrata così noiosa come ricordavo. Il ritmo è più blando, ma la costruzione dei personaggi e della trama lo richiedono. La parte di Rey e Luke sull’isola ha un suo senso e non è tirata per le lunghe, e anche le chattate Telegram tra Rey e Kylo non sono sovrabbondanti: sono giuste, tutte. Persino il non parlarsi all’interno della Ribellione non l’ho trovata una cosa così ingiustificata come la prima volta. Tutto sommato Poe è effettivamente uno scemo che potrebbe mandare tutto all’aria (e lo fa), e di Holdo non si fida. Resta tirata tutta la dinamica dell’inseguimento al rallentatore tra Primo Ordine e Ribelli. Ok, te lo spiegano, ma perché il Primo Ordine non chiami rinforzi che fermino la fuga dei Ribelli io continuo a non capirlo. Altro grosso problema resta la sottotrama di Finn e Rose, che è pure gradevole, ma non va da nessuna parte. Non serve a niente, se non ad aggiungere inutile minutaggio al film. L’effetto è stato lo stesso della prima visione: arrivati al duello di Rey e Kylo, sembrava che il film fosse finito. E invece mancava la parte più importante.
Quindi dici: vabbé, ma dov’è che hai cambiato idea?
Nel giudizio complessivo. È un film compatto, ragazzi, non è per niente diviso in due come mi era parso. E fin dalla prima scena ti dice a che gioco sta giocando, anche se le carte te le scopre lentamente. Ma è come il famoso patto col diavolo citato ne Le Postille a Il Nome della Rosa da Eco: il film te lo sta dicendo dove sta andando a parare, da subito. E d’improvviso mi è stato chiaro perché tanti fan non l’hanno apprezzato. È un’enorme opera di decostruzione di quanto prodotto nel film precedente, ma anche nelle altre trilogie. Il famoso “culo” di Leo Ortolani (referenza, che sennò è tutto molto ambiguo :P ). Si parte distruggendo la figura dell’eroe, pur celebrata nella prima, bellissima scena, della sorella di Rose che si fa schioppare per distruggere l’incrociatore. Poe manco fa in tempo a mettere piede sul ponte della sua nave, che Lela già gli dice chiaro e tondo che ha fatto una cazzata, e che i suoi eroi sono tutti morti. E si prosegue così. Finn incontra Rose, e anche qua si ricama intorno al concetto di eroe: per Rose Finn lo è, ma noi sappiamo che è un povero Cristo infilato in un gioco più grande di lui, spinto avanti più che altro da una possente trazione tricotica (tira più un pelo di Rey…). E infatti Rose lo deve fulminare perché sta scappando. Su Luke manco mi pronuncio, che tutta la parte sull’isola è solo un’enorme, gigantesco manifesto de “gli eroi non sono per niente come te li immagini, e comunque sono tutti morti”. E lasciatemi spendere due parole per la gigantesca figura di Luke, che manco a Mark Hamill è piaciuto e io davvero non capisco perché: è il maestoso monumento al fallimento di un’intera generazione che credeva a qualcosa, e ha scoperto di non essere all’altezza dei propri sogni. E sì, è stato proprio lui a mandare tutto in vacca (anche se la sceneggiatura ammorbidisce un po’ il suo tradimento nei confronti di Ben) e allora? C’è un uomo sotto l’accappatoio di spugna marrone, un uomo ferito e abbattuto, che pure, alla fine, ha la forza di risollevarsi e almeno morire facendo ciò in cui crede, in un passaggio di testimone da brividi.
Ci distruggono un po’ tutto: l’eroina predestinata che è figlia di N.N. ed è stata scelta dalla Forza a caso, i Jedi che non erano ‘sto granché, l’equilibrio nella Forza che non significa più riassorbire il male nel bene, ma accettare che entrambi esistono, e non possono essere ridotti l’uno all’altra. E questa decostruzione trova il suo contraltare nel ribaltamento di molte scene topiche degli altri film. Grandissimo, per dire, il pezzo del ferro da stiro. Che, immagino, la maggior parte della gente abbia considerato una roba fuori luogo, e invece appartiene ancora a quel filone di uccisione dei padri cui tutto il film, in ogni fotogramma, allude. Sì, ragazzi, la nave di Boba Fett è un cazzo di ferro da stiro da lavanderia, ok? E ve lo sbatto in faccia. E anche Luke che butta via la spada, infrangendo uno dei grandi stilemi di questa saga (quando ti danno la spada si fa la faccia seria, e sei investito a cavaliere), che a me non fa ridere manco per niente. O ancora Kylo, verso la fine, che quando vede Luke non pensa a scendere dalla nave e affrontarlo in singolar tenzone, stile Obi Wan con Darth Vader, ma gli fa scaricare addosso vagonate e vagonate di colpi, che è il contrario di tutto ciò che ci hanno sempre detto di come vanno le cose tra grandi nemici.
E poi, la morte di Snoke. La morte di Snoke è un capolavoro. Perché è identica a quella dell’Imperatore in Return of the Jedi, almeno fino a un certo punto. Identica la posizione dei personaggi, identiche le cose che si dicono, identica la flotta ribelle, là fuori, che rischia di essere spazzata via. E tutti noi siamo lì a sbuffare, a dire “sì, ma questo l’ho già visto”. E allora Johnson ti spara in faccia “col cavolo!”, e Ben affetta Snoke – in modo per altro decisamente poco eroico, con uno stratagemma piuttosto vile – e a quel punto il film sterza. Fine, ragazzi. Tutti i padri sul tavolo stati ammazzati, eroi non ce ne sono più, ci sono le nuove generazioni, e sono loro che porteranno avanti la baracca. E, come dicevo anche nella precedente recensione, quest’opera di distruzione non è fine a se stessa, ma propedeutica a una nuova epica, disincantata quanto ti pare, ma comunque pregna di afflato mitico. Ma non sto a ripetere cose che ho già detto l’altra volta. Piccolo inciso, per altro, sulla morte di Snoke: mentre avviene, Snoke letteralmente la descrive. È una di quelle cose che puoi notare solo a una seconda visione, perché sai cosa accadrà, ma Snoke dice tutto ciò che fa Ben, e ho trovato il tutto piuttosto ambiguo. Ok, è vero: Ben gira la spada davanti a Rey, davanti a Rey la attiva, tutto specularmente alla spada di Luke sullo scranno di Snoke. Ma mi sono comunque domandata se sotto l’omicidio di Snoke non ci sia altro, se l’inutile cattivo con la faccia scartavetrata forse non la sappia più lunga di quanto immaginiamo e non sia proprio morto morto morto.
Altra cosa che cogli solo se riguardi, è che anche il duello nella Forza di Luke e Kylo è un gioco di prestigio con le carte scoperte. Luke si presenta con una spada che è stata distrutta qualcosa come dieci minuti di film prima, e per tutto il duello lui e Kylo non si toccano mai. Non si incrociano neppure le spade. Te lo stanno dicendo che Luke non è la, ma la forza iconica di quel che accade, la capacità di costruire la scena, sono tali che non te ne accorgi. Ci devi proprio fare caso.
E insomma niente, tutto il film è una cosa pensata. C’è una poetica dietro, per scomodare un parolone. Che avevo già intravisto in prima visione, ma che quando riguardi, spoglio di tutte quelle ansie da prestazione con cui uno va a cinema a vedere un film di Star Wars, emergono con grande prepotenza, che ti si impongono. Per altro, questo film potrebbe persino non avere un seguito. Non è il segmento centrale di una saga di tre. È l’episodio finale di una bilogia. Ha una conclusione in sé, e lascia per il dopo un territorio completamente vergine, che è possibile davvero popolare con tutto ciò che si vuole. Qui è dove mi astengo dal ripetervi di nuovo che l’idea che dopo questo film torni in sella J.J. mi metta la depressione, ma lo sapete già.
E quindi niente, lo volevo dire. Perché mi è piaciuto, perché dentro ci sento spirare lo spirito dei nostri tempi, e, non lo so, secondo me questo film è destinato a durare, più degli evanescenti prequel, più del riassuntone delle precedenti puntate di The Force Awakens. Lo riprenderemo in mano, tra qualche anno, e capiremo che ci diceva davvero qualcosa di quel che siamo, qui e ora, di quello in cui crediamo, e che, come la trilogia originale, ha quanto meno tentato di porre le basi di un’epica nuova. Poi, vabbè, arriva Jar Jar Abrams e probabilmente brasa tutto, ma il tentativo c’è stato, e non potrà essere del tutto cancellato. E noi siam tutti un po’ il pischello con la scopa (che si vede nella sottotrama di Finn e Rose, l’avevate notato? Notatevatelo!). May the Force, qualsiasi cosa ne sia rimasto, be with you.

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Star Wars VIII – The Last Jedi o Film a Metà

Come due anni fa, quando la Forza si risvegliò, l’alberello di Natale a tema Star Wars è acceso, e io sono pronta a recensire. Nonostante la mia (intollerabile) mancanza di piani per andarmelo a vedere, ieri sera mi sono imbucata allo spettacolo delle 18.30, e ho visto The Last Jedi, che secondo me è L’Ultimo Jedi, ma la distribuzione dice di no, so’ di più, sarà.
A differenza di due anni fa, stavolta ho molto più chiaro cosa penso di questo film, ma sarà comunque lunga. Non c’è nessun vero spoiler, ma accenni piuttosto vaghi alla trama.
Comunque, facciamola breve prima di scendere nel dettaglio: se il film fosse stato tutto come la prima ora e mezza, non starei probabilmente neppure più a scrivere. Avrei archiviato la pratica sequel di Star Wars come una roba che non ha sostanzialmente più molto da dire, se non ciurlare in un manico del quale non è rimasto poi molto. Se invece fosse stato tutto come l’ultima ora, adesso sarei qua a gridare al capolavoro. Perché, sì, il film è drammaticamente diviso in due un po’ in tutto: regia, ritmo, densità di eventi, potenza visiva e della rappresentazione. Il risultato viene portato a casa alla fine solo perché l’ultima ora è meravigliosa, e, incredibilmente, riesce a tirare fuori dal pastrocchio generale un’unità tematica complessiva davvero miracolosa. Vi giuro, sembra che a un certo punto il regista sia entrato in una stanza con dentro riuniti tutti i produttori, li abbia falciati a colpi di AK 47 e abbia urlato sui corpi caldi “E mo si fa come dico io!!”. Proprio con questa moderazione, che è poi la cifra dell’ultima famosa ora.
Per certi versi, sembra che il film abbia fatto propria la lezione di Games of Thrones: voi sapete che, con tutto l’amore del mondo per un prodotto d’eccellenza sotto tanti aspetti, io alla fine penso che sette stagioni della serie siano servite solo a far crescere i draghi di Daenerys e che l’azione comincia davvero all’ultimo minuto dell’ultimo episodio della stagione sette. Ecco. La prima ora e mezza di Star Wars VIII serve a perdere tempo. Sembra che qualcuno gli abbia ordinato di fare due ore e mezza di film, pena la morte, e quindi gli sceneggiatori si siano messi là a pensare come allungare la broda. Quindi vai di lentissimi inseguimenti navali, in cui inseguitore e inseguito, per motivi imperscrutabili, vanno esattamente alla stessa velocità. Meno male che in mezzo ci sono due notevoli combattimenti che non riescono a battere l’irraggiungibile macello dell’inizio dell’Episodio III, ma tengono botta. Poi ci sono piani di combattimento basati sul semplice fatto che nella Resistenza la gente non si parla, perché no gnegnegne, ma che comunque servono solo e letteralmente a perdere tempo, e soprattutto Rei che si fa mille pippe sull’isola delle monache-pesce insieme a uno scorbuticissimo Luke, con tanto di citazione alla scena seminale della caverna de L’Impero Colpisce Ancora, ça va sans dir molto meno potente.
Non che sia un brutto guardare, eh? C’è anche un colpo di scena o giù di lì, però relativamente telefonato. Ma tutto è sostanzialmente piatto e anche già visto. Ed è stato lì che mi sono detta una cosa che avevo già tirato fuori per The Force Awakens: Star Wars non ha più molto da dire, se non fare infinite variazioni su temi già noti, aggiungendoci giusto qualche pezzo in computer graphics in più e tante bestioline carine (voglio un porg, ora).
Poi, lentamente, le cose iniziano a ingranare. Fino al botto. Il colpo di scena vero. Quello in cui Rian Johnson dice “sì, dai, vi ci ho fatto credere, ma ho scherzato: mo facciamo sul serio”. E da lì tutto decolla. Ma davvero. Innanzitutto compare una regia, con un’infilata di scene memorabili che hanno come unico problema che sono tipo ottanta in un’ora. Un tripudio per gli occhi di coattaggine allo stato puro, in cui chiunque, ma davvero chiunque, tira fuori le palle e va over the top, facendo cose che i nerd in genere vedono solo nei loro sogni più umidicci. Tipo c’è un duello che è praticamente speculare a quello (da me amatissimo) di Rey e Kylo nella neve che è una vera goduria per gli occhi (e c’è pure Myra :P ). C’è Luke che tra poco inizieranno a girare meme a pioggia con quello che fa. Ci sono anche delle scene evidentemente paracule, messe lì per fare fan service, ma messe così al posto giusto, fatte così bene, che, voglio dire, lo so che mi stai blandendo, ma in finale chissenefrega, dammene ancora! C’è il pianeta che gratti il sale e sotto c’è il sangue, quello lì dei trailer, in cui questa roba del rosso viene usata all’ennesima potenza, imbastendo tutto un sottotesto di destino e morte che levati. È epica, è il miglior aggiornamento possibile di Star Wars a questi tempi di passaggio che viviamo, è quel che tutta questa trilogia avrebbe dovuto essere nelle tre ore precedenti, dannazione. Quell’ultima ora là ci dice proprio questo: che viviamo in tempi senza più eroi, e quelli rimasti sono tristi, stanchi, e non sono per niente come ce li siamo immaginati. E che anche le cose in cui credevamo, la Forza e quella roba là, quando la vedi per davvero è tutta diversa da come te l’avevano raccontata. Viviamo la fine dell’innocenza, viviamo l’età adulta. Non possiamo più guardare a Star Wars come trent’anni fa, perché siamo cresciuti, e quel che abbiamo adesso per salvare il mondo è la summa di ciò che siamo: due ragazzini sperduti, che cercano il loro posto nel mondo, e che nel farlo fanno cose belle e cose terribili, e, come tutti i ragazzini, hanno poteri immensi, ma una testa da bambini. Ecco, questo è lo Star Wars del XXI secolo, che coglie lo spirito dei tempi, e lo trasfonde in un’epica contemporanea, nella quale possiamo specchiarci e riconoscerci, ma cui possiamo anche ancora credere, come credevamo nella favola di quasi quarant’anni fa.
Tra l’altro, Johnson fa operazione raffinatissima di svuotamento dall’interno dei topoi di Star Wars, una cosa che per certi versi è l’opposto delle strizzate d’occhio (Leo Ortolani®) di Abrams. Tutto sembra andare come già nei film precedenti: il guascone che però poi diventa buono, il cattivo che passa al lato chiaro all’ultimo istante, il maestro ucciso dall’allievo. E invece no. Invece a un certo punto sembra davvero che qualsiasi cosa possa succedere. This is not going to go the way you think, diceva Luke nel trailer, e alla fine, mannaggia a lui, è vero.
Ora, avrete capito che tutta questa parte qui mi ha esaltata. Ma. Ma il film nel suo complesso è davvero troppo discontinuo. Tra l’altro, la saga continua a fallire nel cercare di proporre un cattivo che non sia incarnazione del male assoluto ma che al contempo abbia delle motivazioni valide. Ora, non voglio dire che Kylo sia Anakin II la vendetta, ma, sebbene lo trovi un gran bel personaggio, che in questo film si sviluppa pienamente, secondo me sul lato delle motivazioni c’è ancora da lavorare. Sì quello che ci dicono, ma non basta. Spero nel prossimo film. Taciamo anche dei due personaggi più inutili della nuova saga, Snoke e Phasma. Quest’ultima io speravo venisse un po’ rivalutata in questo nuovo episodio, e invece niente: conta quanto il due di coppe con la briscola a bastoni. Il nulla pneumatico. Snoke si attesta su un’utilità leggermente superiore, ma resta una cosa difficile da decifrare, e soprattutto profondo quanto la pozzangherina che sta nel tempio Jedi dove Luke ha messo le tende.
Quel che porta a casa il risultato, comunque, è il fatto che il film nel suo complesso ha un senso. E il suo senso è che coi vecchi personaggi abbiamo chiuso. Ragazzi, sono andati, hanno dato il loro, ma non hanno più un ruolo da giocare in questa storia. La meravigliosa scena finale col bambino ce lo dice con chiarezza. E, come ha detto qualche mio amico su Facebook, bisogna uccidere i propri padri, a un certo punto, sennò si resta bambini per sempre. E questo film ci mette sopra la lapide.
Sembrerebbe dunque un ottimo ponte lanciato verso il futuro. Solo che in questo futuro ci sta Jar Jar Abrams, regista dell’episodio conclusivo, che nei franchise c’ha il terrore di produrre idee originali, e che è stato la rovina del nuovo Star Trek, tanto è vero che appena si è sciacquato è venuto fuori quel bel prodottino che è Beyond. Abrams è derivativo alla morte, non vedo come possa dare una chiusura a questa storia che non sia il rigiramento di frittata de Il Ritorno dello Jedi. Qua invece le cose sono enormemente più complesse, e Kylo Ren mi sta a tanto così da diventare personaggio memorabile, ma se te me lo riporti a casella zero, e mi diventa Anakin Reloaded, ecco, è la fine.
Per cui, boh. Vorrei essere speranzosa per il futuro, ma non ci riesco. Vorrei andarmelo già a rivedere, ovvio, magari in inglese. Mi tengo questa mezza buona storia, e mi accontento così. Comunque, è la cosa migliore prodotta su Star Wars da Il Ritorno dello Jedi, e vale la pena andarlo a vedere. Per cui, andate, che la Forza è viva e lotta con noi.

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