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The Orville, o la buona falegnameria di una volta

È giunto il momento. Non pensavo, perché quando ho iniziato la visione ero piuttosto scettica. E invece niente, mi sto divertendo, e quindi tocca parlare di The Orville. Riassunto per chi non sapesse di cosa si sta parlando: Seth MacFarlane, quello de I Griffin, per intenderci, si è dato alla serialità televisiva, con quella che, sulla carta, dovrebbe essere una parodia di Star Trek, e che si intitola, appunto, The Orville. La prima stagione conta dodici episodi, ma è stata già approvata una seconda.
Che dire? Partiamo col fatto che, fino a oggi, MacFarlane non mi ispirava grande simpatia. A parte alcuni episodi, non ho mai trovato I Griffin nulla di diverso da una copia peggiorativa de I Simpson, di American Dad salvo solo il pesce e l’alieno – come Stewie ne I Griffin, per altro – e Un Milione di Modi per Morire nel West mi ha lasciata molto perplessa. Ho proprio problemi con la sua comicità, di cui soprattutto non apprezzo i tempi. Quindi, partivo malissimo.
Poi, però, nel quadro è entrata Star Trek: Discovery, e tutti mi dicevano che The Orville era tipo quel che Discovery avrebbe dovuto essere, e niente, le cose sono cambiate.
Ora, è più che evidente che MacFarlane semplicemente voleva rifare Star Trek, The Next Generation, per la precisione. Online c’è un video fan made che girò da pischello con gli amici rifacendo la serie classica, quindi io lo vedo che fa i paperdollari per poter un giorno soddisfare questo sogno da bambino. Il fatto che sia una parodia è una mera foglia di fico per dare una giustificazione all’operazione: si ride poco, soprattutto nei primi episodi si ride pure a sproposito, e, in generale, tutto il prodotto trasuda un amore per TNG ai limiti del feticismo. È tutto uguale. Uguale la plancia, uguale il mondo, nel quale sono stati cambiati due nomi due giusto per ragioni di copyright, uguale il sapore complessivo. Vi giuro, sono identiche pure la regia e la fotografia. Sembra un prodotto uscito paro paro dagli anni a cavallo tra la fine degli ’80 e l’inizio dei ’90. Più che una parodia, è proprio un’operazione di recupero filologico. E, in quanto tale, ai critici ha fatto schifo. Che io, in linea teorica, posso anche capire. Voglio dire, che senso ha? A parte realizzare i sogni di bimbo di MacFarlane. È una cosa del passato, superata da vent’anni, quasi trenta, di televisione che hanno asfaltato quel modo di raccontare storie. Solo che, ripeto, Star Trek adesso è quella roba indefinibile di Discovery, tutto lens flares, fotografia laccatissima, e personaggi senza senso alcuno sulla faccia della terra. E, d’improvviso, inizi a capire anche il senso di una cosa come The Orville. Che, prima di tutto, è onesta.
Non è che ti sta vendendo l’avanguardia. Non è che ti fa un titolo tipo The Butcher’s Knife Cares Not for the Lamb’s Cry per ammannirti poi Klingon che ruttano e tardigradi spaziali che fanno il verso al Dr. Who. Il gioco è scoperto fin da principio: stai guardando un clone fuori tempo massimo di TNG. C’è giusto aggiunto un po’ di quell’umorismo straniante che a MacFarlane piace tanto. E quindi sai perfettamente cosa otterrai: capitani coraggiosi – ma con quel pizzico di sfiga che uno si attende – personaggi simpatici, esplorazione. Il pregio è che si entra subito dentro il mondo: le sceneggiature sono molto semplici, ma per questo solide, i personaggi non particolarmente originali, ma perfettamente delineati, con interazioni chiare e che funzionano. Soprattutto, sembrano per davvero un equipaggio della Flotta Stellare, anche se si chiama Unione Planetaria, a differenza di quelli là della Discovery che sono un gruppo di sociopatici assemblati a caso, più un alieno col trucco più brutto che abbia mai visto.
La trama orizzontale è evanescente, come è giusto che sia, ma i singoli episodi funzionano. Non c’è niente di clamorosamente originale, le tematiche a volte sono tagliate con l’accetta, ma con un minimo di giudizio, vedi puntata sul cambio di genere della neonata, o quella, probabilmente la migliore, finora, sui social. Menzione speciale per la puntata con l’alieno pomicione, in cui finalmente l’umorismo è ben calibrato e perfettamente funzionale alla trama. Il tasso wtf delle azioni dei personaggi è tenuto al minimo, e soprattutto è una serie corale, in cui ognuno ha il suo spazio, e ci sono episodi evidentemente costruiti per farti empatizzare con ciascuno dei personaggi. Arrivata all’episodio 11, mi stan tutti simpatici, ci tengo che si salvino quando sono in pericolo, shippo Ed e Kelly, insomma me ne frega, e infatti sto andando avanti nella visione.
Non sto gridando al capolavoro, intendiamoci. Ma è una cosa fatta bene; in modo estremamente classico, e come si facevano una volta, ma bene, dio mio, bene! È come andare a farsi un giro in parco a tema storico, è una celebrazione dei bei tempi andati, e tutto sommato è un’operazione non solo con una sua dignità, ma persino con del coraggio. In tempi come i nostri, di serie ipertrofiche in cui tutti cercano, con alterne vicende, di sperimentare, di tirare fuori qualcosa di nuovo, MacFarlane si tira fuori, e fa una cosa che non ha paura a farsi superare a destra da tutto il resto della produzione televisiva contemporanea. È un lavoro di artigianato, fatto con passione e amore da chi, è evidentissimo, ama e conosce a menadito il materiale originale. È una bella e solida sedia fatta dal falegname all’angolo, contro il divano di design che è Discovery. Sulla prima almeno ti siedi e stai comoda, sul secondo non capisci neppure dove sta la seduta.
L’ho detto un miliardo di volte, forse è il segno della mia “poetica”, chiamiamola pomposamente così, di autrice, oltre che di fruitrice di prodotti pop: meglio una cosa semplice, senza ambizioni, ben fatta, che una roba che punta in alto e poi fa schifo. Non me ne faccio niente dell’originalità a tutti i costi, degli effetti speciali, dell’aggiornamento alla contemporaneità, se poi dei personaggi mi frega meno di zero, se le storie d’amore che mi proponi sono l’epitome della sciatteria, e se mi annoio per tre quarti della puntata. Lasciamo lo sperimentalismo, anche se mi accorgo che è termine improprio, a chi sa farlo, e in questo periodo abbondano, francamente. Se sai fare solo le sedie, e le sai fare bene, fai quelle.
Non se consigliarvela. Mi rendo conto che per certi versi è una cosa un po’ da nerd veri. MacFarlane è uno di noi, nell’episodio 11 cita il Dr. Who, quindi non credo sia una cosa per tutti i palati. Ma se vi piacciono le serie come le si faceva quando ancora li chiamavamo telefilm, e siete abbastanza tolleranti con l’umorismo fuori luogo – e comunque ce n’è poco – io direi di andare. Di onestà intellettuale in giro ce n’è pochissima, meglio premiare almeno quella di The Orville.

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