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La fisica ti cambia dentro

L’altra sera mi sono vista Titanic. Sì, continuo ad essere un po’ ossessionata da questa storia, ma sto cercando di smettere; è la storia più raccontata nella storia delle storie, per cui non ha molto senso intignarci ancora. Comunque. Sull’onda del post visione, ho linkato sul mio profilo di Facebook questa immagine geniale. Non posso che ammirare il genio di chi si ricostruisce le dimensioni dell’anta di armadio su cui sta Rose, ne traccia la sagoma a terra, e poi ci fa su il kamasutra dei salvataggi marittimi. È quella roba profondamente nerd che in genere adoro.
Su immagini del genere, però, in rete è acceso il dibattito: no, non ci stavano comunque, ma se lui saliva la porta si capovolgeva, in ogni caso avrebbero pesato troppo.
Una persona normale su una cosa così si farebbe una risata e via. Ma io non sono una persona normale. Io sono un fisico. Per inciso, non un biologo, e quindi non mi sono posta realmente il problema se una, zuppa d’acqua gelida al midollo, abbandonata in mezzo all’oceano, con una temperatura dell’aria che dubito fosse superiore ai 5, tié, 6 gradi possa davvero sopravvivere più di uno a mollo. La domanda che mi sono posta immediatamente è stata: ma davvero se ci salivano in due la porta andava giù?
Ragioniamo. Esiste il principio di Archimede, col quale suppongo abbiamo tutti dimestichezza. Io alle medie non lo capivo, ci persi un pomeriggio. Comunque, non divaghiamo. Il Principio di Archimede dice che “un corpo immerso in un fluido – liquido o gas – riceve una spinta dal basso verso l’alto pari al peso del volume dell’acqua spostata”. Questo vuol dire che per sapere se un corpo galleggia o meno occorre conoscere il volume dell’acqua spostata, quindi la densità dell’acqua. Noti volume e densità, calcolo il peso dell’acqua spostata dal corpo immerso, chiamiamolo F. Se questo F è maggiore del peso del corpo stesso, chiamiamolo P, il corpo galleggia. Se F Se vogliamo dar per buona la stima delle dimensioni della porta riportate in figura, l’area della porta di armadio è 0.90 m x 2,28 m = 2,052 mq. Ok, ma questa è appunto un’area, e a noi serve un volume. Occorre conoscere lo spessore della porta.
Mi sono andata a cercare lo spessore di un’anta di armadio in legno massello – siamo sul Titanic, in prima classe, voglio sperare gli armadi fossero in legno massiccio, e che diamine! – e possiamo approssimare uno 0.04 m di spessore. Diciamo che la linea di galleggiamento della porta sta a metà di questo spessore: il volume di acqua spostato è 0.90 m x 2,28 m x 0.02 m = 0.04104 metri cubi. Ma quanto pesa un metro cubo d’acqua? La densità dell’acqua (ossia, appunto, il peso di un metro cubo di un certo materiale) dipende dalla temperatura; l’acqua, quella sera fatale, era intorno allo 0, forse un po’ meno di 0°, per cui un metro cubo d’acqua pesava 999,8 kg. A questo punto abbiamo tutto: il volume d’acqua spostato e la densità dell’acqua. La forza cui era soggetta la porta nel film sarà quindi 0.04104 m cubi x 999,8 kg = 41,032 kg. Ok, secondo questa stima la porta non avrebbe retto neppure Rose, che all’epoca non era esattamente sottopeso. Diciamo allora che affonda di un altro centimetro. Ripetendo il calcolo supponendo che 3 cm dello spessore della porta siano a mollo viene fuori che la porta poteva sopportare 61.55 kg. E non ci siamo ancora, perché Rose forse stava sotto i 60 kg, ma anche la porta aveva un suo peso, no? E quindi la risposta è: ok, forse ci entravano entrambi, ma la porta sarebbe andata giù. Poi uno dice che deve accettare il proprio corpo, che grasso è bello e via così…Tra l’altro, ci sarebbero stati entrambi se la porta fosse stata spessa almeno almeno 7 cm e rotti, che a me pare troppo, ma chissà, magari esistono ante di armadio così spesse…
Ecco, io questi conti li ho fatti davvero, ieri, c’ho pensato tutto il tempo in cui ero in macchina, in viaggio verso la palestra. Ce l’avevo davvero la curiosità.
A volte penso che se un fisico, un fisico qualsiasi, andasse a chiedere l’infermità mentale gliela darebbero subito. La fisica ti cambia dentro :P .

P.S.
Vi ricordo ancora le interviste di Nautilus, su Rai Scuola, canale 146 del digitale o 806 di Sky. Oggi l’argomento è Arte.

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Come si cambia

Una volta ogni dieci anni, o giù di lì, appare un film che diventa una specie di simbolo per la generazione che lo va a vedere. Penso, che ne so, a Star Wars e ciò che ancora rappresenta per quelli che erano ragazzini allora, o al Signore degli Anelli. I miei sedici anni sono segnati da Titanic. Quello fu tipo l’anno più bello della mia adolescenza, ero sempre posseduta da una specie di euforia permanente, tutto andava alla grande e mi sentivo indistruttibile. A scuola ci avevano messo in una classe che definire gigantesca è un eufemismo. Avevamo uno spazio di due metri per cinque, alla fine dei banchi, dove durante la ricreazione letteralmente ballavamo. E avevamo di conseguenza un sacco di muro su cui appendere poster e roba del genere, e anche dei professori tutto sommato illuminati. Ricordo che quell’anno una mia amica appese un poster a grandezza naturale di Leonardo Di Caprio, che all’epoca era adorato tipo Justin Bieber o roba del genere.
Le mie amiche si sfidavano a chi aveva visto Titanic più volte. C’era gente che era andata a cinema dieci volte, qualcuno anche dodici o tredici. E si commuoveva ogni volta, per altro.
Io ero un’adolescente scassascatole, vagamente snob e schifata da qualsiasi cosa piacesse “alla massa” – come si cambia, eh? – per cui Leonardo Di Caprio non mi diceva niente, a parte sembrarmi un bambino, e Titanic me lo andai a vedere solo perché avevo voglia comunque di partecipare al rito collettivo. Me lo vidi a cinema, assieme a un sacco di miei compagni di classe, e quando Jack dice a Rose che deve vivere e blablabla, mentre tutto il cinema tirava su col naso all’unisono – giuro, all’unisono! – io ero tutto sommato fredda. Perché della storia d’amore mi fregava poco. A me piaceva vedere la nave che cola a picco. Lo so, è macabro, ma se ci pensate è un’anticipazione di quel che sarei diventata dopo. L’affondamento del Titanic ha dentro tutto quello che un amante della letteratura di genere può volere: l’uomo contro la natura, il destino, l’orrore, il singolo messo in una situazione estrema, coraggio, morte, codardia. Altro che Rose e Jack, suvvia…
Comunque. Questo lungo cappelletto per dire che tutto sommato io la fascinazione per il Titanic non l’ho mai sentita. Il film mi piacicchiava, ma tutto sommato non mi affascinava. L’ho rivisto molte volte, da allora, ma così, un po’ alla sanfasò, pur ammirandone la potenza archetipica, il genio di chi, con la storia più abusata da quando è nata la narrativa, fa piangere e ridere milioni di persone all over the world.
Poi non lo so che è successo. Forse è che ho preso il mare anch’io, restandone folgorata, o forse scrivere storie per lavoro mi ha cambiata dentro. Adesso che si avvicina il centenario del naufragio del Titanic – che per altro cade il giorno del mio anniversario di nozze… – ne sono ossessionata. Mi son letta le storie, viste le immagini, ho anche seguito i documentari di Nat Geo. D’improvviso è una storia che trovo di una potenza straordinaria. La ybris, la tecnica che fallisce di fronte alla natura, il mistero, il cielo stellato…Non lo so, d’improvviso capisco tutta la gente che ci ha perso il sonno, che continua ad esserne affascinata, ossessionata, quasi.
Niente, a volte quando sei piccolo e scemo passi più tempo a cercare di essere “diverso” che a capire perché la gente ama così visceralmente qualcosa. Quando cresci, d’improvviso ti rendi conto del tempo sprecato.
Comunque Di Caprio no, quello continua a non piacermi :P .

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