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Tredici (il libro) non mi è piaciuto

Come regola generale, se un libro non mi piace, non ne parlo. Derogavo alla cosa quando ero pischella, ma poi sono saltata dall’altro lato della barricata e non mi sono sentita più autorizzata; non mi pare di essere in grado di fare le pulci agli altri quando forse sarebbe meglio facessi le pulci a me stessa.
Stavolta, però, farò una deroga, e non tanto perché il libro di cui vado a parlare non mi sia piaciuto, ma perché lo trovo proprio sbagliato, a vari livelli che cercherò di spiegarvi. È una cosa fatta male, non tanto dal punto di vista letterario, quanto proprio programmatico. E secondo me può far danni. Sto parlando di Tredici di Jay Asher.
Confesso di non essermici avvicinata proprio scevra da pregiudizi: della serie tv si è parlato tanto, e alcune delle critiche che sono state mosse al prodotto, su un piano meramente contenutistico, le capisco. Però tutto sommato ero ben disposta. Mi aspettavo qualcosa di controverso, basato su un principio di fondo che un po’ mi irrita – gente che si ammazza per vendicarsi di chi gli ha fatto del male – ma mi aspettavo comunque un discorso di una certa profondità sul disagio dell’adolescenza, sul bullismo e sul suicidio. Ecco, invece no. Proprio no. La superficialità dell’approccio di Asher, al contrario, mi ha fatta alquanto incazzare.
Iniziamo da principio. Vi avviso, ci saranno spoiler. La storia ormai è nota urbi et orbi: Hannah, un’adolescente, si uccide, e lascia tredici nastri registrati per spiegare ad altrettante persone (in verità di meno) in che modo siano responsabili della sua scelta. Ora, mostrare come sostanzialmente positivo un personaggio che si ammazza per far soffrire la gente, per di più adolescente, già di per sé non mi sembra una gran trovata. Immagino più o meno chiunque di noi abbia pensato al suicidio, e di sicuro si è figurato, soprattutto da ragazzino, di farlo causando dolore a qualcuno che gli stava particolarmente sulle scatole. Nel 90% dei casi sono innocue fantasie che nulla hanno a che fare né col desiderio di morire davvero né con la progettazione di un suicidio. Ma si dà il caso che quando scrivi un libro non sai chi ti leggerà; il pubblico è vasto, e mostrare la protagonista come una povera vittima che fa benissimo a gettare la colpa del suo gesto su altre persone – tanto è vero che c’è persino un finale “speranzoso”, e il suo gesto forse salverà un’altra vita – mi pare pericoloso. Potrebbe confermare nel proprio desiderio di morte gente che non solo faceva fantasie, ma al suicidio ci stava pensando per davvero. Non sto delirando, perché esiste l’effetto Werther, ed è una cosa così vera e reale che esistono delle chiare linee guida per parlare di suicidio nei media (che nessuno rispetta, ma vabbè), proprio per evitare casi di emulazione. A sedici anni sei una persona in formazione che sta cercando il suo orizzonte di senso, quel che ti succede a quell’età ti segna profondamente, e per altro la morte l’hai appena capito cos’è davvero, se pure ci sei arrivato. A me sembra che si scherzi col fuoco, ma vabbè.
Il problema non è solo l’idea iniziale. È anche tutto lo sviluppo. Hannah sta male. Le tredici cassette dovrebbero spiegarci perché si suicida. Dopo l’ascolto, l’unica risposta che ti viene data è: si suicida perché la vuole far pagare a chi le stava sulle balle. Per futili motivi, per altro. Perché per il libro è tutto un gran parlare di quanto Hannah si senta rovinata dalla sua “reputazione”, di quanto si senta disperata, ma il perché non lo si capisce proprio. La “reputazione” cui Hannah parla cosa sarà? Io, avendo letto storie recenti di ragazzine devastate da persecuzioni vere e proprie, diffusione di video in cui venivano molestate, o semplicemente facevano sesso, mi aspettavo qualcosa di tremendo. No, la cattiva reputazione di Hannah consiste in due cose: essere stata eletta miglior culo del primo anno, e le voci che girano sul fatto che si sia fatta palpare una tetta da un compagno di classe in un parco. E stop. Che uno si domanda Asher dove viva; a sedici anni pure io, che non ho avuto esattamente un’adolescenza selvaggia, alla tetta c’ero arrivata, ed ero circondata da amiche che avevano fatto sesso, non se ne vergognavano, e al massimo avevano problemi di contraccezione. Ma uno dirà: ok, ma magari Hannah è un personaggio fragile, e quindi per lei queste cose, che a te sembrano piccolezze, sembrano grandi problemi. No, perché nulla di ciò che Hannah fa inducono a credere che sia una debole; per settimane va in giro a registrare nastri, piglia per il culo quelli che la ascoltano, va alle feste, pensa a rimorchiare un tizio che le piace, ha rapporti normalissimi con i ragazzi e le ragazze della sua età. Quando un tizio le palpa il sedere in un locale, aggiunge pure che non è un gran problema, e che le è già capitato. E veniamo al secondo problema: l’irritante perbenismo del libro.
Se vuoi parlare di bullismo, innanzitutto, devi andare a fondo. Non puoi spacciarmi per persecuzione un coglione che ti ruba i messaggini di solidarietà che ti spediscono le tue amiche. Questo non è bullismo, è l’asilo Mariuccia. E non puoi neppure mostrarmi come tremendo il tradimento di un’amica, perché a sedici anni quella è la regola. Se avessi dovuto ammazzarmi perché un amico mi aveva delusa sarei morta quaranta volte, perché in quel ramo me ne sono capitate di ogni: amiche che dall’oggi al domani ti ignorano, che iniziano a prenderti in giro con tutti gli altri, che si mettono insieme al tizio che piace a te, pur professandosi “la tua migliore amica”. Ma questa è l’adolescenza, questo è il male quotidiano che ognuno di noi infligge agli altri, spesso senza neanche volerlo. Non c’è persecuzione, non c’è neppure violenza, se vogliamo essere impietosi: la scena della seconda violenza sessuale è francamente ridicola, e non perché non siano molestie, ma perché sono molestie prima di tutto incomprensibili, secondo poi evidentemente raccontate per ridurre al minimo l’esposizione di scene di sesso. Ma il sesso fa parte della vita degli adolescenti, non puoi tirarti indietro quando si tratta di parlarne, tanto più se vuoi parlare del lato oscuro del crescere. Invece no: niente sesso, siamo americani. Ma il problema non è solo questo. È l’infilare tutto nel mucchio: secondo Hannah, una che ti è amica per convenienza e poi ti abbandona è ugualmente colpevole di uno che stupra una ragazza ubriaca. Tanto quanto. E uno che ti incorona “miglior culo del primo anno” moralmente responsabile della palpata di sedere che ti fa un altro in un locale, probabilmente anche più colpevole. Nessuno tentativo di mostrare le ragioni degli aguzzini, di cercare di capire perché certe cose accadono. No, gli amici di Hannah sono tutti stronzi che meritano di vivere la vita col senso di colpa per la sua morte, lei una santa la cui unica colpa è che quando ha chiesto aiuto (quando??) nessuno gliel’ha dato. Non c’è alcuna analisi, non c’è approfondimento: questo è il bullismo raccontato da chi non solo non sa cos’è, ma manco si ricorda com’era essere adolescente, a meno di non aver trascorso l’adolescenza in mezzo agli Amish, e comunque, secondo me, anche lì i ragazzi trovano il modo di trasgredire alle regole. E questo, francamente, fa incazzare. Perché i ragazzi meritano più di questo, perché se vuoi parlare di cose serie e metterle al centro del tuo libro, analizzarle e indagarle, forse dovresti farlo bene, non edulcorando ogni cosa.
Tralascio l’assurdità di una sedicenne, anche di dieci anni fa, epoca della stesura del libro, che registra tutto su nastro (l’autore dice che è voluto, così le storie sono più “universali” e non invecchiano: un sedicenne oggi non sa manco cos’è un’audiocassetta, e non sarebbe in grado di trovare un registratore per riprodurla manco cercando), o di un’aspirante suicida che passa il tempo a registrare audio, farne tredici copie, preparare mappe e sistemi improbabili perché tutti sentano tutti i nastri. L’apoteosi dell’assurdo è l’incontro col professore. Tu vai a chiedere aiuto disperata, sperando che ti convincano a non ammazzarti: a) lo fai in modo criptico e incomprensibile; b) ci vai col registratore, così poi se fallisce c’hai le prove. Hannah non sembra depressa, Hannah non sembra una che voglia uccidersi, Hannah non è neppure una vittima, a voler essere precisi, visto che non denuncia lo stupro di un’amica e lascia che un palo abbattuto causi un incidente, esattamente come la gente che sta accusando di aver causato la sua morte. Ultima nota per le avvisaglie del suicidio di Hannah: il fatto che dà via una bicicletta e si taglia i capelli. “I segnali c’erano tutti”. Anche qua, io dovrei essere morta due miliardi di volte.
Insomma, il problema non è che sia un brutto libro. Si fa leggere, scorre via. È infarcito di quelle che a me sembrano assurdità, ma questo non sarebbe un problema, e non mi avrebbe spinta a scrivere questo post. È, come dicevo in apertura, sbagliato: perché non spiega assolutamente nulla né della sofferenza che si prova quando si cresce né di problemi assai più profondi, come il bullismo, la malattia mentale, la violenza sessuale. Per di più, tutto sommato ti dice che se ti trattano male fai benissimo a morire per fargliela pagare, che poi le cose si aggiustano. Non per te, ma ‘sti cavoli. Vuoi mettere nella tomba la soddisfazione di averli fatti incazzare tutti.
Mi spiace. Non mi sento di apprezzare una cosa del genere. Non credo sia questo il modo di parlare di questi argomenti. Probabilmente è un problema mio, e questa resta comunque un’opinione, che per altro non trova riscontro in tanti altri pareri positivi che si leggono in giro al riguardo. Ma per me è così. E siccome ho finito la lettura incazzata, ho voluto condividere la cosa.

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