Archivi tag: vita vissuta

Gli ultimi sgoccioli

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Un tuffo dove l’acqua è più blu

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È sempre colpa della madre

Premessa:
due sabati fa, ho dimenticato di spegnare l’aria condizionata in camera di Irene. In genere l’accendiamo prima che lei dorma, in modo che l’ambiente sia fresco quando la mettiamo a letto. Stavolta c’eravamo scordati, per cui l’abbiamo accesa quando l’abbiamo messa a dormire.
Un’ora dopo, entriamo in camera sua e ci sono i pinguini che ci salutano. Lei è appallottolata in fondo al letto, in un evidente e disperato tentativo di scampare all’era glaciale. Ovviamente io ho i sensi di colpa a manetta.

Premessa 2: il week end di due settimane fa è stato intenso. Sabato prima da mio suocero, poi a casa con gli amici, domenica al mare. E insomma, Irene s’era stancata un pochino. Niente di che, ma si era data da fare un sacco.

Il Dramma: due lunedì fa, Irene si sveglia nervosa e accaldata. Le misuriamo la febbre. 38. Ovviamente è il dramma. È colpa mia, l’ho messa sotto ghiaccio, l’ho fatta stancare, sono una madre degenere. La situazione precipita quando il giorno dopo la febbre sale a 39. Tra l’altro, io, che sono una personcina affatto ansiosa e ipocondriaca, vaglio tutto lo spettro delle possibili malattie, concentrandomi ovviamente sulle più tremende. È che Irene non ha il raffreddore, e la gola, quando più o meno riusciamo a controllargliela, non sembra arrossata.
Comunque, tempo tre giorni e la febbre cala, e io, più o meno, mi tranquillizzo. Mi sento sempre uno schifo come madre, ma almeno Patata sta meglio. Peccato che venerdì mattina si svegli senza febbre, ma tutta simpaticamente coperta di bollicine rosse. Momenti di panico, visto che lei è vaccinata per tutte le più famose malattie esantematiche, e io inizio a valutare un po’ tutte le malattie da contagio, ebola compresa. Poi, il pediatra ci rassicura, e si scopre che Irene ha preso la sesta malattia, che tra tutte le malattie dell’età pediatrica è la più scema: febbre alta per qualche giorno, poi l’esantema quando la temperatura cala, poi le macchiette se ne vanno nel giro di un paio di giorni.
Io, per una mezza giornata, sono immersa in un vago senso di euforia.
Capperi, non è colpa mia! Voglio dire, una settimana a pensare a quel maledetto bottone del condizionatore che non avevo pigiato, degli sbattimenti del week end, e invece no! Era il virus, il santo, benedetto, virus!

Epilogo:
Incidentalmente, cercando informazioni online sulla sesta malattia, mi imbatto in questa frase:

È quasi sempre la mamma a trasmettere la malattia al bimbo: il virus può rimanere nell’organismo della donna in fase latente, cioè senza causare sintomi e viene trasmesso per via respiratoria.

È lì resto immobile.

Aveva ragione Freud, è sempre colpa della madre

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Tempo

Con questa storia della Smemo, ieri sera sono andata a ripescare quella del 1996 dalla mia libreria. È la mia preferita, non so spiegare esattamente perché. Forse perché quegli anni lì sono irripetibili, la vita di spalanca davanti all’improvviso e tutto ti sembra nuovo e fantastico, inebriante e grandissimo. Davanti a te hai un mare di possibilità, tutto può essere, e sei convinto che il futuro ti riservi qualcosa di straordinario. Tu non sarai come gli altri, tu lascerai un segno, tu cambierai qualcosa.
Ho riletto alcuni dei racconti che preferivo – lo accennavo ieri, il tema era il Mediterraneo – le vignette che ancora oggi, a distanza di sedici anni, ricordo a memoria, e tutto quello che ci avevo scritto dentro io: il resoconto dei miei tentativi di abbordare il ragazzo che mi piaceva, i commenti deliranti lasciati dai miei amici, le canzoni, le poesie, le citazioni. Mi sono ritrovata quasi subito. Un puzzle disconnesso di ciò che sarei diventata poi: la mescolanza di cultura alta e bassa, l’ossessione per la musica, il desiderio di essere diversi (“siamo E.A.M – Estranei Alla Massa” era la grossa scritta colorata sulla prima pagina), il teatro, i libri. Lettura davvero adolescenziali, devo dire: I Dolori del Giovane Werther, Per Chi Suona la Campana. Era tutto un fiorire di citazioni che si avvolgevano intorno a due temi principali: amore e ribellione, l’altro sesso e cambiare il mondo.
Ma se a leggere i brandelli di me che avevo infilato là dentro ho l’impressione di un passato remoto, di un’epoca dalla quale mi separano eoni di esperienze di vita, i testi della Smemoranda mi hanno trasmesso una sensazione del tutto diversa.
A parte i riferimenti alla guerra nella ex-Jugoslavia, che era ancora vicina – “quando eri ragazzina tu la Jugoslavia era ancora unita? Davvero?” mi ha chiesto la studentessa di laurea che sto seguendo, facendomi sentire vecchia, ma vecchia… – già si parlava con una certa insistenza di fondamentalismo islamico, e negli stessi toni con cui lo si fa oggi. Molti testi ne parlavano, e anche parecchie vignette ci giravano attorno. E si parlava, come ti sbagli, di Berlusconi. Se uno cancellasse quel 1996 dalla copertina, sembrerebbe un diario dei nostri tempi. C’ho riflettuto, e, cavoli, cinque anni dopo ci sarebbe stato l’11 settembre. Che nella nostra mente è l’inizio di tutto, lo spartiacque tra due mondi inconciliabili: il prima, che a quelli della mia età appare come un luogo sicuro, un posto avviato verso una quieta pace da magnifiche sorti e progressive, e il dopo, fatto d’incertezze e di odio, di guerra e sangue. E invece, nel ’96 c’era già tutto: il mondo era già così, un posto insicuro combattuto tra opposte tensioni, proiettato verso il futuro ma legato a retaggi ancestrali.
Se ripenso alla me di quegli anni, non ho alcuna coscienza di tutto ciò. Ero un tipo che si interessava parecchio di come andava il mondo, occupavo, manifestavo, leggevo i giornali e iniziavo a cercarmi anche fonti d’informazione alternative. Eppure non ricordo quella stessa paura del fondamentalismo che avremmo avuto dopo, quel senso di impotenza e frustrazione per come vanno le cose in Italia e nel mondo che mi avrebbe caratterizzata negli anni a venire.
È che l’11 settembre avvenne che avevo vent’anni, l’età in cui cominci a capire che le cose stanno per farsi serie. Certo, sei ancora un ragazzino, ma l’età adulta incombe, o almeno a me sembrava così. E allora quell’evento segnò per me la fine del dorato mondo dell’infanzia: non c’erano più mamma e papà a proteggermi, il mondo era un posto brutto e cattivo e io dovevo farci i conti.
Toccare con mano che in vent’anni niente è poi davvero cambiato mi ha fatto uno strano effetto. Quando ero adolescente, un anno mi sembrava durasse una vita. La Licia di settembre era sempre sensibilmente diversa da quella del giugno successivo, quando la scuola chiudeva, e in mezzo c’era una vita intera, succedevano un sacco di cose, e tutto cambiava. E invece vent’anni sono passati, e noi siamo ancora là, dov’eravamo nel ’96. Sono un astrofisico, e le cose che studiano si evolvono su tempi scala dell’ordine di miliardi di anni, dei milioni se il processo è particolarmente rapido, e per questo dovrei avere ben presente quanto il lasso di tempo che passa tra la nascita e la tomba sia nulla a fronte del Tempo. Ma dovevo prendere in mano una Smemo mangiata dagli anni per rendermi conto che mentre io crescevo, diventavo la persona che sono, pubblicavo libri, mi sposavo e facevo figli il mondo restava fermo dov’era.
Prima non ci pensavo mai. Al tempo e ai suoi scherzi, intendo. E adesso…adesso probabilmente sto solo invecchiando :P .

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Il sogno della Smemo

Da ragazzina il diario scolastico era per me una specie di propaggine, una delle forme con cui esprimevo me stessa, come i vestiti che indossavo, le cose che scrivevo, la musica che ascoltavo. Li riempivo di disegni, frasi che mi avevano colpita, canzoni che amavo. Li conservo ancora, perché sono un pezzo di me. Su uno scrissi anche una serie di riflessioni a caldo dopo il mio viaggio ad Auschwitz.
Comunque, il feticcio di quegli anni per me era la Smemo. Era diversa da tutti gli altri diari. La Comix la trovavo troppo triviale, i diari dedicati agli eroi dei fumetti e dei cartoni animati li trovavo tutto sommato infantili (anche se un anno mi sono concessa Lupo Alberto, ma quelli di Silver li consideravo fumetti da grandi), e quelli coi fiori e i decori romantici non si addicevano per niente alle mie camice XL e ai miei jeans sformati. La Smemo invece era perfetta. Era roba da adulti. Era un’agenda, mica un diario. E, soprattutto, era piena di cose da leggere. Vignette incazzate col mondo, di quelle che trovavi in prima pagina su L’Unità o La Repubblica, e racconti scritti dagli autori più disparati: scrittori, ma anche attori, registi, cantanti, comici. Quella blu, che aveva come tema il Mediterraneo, ogni tanto ancora la leggo. La Smemo, insomma, era una cosa mitica.
Stacco di quindici anni.
Primo giorno dei saldi, luglio 2011, un qualsiasi centro commerciale di Roma. Una cartoleria.
La Smemo, come ai miei tempi, è impilata in grosse torri sparse in giro per il negozio. Come ai miei tempi, viene via in varie colorazioni. Prendo quella blu, la apro, e guardo l’indice. La mia foto, per una volta, non è male: è una di quelle che mi ha fatto Rossella, e che trovate anche su questo sito. Il racconto, quando lo rileggo, mi lascia perplessa. È che quando passa più di un mese da quando le ho scritte, tutte le mie cose smettono di soddisfarmi, e vorrei riscriverle da capo. Sono duemila battute o giù di lì, forse un po’ di più, perché ricordo che avevo sforato come al solito il limite che mi avevano dato. Sono al 14 di aprile, guarda tu il caso.
Mi fa un effetto strano, di chiusura del cerchio. A quindici anni non avrei mai pensato di finire sulla Smemo. Lì ci andavano quelli cool, quelli bravi davvero, non certo una come me. E all’epoca, comunque, non pensavo neppure che avrei mai fatto una professione della scrittura. Ma ugualmente è una specie di sogno che si avvera. Ognuno ha le sue pietre miliari. Il premio letterario, la vendita di un milione di copie. Per me sono quelle duemila battuta sulla Smemo, strette tra un pezzo di Bertolino e uno di Bagnato. Chi l’avrebbe mai detto.

P.S.
Se vi interessa, è la Smemo 16 mesi del 2012, e c’è anche un disegni inedito di Paolo Barbieri che correda il tutto.

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Altre istantanee

Come al solito, dopo le immagini, torno a mezzi espressivi che mi sono più congeniali.
Ero già stata a Palermo, ero già stata in Sicilia, e sono stata contenta di esserci tornata. Non so, è un luogo che amo molto. Innanzitutto per motivi letterari: la patria di Pirandello, l’autore della prima opera che vidi a teatro – per la cronaca, I Giganti della Montagna – e alla cui filosofia devo molto come persona, il luogo natale del mio amato Montalbano, la Sicilia di Verga…Poi per i dolci. La pasta di mandorle è il mio dolce preferito, per tacere di cannoli e cassate. Poi…non lo so. È mediterraneo allo stato puro. È Grecia, è Roma, è saracena, è luce. Avete mai fatto caso alla luce, a quanto è intensa, a quanto è, non so, diversa da qui?
Lo sapete, io sono più il tipo nordico. Ma le radici sono nella Magna Grecia, e quando scendo sotto la linea gotica mi sento sempre a casa. Ci sono cose che possono succedere solo in città come Napoli e Palermo, solo in posti così intensamente mediterranei, figli di una cultura necessariamente bastarda, che hanno visto gli invasori passare, e mescolarsi fino a confondersi. Quella schiettezza di certa gente di mare, quella simpatia istantanea verso il viaggiatore, quel calore che si spiega solo così, col destino di un popolo nato dalle contaminazioni dei mille altri che l’hanno dominato.
Palermo è decadente. Ma non lo dico in senso negativo. È la bellezza sfatta, eppure fulgida, di una donna stanca. Per certi versi l’ho trovata grandiosa come Roma, coi suoi palazzi imponenti, di quel barocco contaminato quasi sempre da quel tocco d’arabo, le chiese che a volte sembrano moschee, una capitale, a suo modo. Poi giri l’angolo, e ti ritrovi davanti a vicoli pericolanti, a palazzi abbandonati. E ti sembra di essere finito nel fantasma della città che fu. A volte sembra una città erosa dal caldo e dalla luce, immersa in quel caos tipico dei posti di mare: Napoli, ancora, Barcellona, Atene, che pure dal mare dista un po’.
Mi ci sono consumata i piedi, come quasi sempre, quando visito un posto nuovo. E ho cercato di farmela entrare negli occhi. A volte preferisco fare così, piuttosto che andare in giro per luoghi famosi: sono sempre un po’ a caccia di sensazioni, spesso più che di nozioni.
In ogni caso, non mi sono fatta mancare quei tre o quattro posti must: il Palazzo dei Normanni, la Cattedrale, e la Cappella Palatina. Splendidi tutti i e tre. Quando giro per l’Italia ritrovo, se non il patriottismo, che proprio non mi appartiene, quanto meno l’orgoglio di vivere in un posto in cui ogni vicolo, ogni angolo cela una bellezza segreta. E dove un paese non è mai uguale all’altro. In questo siamo davvero unici al mondo.
Per il resto non c’è molto altro da dire. Ho rischiato di litigare con una principessa, ho rispolverato con tanta nostalgia i miei attrezzi da divulgatrice, ho guardato Irene tutta contenta di stare in un posto nuovo da scoprire. E ho vissuto a pane e caponata per tre giorni.

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La mia Palermo

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Trova le duecentomila macroscopiche differenze

Indovinate un po’ qual è la mia postazione…


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Un nuovo modello

Sebbene porti i capelli rasati, e durante la settimana giri in sneakers e magliette oversize, resto vanitosa. In libera uscita, ormai metto sempre i tacchi, dai 7 cm in su, mi trucco e a volte mostro anche un po’ di stacco di coscia. E mi piace comprare vestiti, ovviamente. In genere economici: ne posso prendere di più e togliermi lo sfizio della maglietta strana, della gonna troppo corta, del jeans skinny. Per me l’abbigliamento resta un capriccio, e per questo, a parte rare occasioni, cerco di spenderci poco. Ma ci spendo.
Ieri le donne di casa – io, la mia mamma e Irene – sono uscite per gli acquisti primaverili: calzini, magliette, roba per tutti i giorni o per le occasioni. Ovviamente, siamo andate al centro commerciale sotto casa. È vicino, è pratico, e mi piace la roba che ha.
Girovagando, per tenere impegnata Irene, che al momento è del tutto indifferente ai problemi della scelta di una maglietta che coniughi bellezza, comodità, prezzo e non ti faccia sembrare una balena, ho preso il volantino con la collezione di una marca di vestiti. Gliel’ho dato in mano, e per un po’ me ne sono dimenticata. Lei l’ha pastrugliato, ci ha giocato, e dopo una mezz’oretta si è stufata e l’ha buttato per terra. È stato allora che l’ho raccolto e ci ho dato un’occhiata.
Sapete che da quando sono dimagrita sono un po’ ossessionata dal peso. Nulla di patologico, io viaggio sempre sul borderline, ma peso ancora la roba, compenso quando mangio troppo, mi sento in colpa se sgarro e mi peso tre volte a settimana – sarebbe meglio dire che mi costringo a pesarmi tre volte a settimana, perché fosse per me controllerei ogni giorno, ma vabbeh -. Mi sento quasi sempre grassa, ho il terrore di riprendere peso e tutto il campionario che purtroppo molte ragazze conoscono. E insomma, fare un giro per negozi non aiuta: le taglie sono tutte micro, i manichini anoressici. Alla fine ti riduci ad andare in quei negozi con le taglie europee, che sono due misure più piccole delle nostre, per cui una 42 diventa facilmente una 38.
Per questo, quando ho aperto il volantino sono rimasta stupita. Niente modelle al limite della denutrizione, niente ragazze ammiccanti in pose al limite del porno. Piuttosto fanciulle bellissime, certo, ma con la carne al posto giusto. Seni prosperosi, visi floridi, gambe e fianchi torniti. Corpi sani, insomma, modelli di una bellezza accessibile, in cui per essere considerate non si deve mortificare il proprio fisico, assottigliandolo fino a farlo diventare trasparente.
Ok, non dico che sia una rivoluzione. Ma è già qualcosa. E sfogliare quelle pagine mi ha piacevolmente stupita. Poi, certo, chissà, magari le taglie dei vestiti sono comunque striminzite, tipo quel marchio lì che ha per testimonial la giunonica Arcuri, e poi anche se sei peso forma di entra giusto la 46 e un po’ a fatica. Ma, ripeto, è un piccolo messaggio nel mare sconfinato di scheletri che camminano, di donne che devono rinunciare alla propria fisicità per essere apprezzate.
Proprio ieri mattina, pesandomi, il risultato non mi era piaciuto. E niente, quel volantino lì mi ha messo un po’ di buonumore. Ho pensato che forse dovrei dare più retta a quel che mi diceva la mia dietologa all’epoca: che è importante mangiar bene per essere sani, più che per essere fighi, e che alla fine, quando vado in palestra, sentire che il mio corpo risponde, che fa quel che voglio, è altrettanto soddisfacente che riuscire ad entrare in una minigonna.

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Autore/Autrice

Stasera vado a controllare la posta. Guardo anche in mezzo allo spam perché a volte ci trovo mail importanti. E l’occhio mi cade all’istante su un oggetto “Ricerca di inediti per collana tascabile”. Il mittente è Edizioni Nonvelodicoperchésidiceilpeccatononilpeccatore, per gli amici Edizioni NVD (Non Ve lo Dico, prima che andiate a compulsare internet, curiosoni!). Ora. Di recente ho conosciuto un ragazzo che dirige una piccola casa editrice, di cui al solito – grazie memoria da pesce rosso – non ricordo il nome. Per cui ho aperto la mail.

Caro Autore/Autrice

E ho capito subito:
a. che non si trattava decisamente della casa editrice del ragazzo che ho conosciuto
b. che stavo per farmi qualche bella risata.
Ebbene sì. Ho ricevuto una proposta editoriale da una casa editrice a pagamento. Sono quasi emozionata. Voglio dire, non mi era mai capitato. Una proposta editoriale. A me. Sono commossa.
Ma veniamo al dunque. Le Edizioni NVD non hanno la più pallida idea di chi io sia. Come non hanno la più pallida idea di chi siano gli Autori/Autrici cui spedisce le mail. È spam alla cieca. Che deve anche essere proibito per legge, mi sa. Ma funziona. Perché si sa che gli italiani scrivono ma non leggono, per cui tra dieci persone che si vedono recapitare la mail, otto avranno nel cassetto un manoscritto, e almeno quattro non sanno la differenza tra una casa editrice a pagamento e una seria (don’t worry, prima di conoscere Mondadori non la sapevo nemmeno io). I conti sono presto fatti.
Ma leggiamo oltre.
Mi si mette al corrente, con eloquire forbito che sa tanto di supercazzola con scappellamento a destra, che la Edizioni NVD hanno immesso sul mercato una collana figherrima di opere tascabili, nota urbi et orbi col nome “Appunti di Viaggio di Mithrandir – da oriente a occaso” illustrata elegantemente da uno dei loro illustratori. E io mi domando: ok, e a noi?
La risposta viene subito sotto.
Siccome una collana con un libro fa un po’ brutta figura, ne vogliono pubblicare a pacchi in modo da pubblicizzare meglio e la collana e il singolo titolo. E già qui non è che capisca perché pubblicare ottanta tascabili aiuti la visibilità del quarantesimo, ma fingo di capire e vado avanti.
Loro, che manco sanno se sono uomo o donna, e dunque suppongo non sappiamo manco se sono un autore o meno, pensano che mi faccia piacere sapere come si fa ad essere pubblicati da loro. Che bello, mi fanno un onore! È dall’ultima volta che mi hanno chiamato dottoressa, tipo alla seduta di laurea, che qualcuno non mi onorava tanto! Specificano anche che l’invito è a me “di persona pirsonalmenti”, che non è che io poi inoltro la mail a mio cugino e vale pure per lui, no! Vale solo per me Autore/Autrice. Perché io valgo, tipo L’Oreal.
Seguono oscuri dettagli sulle date di pubblicazione, che però si peritano di infilarci un “periodo natalizio”, perché tutti sanno che a Natale si vende di più, motivo per cui basta evocare lo spettro di Babbo Natale per convincere l’Autore/Autrice ancora restio.
Viene poi specificato come mandare i manoscritti: la sintesi è, come cazzo ti pare. Ma non tanto lunghi, che sennò ci scocciamo.
Nota bene che fin qui non ci sono criteri per la pubblicazione. Non c’è scritto: “Se il libro ci piace te lo pubblichiamo, sennò ciccia”. La pubblicazione sembra automatica. E qui non so se lodare l’onestà di fondo delle Edizioni NVD, oppure lamentarne la scarsa furbizia: cara Edizioni NVD, i quattro Autori/Autrici di cui sopra che potrebbero essere vostri potenziali clienti non è che “vogliono pubblicare”, vogliono essere scelti, vogliono sapere che il loro libro è migliore di quello della cognata, e dunque degno di pubblicazione. Comunque. Andando avanti si parla anche di un premio, Vergato sul Membro 2011 (grazie Michele Vaccari per la definizione!). E qui ovviamente io Autore/Autrice mi sciolgo definitivamente: un premio lo voglio, e che cavolo. Vuoi mettere che figa la targa da far vedere agli amici.
Poi, finalmente, arriviamo al punto. La Edizioni NVD mi dice che è ovvio e anzi direi consuetudine universale chiedere all’Autore/Autrice un contributo per le spese di pubblicazione. Che per altro sta sotto i mille euro, pensavo peggio. Finalmente, si parla anche di opere pubblicabili: pare che sceglieranno le prime tot tra quelle che riterranno degne, gli altri si attacchino, anche se sono bravi. Leggi: muoviti, che sennò i posti finiscono e quell’antipatica di tua cognata pubblica e tu no. Anche perché hai tempo per spedire la tua opera non oltre la fine del mese.
Infine, arriva la parte minatoria: se io Autore/Autrice mi azzarderò a comunicare in giro il contenuto strettamente confidenziale di questa mail a me pirsonalmenti indirizza, peste mi colga! Mi scatenano contro i loro legali, sette anni di guai, sciagure di vario genere et similia. In fede, il vostro affezionato Tizio Caio delle Edizioni NVD che non vede l’ora di avervi tra i suoi Autori/Autrici.

Ora, ci siamo fatti quattro risate, ma qua la cosa è seria. L’editoria a pagamento non è editoria. Punto. È un servizio di stampa copie, fa il lavoro di una rilegatoria. Un editore investe sull’autore, lo paga per il suo lavoro, spesso con un anticipo sulle vendite, e mai, mai gli chiede soldi. Perché funziona così: tu autore metti il lavoro, lui editore mette il rischio. Ed è per questo, per inciso, che si prende anche la fetta maggioritaria sul guadagno.
Una casa editrice a pagamento guadagna coi soldi degli autori; l’autore si ritrova con cinquecento copie del suo libro che gli ammuffiscono dentro casa, perché ad un certo punto finiscono i parenti cui regalarle, e una cifra variabile dalle varie centinaia ad alcune migliaia di euro in meno nel portafogli. La casa editrice a pagamento ha guadagnato.
Infine, le case editrici a pagamento sono la morte dell’editoria e della letteratura: non selezionano, pubblicano tutto, perché non gli interessa vendere libri, gli interessa prendere soldi dall’autore. Fine.
Ora, se quel che vi interessa è solo il libro rilegato, se sapete perfettamente cosa è una casa editrice a pagamento e per motivi vostri decidete di rivolgevi ugualmente ad essa, ok, no problem. Se siete ben consci del reale servizio offerto, nessun problema. Vi dico solo che potrebbe risultare più conveniente usare l’editoria on demand, tipo lulu.com o ilmiolibro.it. Quest’ultimo servizio l’ho usato anch’io per rilegare un libro in cui ho raccolto le riflessioni che ho fatto quando aspettavo Irene: volevo conservarlo e darlo a lei quando sarà grande, e sono stata soddisfatta del servizio offerto.
Vi metto però in guardia: se volete davvero fare gli scrittori di mestiere, se volete davvero essere letti da un pubblico che vada oltre i vostri amici e parenti, se volete davvero crescere come autori, non vi affidate alle case editrici a pagamento. Non è il loro mestiere. E se vi dicono che tutte le case editrici fanno così, che sono piccoli e non ci rientrano nelle spese, non gli credete: è una palla. Ci sono piccole case editrici che vivono benissimo senza chiedere soldi agli autori.
Infine, un bell’elenco di case editrici a pagamento: quella che mi ha mandato la mail è una di queste.

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